UE finta la recessione del Regno Unito

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UE: finta la recessione del Regno Unito

Appena si è aggravata la condizione del Vecchio Continente, tantissimi analisti hanno provato ad individuare i paesi e le economie maggiormente a rischio. Il dito è stato puntato sulla Francia ma anche sul Regno Unito. Per questo secondo paese, le cose non stavano come evidenziato.

L’istituto nazionale di statistica britannico, in questo momento, ha operato un controllo sui dati ufficiali dell’anno scorso per capire se il paese, come dicevano molti analisti, era davvero in una fase di recessione. In realtà, il calo del primo trimestre del 2020 non c’è stato, quindi non si può certo dire che l’economia britannica fosse messa male o fosse addirittura in recessione.

L’annuncio è arrivato il 27 giugno, in seguito alla revisione dei dati economici riferiti al 2020. Si è visto che il primo trimestre dell’anno passato il PIL e quindi anche l’economia britannica, non erano in calo. Questo vuol dire che quanto detto in aprile riguardo la recessione del paese, è da considerarsi falso. Nel primo trimestre del 2020, infatti, il PIL è rimasto invariato invece che diminuire dello 0,2 per cento.

Il report dell’istituto nazionale di statistica fa piacere soprattutto a Cameron che in questi giorni si presenta in Europa con una serie di “pretese” che hanno condizionato l’approvazione del fondo da dedicare alla disoccupazione giovanile.

Tag: regno unito

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Regno Unito: le amare conseguenze di una disfatta

Già aveva enormi responsabilità sul voto per l’uscita dalla Ue, ora Corbyn ha distrutto le prospettive di un’intera generazione. Perché con le sue proposte politiche ha consegnato il Regno Unito a un governo reazionario. Le prospettive del post-Brexit.

Le tante colpe del leader laburista

Il peggior risultato dei laburisti dal 1935. Jeremy Corbyn era già colpevole di avere una enorme responsabilità per la Brexit a causa della sua ambiguità durante la campagna elettorale referendaria, con il rifiuto di scendere in campo insieme a David Cameron, Tony Blair e Neil Kinnock per l’Europa (proprio in quel periodo si prese due settimane di vacanza), causando immensi danni alla nazione e in particolare ai lavoratori, che con Brexit perderanno i diritti che venivano garantiti dalla legislazione europea, e al resto dell’Europa, che perde l’appoggio di uno stato importante. Ora, Corbyn ha distrutto le prospettive di un’intera generazione che verrà governata per dieci anni, se non per un periodo ancora più a lungo, dal governo più reazionario e becero mai visto nel Regno Unito.

Chi si è commosso guardando il film “Billy Elliott” può capire cosa possa significare che gli elettori di Blyth Valley abbiano scelto come deputato un tory. Jeremy Corbyn ha distrutto la sinistra in Inghilterra e in Galles: ha ottenuto ciò che Margaret Thatcher non era riuscita a ottenere nemmeno all’apice del suo successo, con la guerra delle Falklands, quando Michael Foot portò i laburisti, appena divisi da uno scisma, a una sconfitta profonda. Foot ottenne comunque più seggi di quanti ne ha ottenuti ieri Corbyn.

Il tradimento della direzione laburista verso i giovani che cercano di metter su famiglia, verso le famiglie i cui figli andranno in scuole sempre più fatiscenti, i cui genitori anziani vedranno ridurre la protezione sociale per la terza età, resterà una pagina nerissima nella storia del progresso sociale in Inghilterra. Jeremy Corbyn ha ferito in modo drammatico un’intera generazione: nel periodo della sua leadership (vergognosamente ha dichiarato che fra cinque anni non sarà più a capo del Labour, invece di dimettersi immediatamente) ha trasformato la composizione del partito, cacciando i moderati social-democratici tacciandoli di “blairismo”, quasi fosse un’accusa infamante. Come se vincere tre elezioni di fila, come se dimezzare la povertà infantile, come se portare la spesa pubblica per l’istruzione e la sanità a livelli record, come se ridurre drasticamente la disoccupazione giovanile, come se azzerare il numero di banche di distribuzione di cibo gratuito, come se porre in atto un programma di vero progresso sociale e di vera riduzione della disuguaglianza fossero l’apoteosi del peggior thatcherismo. Quanti senzatetto hanno dormito all’asciutto grazie a Corbyn? Zero. Quanti pazienti hanno avuto la lista d’attesa in ospedale accorciata grazie alle politiche di Corbyn? Zero. Quanti diciassettenni sono stati i primi della loro famiglia a laurearsi grazie alle politiche di Corbyn? Zero. Corbyn dovrebbe dimettersi subito, ha già aiutato abbastanza le forze della reazione. Ci vorranno almeno dieci anni per purgare la sinistra inglese dalle infiltrazioni antisemite e dagli estremisti di pseudo-sinistra: la loro presenza ha avuto semplicemente l’effetto di alienare le forze sane, gli intellettuali, gli imprenditori e i produttori di ricchezza che Blair aveva strappato ai tory, permettendo così a Boris Johnson di spostarsi radicalmente a destra senza doversi preoccupare degli elettori moderati.

In Scozia, gli elettori di sinistra hanno avuto una scelta non disponibile a sud del confine. Lì c’è un partito che ha dimostrato di saper trasformare un programma sociale in azioni di governo, nonostante i vincoli imposti dal legame con Londra. E gli elettori hanno deciso con entusiasmo di sfruttare questa possibilità. I nazionalisti scozzesi, guidati dalla carismatica Nicola Sturgeon, hanno fatto piazza pulita, pur senza raggiungere quei 50 seggi che avrebbero causato uno spettacolo storico. Corbyn ha distrutto i laburisti anche in Scozia: dei sette deputati che aveva ne è rimasto uno solo. Il confronto con Blair nel 1997 è impietoso: il Labour allora vinse 56 seggi su 72.

Le prospettive

È un momento triste per chi vuole progresso sociale, per chi è preoccupato dal cambiamento globale, per chi vuole protezione per i lavoratori, un sistema di istruzione pubblica efficiente e che offra uguaglianza di opportunità alle giovani generazioni e per chi vuole un sistema sanitario nazionale efficiente e aperto a tutti.

Non è difficile immaginare cosa succederà ora. Entro pochissimo tempo avremo un voto in parlamento per approvare il trattato negoziato da Johnson. Seguirà, entro il 2020, un accordo di scambio con la Ue secondo le linee guida indicate nel trattato: barriera doganale tra Irlanda e Gran Bretagna, abbandono delle regolamentazioni ambientali e delle protezioni dei lavoratori e dei consumatori. Poi il primo ministro avvierà il paese al suo destino post-Brexit: a favore delle imprese, socialmente liberale, sicurezza, basse tasse.

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