Perche il Regno Unito deve restare nell’UE

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Il Regno Unito decide se restare nell’Unione Europea

Alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1946, il Regno Unito, attraverso Winston Churchill, invocò la creazione di “una struttura sotto la quale vivere in pace, in sicurezza e in libertà… Una specie di Stati Uniti d’Europa”. Una decina di anni dopo, lo stesso paese rifiutò di entrare in questa struttura quando i suoi vicini europei cominciarono effettivamente a costruirla. Come definireste un paese del genere?

Nel 1961 cambiò di nuovo idea e chiese di entrare nella Comunità economica europea (Cee), un obiettivo raggiunto alla fine nel 1973 con il governo del primo ministro conservatore Edward Heath, salvo poi esigere di rinegoziare gli accordi di partecipazione e tenere un referendum per decidere se stare dentro o fuori la Cee due anni dopo, sotto il governo laburista. Che ne pensate?

Sempre lo stesso paese pretese un’ulteriore rinegoziazione sotto il governo conservatore di Margaret Thatcher nel 1984, per poi decidere di restare fuori del progetto della moneta unica quando i paesi della Comunità europea hanno firmato il trattato di Maastricht nel 1992.

Un atteggiamento petulante

E cosa direste di quel paese se nel 2020 un altro primo ministro conservatore, David Cameron, avesse imposto l’ennesima rinegoziazione dei termini d’adesione a quella che oggi si chiama Unione europea, promettendo di indire un altro referendum?

Ambivalente? Capriccioso? Forse l’aggettivo che sintetizza meglio l’atteggiamento del Regno Unito nel suo rapporto d’amore e odio con il progetto europeo è “petulante”.

Il 23 giugno si terrà un altro referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Il primo ministro Cameron non vuole davvero lasciare l’Unione. Se nel 2020 ha promesso il referendum è stato soprattutto per rubare voti allo United Kingdom independence party (Ukip), che invece la vuole davvero lasciare.

Ma Cameron non ha potuto ignorare la sua promessa dopo aver vinto le elezioni, perché metà del suo stesso partito vuole lasciare l’Unione europea. Il nuovo leader del Partito laburista Jeremy Corbyn è nella migliore delle ipotesi tiepido nei confronti dell’Unione, che considera fondamentalmente un complotto capitalistico che ha avuto alcuni effetti collaterali positivi. E i recenti sondaggi suggeriscono che l’esito del referendum è incerto.

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I francesi comprendono meglio dei britannici i rischi di un’Europa divisa

Non è certo un buon periodo per l’Unione europea. Non ha risposto efficacemente all’emergenza dei profughi in arrivo dal Medio Oriente. Soffre di una bassa crescita e di un’alta disoccupazione croniche (nonostante il Regno Unito se la stia cavando piuttosto bene su entrambi i fronti). E sta diventando chiaro che l’adozione della moneta unica da parte di 19 paesi dell’Ue è stato un grave errore.

C’è quindi parecchia disillusione a proposito dell’Unione europea anche tra i principali paesi dell’Europa continentale, e alcuni temono che l’uscita di Londra rimetterebbe in discussione tutti gli altri accordi che hanno permesso la costruzione di questa struttura senza precedenti nella storia. Ma perché sono sempre i britannici i più scontenti?

Il passo falso di Cameron

Tutti i paesi dell’Europa occidentale hanno perso i loro imperi coloniali nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, e il Regno Unito non è l’unico a non voler rinunciare alle illusioni di grandezza. Anche la Francia crede di essere molto più importante di quello che è. Ma i francesi comprendono meglio dei britannici i rischi di un’Europa divisa, perché hanno pagato un prezzo molto più alto.

Il fatto è che la Gran Bretagna è un’isola. Quasi tutti gli altri paesi europei, a eccezione della Svizzera e della Svezia, hanno visto terribili guerre sul proprio territorio. Metà di essi sono stati occupati da truppe straniere per lunghi periodi. La Gran Bretagna invece non subisce un’invasione riuscita da quasi mille anni.

Londra non è la sola a considerare assurda la burocrazia dell’Unione europea e a vedere con fastidio i compromessi necessari a tenere in piedi il progetto. Ma è la sola, o quasi, a pensare che l’unità europea è una scelta di cui ogni tanto bisogna valutare i benefici economici e confrontarli con i costi politici e psicologici .

Soprattutto in Inghilterra c’è ancora l’illusione che il paese avrebbe un futuro migliore se fosse totalmente indipendente, libero dalla noiosa Unione europea, e che se la caverebbe da sola come una spavalda potenza economica globale. Al che non si può che rispondere: in bocca al lupo.

Questa visione romantica non è condivisa dagli scozzesi, i quali sicuramente si sfilerebbero se i voti degli inglesi dovessero far uscire il Regno Unito dall’Ue. Ma una Scozia indipendente farebbe fatica a essere ammessa nell’Unione europea, perché la Spagna non vorrebbe stabilire un precedente che potrebbe essere usato dai separatisti catalani per sostenere che anche la loro indipendenza non avrebbe conseguenze.

La maggior parte dei leader britannici ha fatto grandi sforzi per tenere a bada le eccessive ambizioni dei patrioti inglesi e per mantenere il paese in carreggiata. Cameron invece ha fatto un passo falso, e le conseguenze, per il Regno Unito e per il resto d’Europa, potrebbero essere gravi.

Ora la storia guarda Cameron: il Regno Unito deve restare nell’Ue

L’intesa raggiunta, come sempre dopo ore di difficili e aspri confronti, è tesa a tener dentro la Gran Bretagna sulla base di alcuni punti precisi che riguardano la governance economica, e cioè il rapporto tra paesi dell’euro e paesi che non adottano la moneta unica, il sistema del welfare per i cittadini comunitari che lavorano nel Regno Unito e i processi di più “stretta” integrazione della costruzione europea.

Con una battuta, anche molto efficace, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, lo aveva detto, e l’ha ribadito a tutti i leader dei 28, che il problema dell’Europa, oggi, è quello di “essere o non essere insieme”. Del resto, se siamo giunti a questo punto dell’avventura europea, con un accumulo impressionante di questioni sul tappeto, vuol dire davvero che abbiamo imboccato una fase in cui la sopravvivenza dell’Unione, a quasi 50 anni dai Trattati di Roma, potrebbe essere messa in discussione per sempre. La riunione del Consiglio europeo di Bruxelles, con la sua complessa decisione in due giorni di confronto, ha preso ad affrontare, per la prima volta, il tema del possibile abbandono dell’Ue da parte del Regno Unito, di uno dei Paesi più grandi e, peraltro, di quello che ha sempre goduto di un particolare trattamento rispetto al generale impianto istituzionale e politico comunitario. Basti solo pensare alla sua non partecipazione alla moneta unica che è invece ormai adottata da 19 capitali o allo “spazio Schengen”. Parliamoci chiaro: il Trattato di Lisbona, entrato in vigore appena sette anni fa, prevede espressamente il diritto di recesso ma ognuno può cogliere da sé la valenza di un distacco dalla comunità, specie se riguarda un “socio” di rilievo. E il Regno Unito lo è fuori di ogni dubbio.

L’intesa raggiunta, come sempre dopo ore di difficili e aspri confronti, è tesa a tener dentro la Gran Bretagna sulla base di alcuni punti precisi che riguardano la governance economica, e cioè il rapporto tra paesi dell’euro e paesi che non adottano la moneta unica, il sistema del welfare per i cittadini comunitari che lavorano nel Regno Unito e i processi di più “stretta” integrazione della costruzione europea. E, intanto, è stato tenuto saldamente fermo il principio che nessun veto potrà impedire ai Paesi che lo desiderano di intensificare i progetti di maggior condivisione delle istituzioni e delle politiche comuni al pari dei poteri di governo in campo economico. Su questo fronte è stato bene non transigere e per questo motivo possiamo dire che si tratta di un discreto compromesso, di un accordo decente, che offre a Cameron tutti gli strumenti per poter convincere la propria opinione pubblica che è più conveniente restare insieme in quanto non c’è alcun dubbio che per i britannici, dal punto di vista del lavoro, della sicurezza sociale e dei diritti, è molto meglio rimanere in Europa. Una fuoriuscita del Regno Unito avrebbe delle gravissime conseguenze innanzitutto per gli stesso cittadini britannici e per le loro imprese.

Se parliamo di un accordo accettabile è perché si può dire che non ci sono né vincitori né vinti ma si è lavorato con successo a mantenere integra l’unità europea. Il pacchetto sociale consentirà al Regno unito di escludere dal godimento di alcune specifiche prestazioni sociali i lavoratori provenienti da altri Paesi Ue per un periodo di quattro anni e prorogabile sino a sette. Londra pretendeva 13 anni. A Cameron, evidentemente, questa clausola serve per placare le irrazionali paure dell’elettorato per presunti aggravamenti nel bilancio nazionale. Invece per quanto riguarda la governance economica, al Regno Unito è stata concessa la possibilità di azionare un freno di fronte alle decisioni europee nel settore bancario e finanziario che possono riguardare gli interessi della piazza britannica (la City). Ma non si tratta affatto di un diritto di veto perché sarebbe apparso inaccettabile. Per Londra, e ovviamente anche per altre capitali fuori dall’eurozona, sarà possibile chiedere il rinvio di alcune decisioni e procedere ad una nuova discussione. Ma per un tempo ragionevole e non un blocco infinito. Anche in questo caso ci sembra che si sia raggiunto un compromesso ragionevole per entrambe le parti.

È ben presente a tutti noi che le vicende politiche della Gran Bretagna, sullo sfondo di un’Europa scossa da forti turbolenze nel corso degli ultimi anni e degli ultimi mesi, hanno fatto esplodere in anche in quel Paese forti pulsioni euroscettiche, da sempre presenti sino alla convocazione del referendum che dovrà stabilire, appunto, l’essere o il non essere dentro l’Unione. Giustamente, da tante parti, è partito il grido sul “mantenimento dell’unità europea” e da esso la ricerca di una risposta collegiale ai problemi posti dall’attuale governo di Londra ma con la ferma determinazione, ci si augura, che tutti ma proprio tutti, tengano fede e fermi i principi fondanti del progetto europeo. Questo, infatti, è per noi un punto imprenscindibile e abbiamo avuto modo di rappresentarlo, senza ipocrisie, allo stesso David Cameron. Noi pensiamo che non ci possa essere alcun dubbio, già a partire da questa fase di negoziato, che bisogna compiere tutti gli sforzi perché il Regno Unito resti dentro l’Unione. Si tratta di consolidare un compromesso che va sicuramente incontro alle richieste britanniche ma che non intacca i principi e i valori dell’unione, innanzitutto dal punto di vista della non discriminazione dei cittadini dal punto di vista della dimensione sociale. Noi abbiamo detto al premier Cameron che ci deve essere un comune obiettivo: quello di una forte Gran Bretagna dentro una forte Europa. Tutto questo si deve tenere insieme. E adesso non vi è proprio aduna ragione che possa consigliare il distacco dall’Ue.

Un altro aspetto deve essere, però, tenuto in debito conto. Il Parlamento europeo non lo si potrà lasciare da parte. L’accordo Ue-Regno Unito dovrà rispettare il ruolo cruciale dell’assemblea parlamentare. Già prima del vertice abbiamo detto chiaramente a Cameron che “noi non saremo i passacarte di questa intesa”. Quando il popolo britannico si sarà pronunciato sulla permanenza dentro l’Unione (in caso contrario cadrà l’intesa firmata al vertice) spetterà al Parlamento esaminare i nuovi regolamenti che fanno parte integrante del patto stipulato tra i governi, un patto semplificato che non ha bisogno di ratifiche dei parlamenti nazionali. Noi faremo la nostra parte di co-legislatori allorquando, dopo l’esito di quel referendum, si tratterà di monitorare l’attuazione degli accordi e di por mano ai nuovi regolamenti, specie quelli che toccano la dimensione sociale. Staremo molto attenti a valutare le proposte legislative secondo la convinzione che non si può accettare un arretramento nelle conquiste ottenute dai cittadini e dai lavoratori europei.

Perché il Regno Unito deve restare nell’UE

In questi giorni, subito dopo l’articolo di copertina dell’Economist, gli analisti hanno iniziato a riflettere seriamente sulla possibilità che il Regno Unito esca dall’Europa. Ma è davvero una scelta conveniente?

La settimana scorsa l’Economist ha dedicato la sua copertina alla questione inglese perché sembra che nel Regno Unito il partito trasversale dei politici e dei cittadini che vogliono abbandonare l’Europa. Si discute dell’eventualità già da diversi mesi e qualche dimostrazione di “contrarietà” è stata fatta: per esempio il voto contrario del Regno Unito al fiscal compact.

In genere è sempre stato il partito conservatore a farsi carico dei sentimenti euroscettici degli inglesi, ma adesso ho trovato nuova linfa e sostegno nel partito laburista. Il fatto è che se dovesse uscire dall’Europa, il Regno Unito, nell’immediato, avrebbe solo vantaggi: in primo luogo risparmierebbe 10 miliardi di euro con cui contribuisce al budget europeo, in più potrebbe liberalizzare il mercato del lavoro e togliere numerosi vincoli alla finanza regolarizzata da Bruxelles.

Il problema è la sostenibilità sul lungo periodo di questa scelta. Secondo l’Economist, dopo i vantaggi immediati, arrivano gli svantaggi: il mercato libero su cui il Regno Unito agisce in modo prevalente è proprio quello europeo e finora arrivare alla situazione ideale della Svizzera, è praticamente fuori discussione.

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