Quanto puo andare verso il basso il mercato del Petrolio

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Quanto può andare verso il basso il mercato del Petrolio?

Lo utilizziamo ogni giorno, con la nostra macchina. E lo abbiamo sicuramente tradato su un broker forex almeno una volta nella vita… Il Petrolio!

Negli ultimi mesi, gli italiani, ma soprattuto gli americani, sono stati coccolati con prezzi del petrolio e della benzina relativamente a buon mercato, quando si va a far benzina, di questi tempi, si nota chiaramente che spendiamo molto meno rispetto a qualche anno fa, nonostante tutte le accise. Quelle purtroppo, ce le dobbiamo sorbire.

I prezzi del petrolio stanno passando un periodo di minimi record e i prezzi della benzina sono ai livelli più bassi che il mercato ha visto dal 2020, con alcune aree degli USA che godono di prezzi anche a meno di 2 dollari al gallone. E pensate che la cosa assurda è che un gallone è ben 4 litri. Quindi in pratica è come se in america la benzina la pagassero solo 50 centesimi/litro. Come andare a comprare l’acqua al supermercato ��

Questa è quindi una bella notizia per i consumatori, ma non proprio per le multinazionali petrolifere.

Chi regola il mercato del petrolio

Anche se le varietà di greggio sono innumerevoli, ci sono due “mercati” che servono come benchmark di settore: il West Texas Intermediate (WTI) e il Brent. WTI, Il West Texas Intermediate (WTI), anche noto come Texas Light Sweet, è un tipo di petrolio prodotto in Texas e utilizzato come benchmark nel prezzo del petrolio, sul mercato dei futures del NYMEX, il WTI è anche uno strumento importantissimo per i report degli Stati Uniti, e ha superato quasi il 60% di calo dei prezzi al barile. In un periodo di nove mesi terminato a metà marzo 2020, i prezzi del petrolio del Texas occidentale è sceso a 44 dollari al barile da 107 dollari. Assurdo. Il Brent ha perso circa il 50%.

Perché il prezzo del petrolio è sceso così tanto?

Semplice. Domanda e offerta. Il mondo e gli Stati Uniti, sono pieni di petrolio. Anche grazie allo Scisto, L’olio di scisto o petrolio di scisto (in inglese shale oil) è un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Grazie a questo olio, c’è un eccesso di petrolio, anche per l’utilizzo futuro. Gli inventari di petrolio hanno raggiunto i più alti livelli in 80 anni. Maggior quantità, eccesso, maggior eccesso, minor prezzo.

L’economia rallenta negli Stati Uniti, e quindi è diminuita la richiesta d’olio. Minor richiesta, minor prezzo.

Anche il dollaro ci ha messo del suo. In quanto è forte, molto forte. Come tanti altri beni, il petrolio è valutato in dollari, e quindi costa meno proprio in USA, rispetto agli altri paesi. I prezzi quindi, cadono meno per i paesi che hanno più bisogno di petrolio a basso prezzo. Che ingiustizia, vero? Tutto questo porta ad un dislivello, che porta le altre economie a ridurre la loro domanda.

Ma i prezzi del petrolio, torneranno verso l’alto?

Almeno per i prossimi anni, i dirigenti del settore ritengono che i prezzi rimarranno bassi più a lungo. Negli Stati Uniti, la produzione continua anche se le compagnie petrolifere incominciano mese dopo mese a ridurre il numero di impianti attivi. Il numero di impianti di perforazione statunitensi è sceso questa settimana al livello più basso dal 2020. Tuttavia, le scorte di greggio non sono mai state così alte dal 1930.

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Il petrolio scenderà ancora di prezzo?

L’Arabia Saudita, sta pompando petrolio al massimo, per battere la concorrenza.

Dei prezzi più bassi porterebbero a interruzione dell’approvvigionamento nel mercato iraniano, iracheno, e libico, tutti questi paesi infatti hanno bisogno di prezzi del petrolio sostenibili per fare profitti. Dei prezzi più bassi danneggiano anche lo scisto USA, che potrebbero non essere economicamente sostenibile sotto certi livelli.

In conclusione

Fermo restando che qua in Italia, almeno alla pompa di benzina, continueremo a pagare la benzina a questi livelli altissimi. Quello che possiamo dire, del Petrolio è che la produzione ha superato di gran lunga il consumo. I membri dell’OPEC (Organization Of Petroleum Exporting Countries) non hanno sistemato i livelli di produzione commisurati al surplus in produzione petrolifera, e il boom dello Scisto sta generando 4 milioni di barili al giorno, rispetto al 1.2 milioni dell’anno scorso.

A meno che la produzione non diminuisca, o la domanda dall’estero cresca, i prezzi del petrolio non saliranno nei prossimi mesi. Una gran news per i consumatori, ma non per i CEO delle più grandi compagnie petrolifere.

Il prezzo del petrolio può calare ancora. Intervista a Matteo Verda

Il continuo calo del prezzo del petrolio non ha portato benefici rilevanti agli automobilisti italiani ma, in compenso, sta modificando sensibilmente gli scenari economici mondiali. I Paesi produttori vedono ridursi drammaticamente gli introiti legati alla vendita del petrolio mentre gli investimenti tecnologici nel settore vengono procrastinati in attesa che il prezzo risalga. Sul fronte opposto i Paesi che acquistano petrolio vedono calare la spesa per le materie prime e riducono i costi per le produzioni. Ma vedono anche contrarsi le esportazioni di manufatti verso i Paesi produttori di petrolio. Un equilibrio sempre più precario. Per questo, “Il Nodo di Gordio” ha chiesto a Matteo Verda*, ricercatore associato dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano), un’analisi sulle prospettive del comparto. Per capire sino a quando questo equilibrio reggerà e cosa dovremo attenderci per un futuro immediato.

Il prezzo del petrolio ha sforato oggi a ribasso i 40 dollari al barile. Ritiene si tratti di un prezzo soglia o, per le informazioni a Sua disposizione, è ipotizzabile un ulteriore calo?

Un ulteriore calo è senza dubbio possibile. All’orizzonte ci sono grosse preoccupazioni circa il tasso di crescita della domanda petrolifera dei Paesi emergenti. E con l’offerta che continua a crescere, meno domanda del previsto vorrebbe dire prezzi ancora in discesa. Gli operatori, finanziari e non, si stanno muovendo nelle ultime settimane sulla base di aspettative di questo genere.

L’Arabia Saudita si è già ritrovata con problemi di liquidità. Quanto può andare avanti con prezzi del petrolio così bassi senza ripercussioni sulla propria economia?

L’Arabia Saudita sta ricorrendo al mercato debito, è vero. Ma controlla enormi riserve di liquidità, oltre che di greggio. Per quanto l’impatto negativo sull’economia sia inevitabile, per il Paese non ci sono al momento rischi specifici di instabilità politica dovuta al taglio delle spesa pubblica. Le finanze saudite sono in grado di andare avanti ancora per parecchi trimestri senza grossi elementi di rischio, anche considerando che le contromisure in termini di ristrutturazione della spesa pubblica sono già in atto. Non tutte le spese, infatti, sono indispensabili per mantenere il consenso e la stabilità politica. In altri termini, le nuove infrastrutture o l’aumento della spesa militare possono essere posticipati senza particolari problemi, a differenza delle erogazioni dello stato sociale.

La ricomparsa sulla scena dell’Iran può penalizzare ulteriormente il prezzo del petrolio o, a Suo avviso, il mercato sta già scontando questo nuovo player?
L’arrivo della produzione iraniana sul mercato è una questione dell’anno prossimo e gli operatori hanno molto chiaro questo aspetto. La discesa dei prezzi di queste settimane ha altre origini, soprattutto nella debolezza della domanda.

L’Algeria pare intenzionata ad aumentare le estrazioni. È un rischio ulteriore?

No, anche un eventuale aumento della produzione algerina non è destinato a cambiare gli equilibri, data la ridotta entità dell’eventuale nuova produzione subito disponibile.

L’economia cinese rallenta. Il basso costo del petrolio può essere un aiuto per i costi di produzione nel breve periodo?
Una bolletta petrolifera più bassa è un elemento positivo per ogni importatore, Cina inclusa. Tuttavia, il rallentamento strutturale dell’economia cinese non ha nulla a che vedere col costo dell’energia e dunque il minor costo del greggio può dare un beneficio marginale, ma certamente non in grado di cambiare la dinamica più generale.

Il vero problema potrebbe sorgere dalle difficoltà in capo ai Paesi emergenti. Gli Emerging Market produttori di petrolio come Venezuela e Russia stanno subendo un grave danno dai bassi prezzi del petrolio. I Paesi consumatori, tuttavia, sono alle prese con una crisi economica non indifferente… Che ne pensa?

Il mercato petrolifero vive continuamente cicli di crescita e calo dei prezzi piuttosto marcati. Purtroppo, spesso li si analizza con una memoria corta e si individuano vincitori e vinti come se fosse un verdetto finale. Ora i vincitori sembrano essere gli importatori, che pagano di meno per le stesse materie prime, ma fino a poco più di un anno fa le parti erano invertite. A prescindere dalla congiuntura, però, gli attori sono sempre gli stessi e in ultima analisi condividono un interesse di fondo alla stabilità dei flussi energetici. Penso che la destabilizzazione politica di uno o più Paesi produttori sarebbe un problema per tutti.

Questi prezzi del petrolio, mettono una pietra tombale sul comparto delle fonti energetiche alternative e delle estrazioni di shale-oil?
Assolutamente no, per ragioni diverse. Le rinnovabili sono importanti soprattutto per la generazione elettrica, settore nel quale il petrolio è marginale fin quasi all’irrilevanza. Inoltre, la spinta dei Paesi industrializzati alla decarbonizzazione delle economie – e del settore elettrico in particolare – sono fenomeni che possiamo definire come irreversibili. Peraltro, le rinnovabili in alcuni mercati sono sempre più competitive anche dal punto di vista puramente economico e credo che la tendenza continuerà. Certo, i bassi prezzi del petrolio possono influire anche sulle altre fonti e rallentare il processo, soprattutto nei Paesi emergenti, ma la direzione presa dai sistemi energetici dei Paesi industrializzati è molto chiara. Per quanto riguarda lo shale oil, anche se i prezzi bassi stanno mettendo in difficoltà molti produttori e faranno ridurre la produzione nei prossimi trimestri, questo non significa la fine. Tra l’altro, i costi di produzione nei diversi campi sono piuttosto eterogenei e negli ultimi dodici mesi la capacità di alcuni produttori di ridurre i costi nelle aree geologicamente più favorevoli ha colpito gli analisti. In altre parole, anche con prezzi in ulteriore discesa, non tutti andranno in bancarotta.

Oltretutto, le riserve restano nel terreno e quando i prezzi inevitabilmente saliranno di nuovo, anche lo shale oil dei campi più costosi da coltivare tornerà competitivo e potrà essere riportato velocemente sul mercato. Questo anche grazie alla curva di sviluppo delle operazioni di coltivazione dello shale oil, che sono molto più rapide rispetto ai giacimenti convenzionali e consentono di iniziare la produzione nel giro di qualche trimestre, quando le aspettative degli investitori sono positive e arrivano i capitali per le operazioni.

Quanto puo andare verso il basso il mercato del Petrolio?

TIME 9 aprile 2020 – di Bryan Walsh

(traduzione S.Muratori) nota: questo articolo delinea in modo molto efficace quello che si sta preparando per il nostro futuro.

Per questo l’ho tradotto in Italiano pensando di fare cosa utile anche per gli amici che si battono perchè sul nostro territorio

si facciano scelte consapevoli ed informate. Mi scuso per le traduzioni arbitrarie di alcuni termini tecnici.

PETROLIO DI FRONTIERA

Innovazioni e prezzi elevati hanno aperto nuove strade per l’estrazione di petrolio

Petrolio crudo e leggero è intrappolato in formazioni di roccia di scisto relativamente permeabile. I pozzi vengono perforati verticalmente e poi orizzontalmente attraverso

gli strati di roccia. Con la fratturazione idraulica la roccia sotterranea viene fratturata, ed il petrolio fluisce verso al pozzo.

Il petrolio intrappolato richiede la tecnica di fratturazione, che implica l’iniezione nelle profondità del sottosuolo di milioni di

galloni [1 gallone ≈ 4 litri] d’acqua mista a prodotti chimici. C’è quindi il rischio di contaminare le falde sotterrane, anche se ancora non ci sono stati casi provati. Inoltre la bruciatura di gas metano che si sprigiona assieme al petrolio intrappolato nel pozzo causa un ulteriore inquinamento dell’aria.

RISERVE GLOBALI STIMATE

300 miliardi di barili

COSTO DI PRODUZIONE STIMATO

ESTRAZIONI NEL MARE ARTICO

Con lo scioglimento del ghiaccio nel Mare Artico, vaste aree di acqua che un tempo erano bloccate si stanno aprendo per la perforazione di pozzi “off shore” e per il trasporto del petrolio. Lo potremmo chiamare un inaspettato dividendo del cambiamento

Anche se i ghiacci artici si stanno sciogliendo le acque rimangono incredibilmente infide, con iceberg e tempeste che minacciano le navi da perforazione e le petroliere.

Ogni fuoriuscita di petrolio nelle acque gelide dell’artico sarebbe poi molto più difficile da pulire rispetto alle acque temperate del golfo. Inoltre la lontananza dell’artico implica che sarebbe molto più difficile organizzare una risposta di massa per limitare gli effetti dell’inquinamento.

90 miliardi di barili

COSTO DI PRODUZIONE STIMATO

Probabilmente superiore ai $100

PRE-SALINO ACQUE PROFONDE

Giacimenti di petrolio trovati sotto a spessi strati di sale depositati sotto al fondo dell’oceano più di 150 milioni di anni fa. Richiede perforazioni “offshore” attraverso 3000 m d’acqua, più uno strato di roccia, ed

altri 1500 m di sale.

La perforazione dei giacimenti pre-sale rappresentano una delle imprese tecnologiche più estreme. I pozzi sono più profondi rispetto al Golfo del Messico che nel 2020 portò al versamento in mare di una enorme quantità di petrolio da parte della BP. Un blowout simile a quello del pozzo BP in uno di questi pozzi sarebbe incredibilmente difficile

da 50 miliardi a 100 miliardi di barili

COSTO DI PRODUZIONE STIMATO

$45 a $65 al barile

PETROLIO DA SCISTO

Rocce di scisto sotterranee che contengono un materiale solido bituminoso chiamato “Cherogene”. La roccia deve essere minata e successivamente

riscaldata ad alta temperatura per separare il petrolio dal scisto.

Il costo di fratturazione ed estrazione del petrolio da scisto è ancora troppo elevato per essere conveniente. Questo processo richiede una quantità significativa di terreno e di acqua. Poi produce residui tossici. Il petrolio da scisto ha poi anche una

maggiore emissione di gas serra rispetto a quello convenzionale.

800 miliardi di barili , anche se si tratta di stime incerte

COSTO DI PRODUZIONE STIMATO

Oltre $100 al barile

Sabbia libera e arenaria saturata con una forma densa e viscosa di petrolio chiamato bitume. Le sabbie bituminose sono sfruttate sia attraverso miniere a cielo aperto sia attraverso pozzi che trattano il bitume nel sottosuolo.

Le miniere a cielo aperto lasciano grandi quantità di residui tossici che possono inquinare le acque circostanti. La benzina prodotta dalle Sabbie Bituminose emette dal 10% al 15% in più di gas con effetto serra (per barile) rispetto a quella prodotta con metodo convenzionale, a causa della maggiore energia necessaria per raffinarla.

169 miliardi di barili

COSTO DI PRODUZIONE STIMATO

$60 to $75 per barile

Il Futuro del Petrolio

Il petrolio estremo -dal profondo Atlantico fino all’Artico, dal Fracking negli USA alle sabbie bituminose in Canada – sta rimpiazzando incerte forniture. Ma si porta dietro un pesante costo economico ed ambientale.

Versamento nel Golfo

del Messico della

ai pozzi di Petrolio

Le acque dell’Oceano Atlantico 290 km a est di Rio de Janeiro sono di un blu cobalto che sembra senza fondo. Ma è solo un’apparenza. Circa 2000 m sotto alla superfice agitata si posa un silenzioso fondo marino, e sotto di esso ci sono circa 1500 m di roccia salina, depositatasi quando il Continente sudamericano e l’Africa si separarono, 160 milioni di anni fa.

Sotto tutto questo c’è il petrolio. Dalla stima il giacimento pre-salino al largo della costa centrale del Brasile contiene 100 miliardi di barili di crudo: un’altro Kuwait. E’ il motivo per il quale l’ex Presidente brasiliano Lula da Silva ha definito il ritrovamento del giacimento pre-salino un “dono di Dio”, ed è anche il motivo per cui l’enorme “Cidade de Angra dos Reis”, piattaforma galleggiante operata dalla Petrobas, grande società statale brasiliana, è ancorata nell’Atlantico e pompa 68.000 barili al giorno di crudo da uno dei più profondi pozzi al mondo.

La piattaforma è così grande che ci si potrebbe giocare il Super Bowl [finale di football americano], se non fosse per l’intreccio di tubi interlacciati e valvole che fanno circolare petrolio, metano e vapori attraverso la nave.

Passeggiando sul ponte, in un giubbotto salvagente arancione, un tecnico della Petrobas di nome Humberto Americano Romanus mi fa mettere la mano su di un tubo. Lo sento pulsare come un’arteria, il petrolio ancora caldo dal profondo calore della terra. “sono 50 barili al minuto che passano di qui”, mi dice sopra al fragore della piattaforma. “E’ un sacco di petrolio”.

Ma non è tutto. La richiesta di petrolio è ancora in aumento, predisposta a crescere 800.000 barili al giorno quest’anno, a dispetto della stagnazione dell’economia globale. Intanto, la produzione da aree come la Russia, l’Iran ed i Kuwait sembra avere raggiunto il suo massimo.

Le piattaforme che si sono assembrate lungo la costa del Brasile stanno perforando più in profondità che mai, attraverso strati di rocce saline, in operazioni che possono essere definite fra le più rischiose che l’industria abbia mai visto prima.

“Questo giacimento è impegnativo, perchè molto eterogeneo” dice Roberto Fagundes Netto, Direttore Generale della Ricerca e dello Sviluppo della Petrobas. “Ma noi sappiamo che un incidente è inaccettabile. Lo scoppio di un pozzo, come quello che ha causato il versamento della BP nel 2020, sarebbe ancora più difficile da contenere in queste acque presaline più profonde”.

Questo è il nuovo mondo del petrolio estremo. La Petrobas si può permettere di spingersi oltre ai limiti precedenti nella perforazione offshore perchè il prezzo del Brent crudo, che è il riferimento usato nel mercato del petrolio, è più di 120 $ al barile, e l’anno scorso la media è stata di 111 $ al barile: la media più alta da quando il pozzo di Drake, a Titusville, Pennsylvania, iniziò ad eruttare ricchezza nel 1859, dando l’avvio all’era del petrolio.

Da allora in poi, nonostante il tentativo di I.D. Rockefeller di monopolizzarlo, il petrolio ha subito un costante declino, interrotto solo da picchi periodici. Il prezzo di tutte le materie prime è stato fluttuante, ma la unicità del petrolio fa si che i picchi si facciano sentire più dolorosamente.

L’anno scorso il petrolio è aumentato in parte a causa della geopolitica, specialmente la minaccia dell’Iran di bloccare il Golfo di Hormuz tagliando le forniture. Quell’incertezza ha contribuito all’aumento dovuto al rischio di forse 20 $ o più al barile.

Una promessa dall’Arabia Saudita a fine marzo di portare nel mercato una riserva aggiuntiva di petrolio ha avuto poco effetto per calmare i prezzi. Negli USA i consumatori si trovano di fronte ad un paradosso estremo. Hanno bisogno di più petrolio, per raggiungere l’indipendenza energetica, e lo stanno estraendo in posti come la Bakken Shale Formation in Nord Dakota, anche se ne usano meno di quello che producono. Una combinazione di recessione, conservazione, e miglioramento dell’efficienza ha aiutato gli USA a ridurre significativamente la domanda.

Ma al tempo stesso la crescita di domanda da parte della Cina, dell’India e delle altre nazioni in via di sviluppo l’ha rimpiazzata. Risultato:

abbondanza di petrolio, ma molto costoso, che si traduce in un elevato prezzo della benzina. L’anno scorso il prezzo medio di un gallone (3,8 l) di benzina senza piombo era 3,51 $, il più alto di sempre, salito da 2,90 $ dell’anno precedente. Il 26 Marzo la media di quest’anno era 3, 90 $. Questo prende un pezzo del budget famigliare e minaccia la già incerta ripresa economica.

In un’anno elettorale il prezzo della benzina può innescare un incontrollabile dibattito politico. Quella è una ragione per cui il Presidente Obama si è presentato a Cushing, Oklahoma il maggior terminal per la produzione di petrolio negli USA, Ovest e Canada, per promuovere una nuova condotta che trasporterà il crudo da Cushing fino alle raffinerie della Costa del Golfo del Messico. “stiamo perforando dappertutto” ha detto, difendendo la sua politica energetica. Obama non vuole dormirci sopra. Non molto tempo fa la maggiore preoccupazione era che le riserve fossili stavano svanendo velocemente. Ora le nuove sorgenti non convenzionali stanno riempiendo quei vuoti.

I giacimenti ultra-profondi trovati al largo del Brasile offrono la promessa di miliardi di barili. Le innovazioni tecnologiche hanno reso possibile l’estrazione di quello che è conosciuto come il “petrolio intrappolato” nelle rocce di scisto del Nord Dakota e del Texas, rovesciando quello che sembrava un declino terminale per la produzione di petrolio degli Stati Uniti.

L’estesa area di Sabbie Bituminose dell’Alberta ha dato al Canada il secondo giacimento di petrolio del mondo dopo l’Arabia Saudita, ed offre agli USA un fornitore più amichevole.

Mentre il riscaldamento globale scioglie i ghiacci del Mare Artico, un inatteso dividendo è l’accesso a miliardi di barili di petrolio nelle acque del lontano Nord.

“Abbiamo visto un rovesciamento di paradigma nel decennio scorso” dice Daniel Yergin, Presidente del gruppo di ricerca IHS CERA. “guardi al Petrolio Intrappolato, alle Sabbie Bituminose, e alle Deep Water” e vedi il risultato”. Quei risultati potrebbero essere il problema.

Anche se le sorgenti non convenzionali promettono di mantenere il flusso delle forniture, questo non fluirà così facilmente come fece per la maggior parte del 20° secolo.

Le nuove forniture sono per la maggior parte più costose, di quelle provenienti dal Medio Oriente, ed a volte in modo significativo. Sono spesso più sporche e con maggiori rischi di incidenti.

Il declino dei principali giacimenti convenzionali e la crescita della domanda significa che la produzione di scorta, che un tempo faceva da cuscinetto per i prezzi, potrebbe non essere più disponibile, accompagnandoci in un’era di oscillazioni di mercati volatili.

E bruciando tutto questo petrolio rimasto potrebbe chiudere il mondo in un pericoloso cambiamento di clima.

“Sono meno preoccupato della scomparsa dei combustibili fossili che della conseguenza ambientale di perseguire quello che è rimasto” dice Michael Klare, un esperto di energia ed autore di “ The Race for Whats Left ”.

Ci sarà petrolio, ma sarà costoso, sporco e pericoloso.

Il Boom di Bakken

Se vuoi trovare petrolio negli Stati Uniti, oppure vuoi trovare un lavoro, vai nel Nord Dakota. Infatti, lo Stato soprannominato “The Peace Garden State”, sta vivendo una straordinaria esplosione di estrazioni petrolifere nel bel mezzo di prezzi sempre più elevati della benzina, con una produzione crescente da 98.000 barili al giorno nel 2005 a più di 510.000 barili al giorno alla fine del 2020. Più dell’intera produzione nazionale di un membro dell’OPEC come l’Equador.

Grazie al petrolio da scisto nella formazione rocciosa di Bakken la forza lavoro nel settore è salita da 5000 unità nel 2005 a più di 30.000. La disoccupazione del Nord Dakota è la più bassa dell’Unione con il 3,2 % e così tanti stagionali hanno invaso lo Stato che i lavoratori sono sistemati in accampamenti provvisori come al tempo dei minatori del Selvaggio West.

E il Nord Dakota non è il solo Stato a beneficiare di questo boom. Anche il Texas sta pompando petrolio ad un ritmo che non si vedeva dai giornio di Dallas. “Puoi andare direttamente là e ottenere un lavoro ben pagato”, dice Scott Tinker, il geologo dello Stato del Texas. “La domanda c’è”.

Così c’è anche la fornitura, grazie alle innovazioni in fratturazione idraulica e perforazione orizzontale che hanno aperto i giacimenti di petrolio che prima erano considerati inaccessibili. Usando un processo simile a quello impiegato nell’estrazione del gas da scisto, che si è diffuso su tutto il territorio degli USA con gas naturale economico, l’attrezzatura perfora prima in verticale, e quindi orizzontalmente all’interno degli strati di scisto prima della fratturazione della roccia per il rilascio del petrolio intrappolato. “Lo stesso enorme investimento che abbiamo visto con il gas da scisto sta ora avvenendo con il petrolio intrappolato” dice Seth Kleinman, un analista della Citigroup che recentemente ha scritto una relazione sulla ricerca relativa al potenziale del petrolio intrappolato. “E si svilupperà su grande scala come per il gas”.

Il petrolio intrappolato ha aiutato a rivitalizzare l’industria di perforazione americana; ci sono ora più pozzi negli USA di tutti quelli che ci sono nel resto del mondo, e questa nuova tecnica potrà contribuire in modo significativo alla fornitura globale, se come prevede la International Energy Agency (IEA) la produzione di Petrolio Intrappolato degli USA è proiettata verso i 2,4 milioni di barili al giorno nel 2020.

Grazie anche alla maggiore efficienza l’anno scorso gli USA hanno importato solo il 45% dei combustibili liquidi che utilizza, in ribasso rispetto al picco del 60% del 2005, e fra quelli importati solo 1,8 milioni di barili al giorno sono venuti dal Golfo Persico. Se la produzione domestica continuerà a salire, gli USA potranno avvicinarsi all’obiettivo che per molto tempo è sembrato una fantasia politica: indipendenza energetica.

Ma ancora di quanto, gli USA saranno in grado di aumentare la produzione, è una valutazione discutibile. Se le riserve di Petrolio Intrappolato sono abbondanti, i pozzi tendono ad asciugarsi in fretta, il che significa che è necessario un sacco di perforazioni per mantenere il flusso di estrazione. Anche se gli USA non potranno raggiungere l’indipendenza energetica, le sabbie Bituminose del Canada, che è già il maggior fornitore di petrolio degli Sati Uniti, potrebbe ridurre ulteriormente l’importazione dal Medio Oriente. L’alto prezzo del petrolio ha dato un forte spinta agli investimenti nelle Sabbie Bituminose, e la Energy Information Administration (EIA), il braccio analitico del Dipartimento di Sato per l’Energia, prevede che la produzione di petrolio da sabbie bituminose crescerà da 1,7 miliardi di barili al giorno del 2009 a 4,8 milioni di barili al giorno nel 2035. Più del corrente output dell’Iran.

Anche il Brasile, con le sue risorse nelle acque profonde, si prospetta come un più amichevole e più affidabile fornitore, cosa che è diventata sempre più importante nella scia di distruzioni correlate alla Primavera Araba che ha messo in crisi fornitori come la Libia. “Stiamo vedendo grandi e più veloci cambiamenti nella realtà geopolitica del petrolio” dice Fatih Birol, Economista Capo della IEA – il più notevole è che le Americhe, dopo anni passati come acquirenti importatori, stanno per diventare di nuovo fornitori esportatori.

Questo significa che la benzina ritornerà a 2$ al gallone? No. E’ vero che la riduzione di importazione di petrolio è una buona cosa per l’economia USA. L’anno scorso gli americani hanno speso 331,6 miliardi di dollari nell’importazione di petrolio, il 32% in più rispetto al 2020. Una cifra corrispondente all’intera industria agricola.

Tagliare le importazioni mantiene i soldi negli Sati Uniti, riducendo un disavanzo con l’estero che ha raggiunto i 560 miliardi di dollari nel 2020. E’ naturalmente un bene anche per le società internazionali come Shell e Chevron, che sono sempre più spinte fuori da società statali. La crescita della Exxon è agli sgoccioli; secondo un rapporto della “World Economic Forum” l’anno scorso l’industria del gas e petrolio ha creato il 9% di tutti i posti di lavoro, anche se le società petrolifere hanno incassato profitti multimilionari.

Ma al contrario di ciò che dicono i sostenitori del “perfora adesso”, “perfora qui”, le società petrolifere potrebbero fare buchi in ogni Stato e quasi non scalfire per niente il prezzo della benzina. Anche un’America più indipendente sotto il profilo energetico non può controllare i prezzi, non finchè sono presenti Stati assetati come la Cina che competono sul mercato globalizzato. “La sicurezza energetica va benissimo, ma non ha poi tanto significato nel mercato globalizzato” dice Gui Caruso, un ex dirigente della EIA. “Più produzione aggiunge fungibilità al mercato globale, ma siamo ancora vulnerabili alle scorte degli altri paesi”. Il petrolio usato negli USA potrà essere americano, ma non significa che sarà meno caro.

Espansione e Recessione

Non ci sono sostituti per il petrolio, ed è anche la ragione per cui questo mercato è incline a grandi espansioni e profonde recessioni, tirandosi dietro l’intera economia globale.

Mentre possiamo generare energia elettrica dal carbone o dal gas naturale, o nucleare o rinnovabile, selezionando di volta in volta a seconda del prezzo, il petrolio invece rimane di gran lunga il combustibile predominante per i trasporti.

Quando l’economia globale si surriscalda la domanda di petrolio aumenta, spingendo su il prezzo ed incoraggiando i produttori a produrne di più. Inevitabilmente quei prezzi elevati si mangiano parte della crescita economica, riducendo la domanda, proprio nel momento in cui i produttori stanno sovra-producendo. I prezzi crollano, ed il ciclo riparte dall’inizio.

Questo è negativo per i produttori, che possono ritrovarsi con un eccesso di produzione non richiesta quando i prezzi crollano, ed è negativo per i consumatori e per l’industria che rimangono nell’incertezza dei prezzi futuri dell’energia.

I prezzi bassi del petrolio nel 1990 spinsero l’industria automobilistica americana ad un disastroso compiacimento; essi si ritrovarono così con pochi modelli efficienti quando il petrolio ritornò ad essere caro.

Il vantaggio dell’OPEC, e specialmente dell’Arabia Saudita, con i suoi giacimenti vasti e facilmente accessibili, è che i suoi produttori potevano lavorare assieme per controllare i prezzi, aumentando la produzione quando la richiesta saliva, e rallentando quando i prezzi stavano per cadere. Non è esattamente la mano invisibile che controlla, ma c’era più prevedibilità, che aiuta i consumatori i produttori ed i governi a pianificare con fiducia.

Quei tempi sono andati. Oggi i maggiori produttori pompano al massimo. I russi ed i sauditi per esempio hanno bisogno di petrolio caro per alimentare la loro traballante economia e tranquillizzare le loro popolazioni.

Per il futuro sono prevedibili ulteriori espansioni e recessioni, specialmente se l’economia globale rallenta ancora. “ Se l’OPEC non riuscirà più a giocare un ruolo di stabilizzatore dei prezzi, allora non possiamo eliminare la volatilità naturale di questo mercato”, dice Robert McNally, fondatore del Rapidian Group, ed ex Consigliere per l’Energia della Casa Bianca. “Questo significa che potremo vedere i prezzi oscillare fra 200$ e 30$.

Abbiamo già visto qualcosa del genere. Quando l’economia crollò, lo stesso fece il petrolio, cadendo da 145$ al barile a metà 2008 fino a 30 $ al barile alla fine dello stesso anno. Ora i prezzi sono nuovamente schizzati in alto, abbastanza da far si che gli economisti avvertano che il costo del petrolio può mettere a rischio la ripresa dell’economia, il che manderebbe di nuovo i prezzi in una spirale negativa.

Grafico che illustra l’andamento

ed i picchi del prezzo del petrolio

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