Opzioni binarie l’Australia estranea alla crisi

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Italia: lo spread sale dopo il downgrade

L’Italia ha subito il declassamento da parte dell’agenzia di rating Fitch alla conclusione della scorsa settimana borsistica. Gli effetti di questa decisione sono stati palpabili a partire dalla riapertura delle contrattazioni: lo spread è salito immediatamente.

Il debito italiano è stato declassato determinando una giornata funesta per gli investitori e in generale per Piazza Affari. Milano ha chiuso con una flessione dello 0,93 per cento, lieve se si pensa che è avvenuta immediatamente dopo la comunicazione del declassamento.

Gli analisti, che finora si sono detti ottimisti, hanno dovuto fare un passo indietro, anche se poi, osservando bene quello che è successo a piazza Affari, non siamo andati così male, visto che la giornata, sempre gestita in territorio negativo, si è conclusa con il -0,69 per cento.

Il problema tuttavia resta: l’Italia, infatti, sta sulla soglia che separa i titoli affidabili da quelli speculativi e la situazione governativa non è ancora risolta visto che nonostante le promozioni ottenute da alcune banche d’affari e dal premio Nobel Krugman, in questo momento il governo tricolore sembra instabile.

Piazza Affari, paragonata al resto d’Europa, appare senza dubbio la peggiore delle borse del Vecchio Continente. Facendo uno zoom sui titoli nostrani si rileva una certa attenzione sul titolo FIAT.

L’uomo che amava (e che dava) solo i numeri

Non c’è mica un modo solo di essere scienziati pazzi.
Oh, lo so: a voi è piaciuto molto Richard Feynman, lo scienziato che ballava il samba.
Era un genio, ma anche un bell’uomo, simpatico, estroverso, curioso, svitato, briccone e donnaiolo.
Se non ve lo ricordate, ne ho blaterato qua.

Gustatevelo in questo antichissimo video. Una straordinaria lectio magistralis tenuta alla Cornell University (credo nel 1964), che dimostra quanto sia effimero il confine tra grande scienza e spettacolo puro.

Non è meraviglioso? Un incrocio tra un Bruce Willis giovane con una puzzola accovacciata sulla testa, e un Roberto Benigni che si infervora nella descrizione dei tormenti dell’Inferno.

Eppure, come dicevo, ci sono altri modi di essere grandi scienziati, e inequivocabilmente pazzi.

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Prendiamo un tipo decisamente appollaiato sul lato opposto dell’altalena, rispetto a Feynman.

Uno non bello, per esempio. Diciamo un ometto con l’aria avvizzita e cadaverica, più simile a un ragionier Filini con la parrucca che a un Bruce Willis con la puzzola.
Uno non elegante. Uno che indossava sempre lo stesso completo che pareva appena uscito dalla centrifuga. E che il più delle volte aveva la giacca del pigiama al posto della camicia.
Uno non eclettico. Al contrario, un monomaniaco ossessionato solo e soltanto dalla sua disciplina.
Uno non dotato di particolari doti oratorie, che parlava con accento incomprensibile e che usava un mucchio di parole mezzo inventate.
Uno non donnaiolo. Anzi, diciamo uno decisamente disgustato dalla sola idea del sesso.

Ecco, prendiamone uno così. Lunatico, misogino, insistente, fastidioso, trascurato e malaticcio.
Il contrario di Feynman, insomma. Feynman -1 .

Vi sta già antipatico? Pensate che sia impossibile affezionarvi a un tipo del genere?
Pensate che al confronto trovereste adorabile anche un branco di scorpioni?

Beh, se la pensate così, il tipo di cui vi voglio raccontare potrebbe farvi cambiare idea.

Il personaggio in questione è (era) Paul Erdős, matematico ungherese, classe 1913.

Erdős è stato probabilmente il più grande esperto di numeri primi di tutti i tempi. Che, ne convengo, non è inventare la penicillina, ma ha un suo perché.
E Paul Erdős, nel suo campo, è stato un po’ quello che Eddie Van Halen è stato per l’heavy metal. Man on a Mission.

Nel suo campo fu indubbiamente un genio. Scrisse la cifra mostruosa di 1475 saggi, tutti di altissimo livello. Dopo Eulero, è stato l’uomo che ha sfornato più pagine di matematica di tutti i tempi.

Per ottenere questa produttività stellare, Erdős aveva un sistema tutto suo.
Tanto per cominciare, si era strutturato la vita in modo da massimizzare il tempo da dedicare alla matematica. Niente moglie, niente figli, niente hobby, nemmeno una casa che lo legasse. Tutto quello che gli serviva per vivere lo teneva in una valigia sgangherata e in una sportina di plastica dei grandi magazzini di Budapest che si tirava sempre dietro.

Il suo cervello elaborava continuamente matematica, diciannove ore al giorno. Un ritmo che si può reggere solo drogandosi come un batterista grunge.
E infatti il buon Erdős, che già di suo non godeva di una salute particolarmente rigogliosa, si reggeva in piedi a botte di benzedrina e Ritalin, innaffiando il tutto con caffè e compresse di caffeina in dosi che avrebbero potuto tener sveglia la popolazione della Svizzera per tutto il Rinascimento.
“Un matematico” amava dire “è una macchina per trasformare caffè in teoremi.”

Il resto del mondo gli era assolutamente indifferente. Anzi, forse gli faceva anche un po’ schifo.
Oltre a non cambiarsi mai d’abito, non amava stringere la mano, evitava i baci, si lavava le mani cinquanta volte al giorno, ed evitava di intrattenere rapporti umani che non fossero strettamente finalizzati alla dimostrazione di un qualche teorema.

In particolare ce l’aveva con Dio, che chiamava SF, “Sommo Fascista“, perché era convinto che fosse lui a nascodergli gli occhiali, a fargli smarrire il passaporto, e a fargli un sacco di altri piccoli dispetti quotidiani. Ma soprattutto lo odiava perché era convinto che lui, SF, tenesse per sè un mitico librone con tutte le dimostrazioni più eleganti di tutti i teoremi possibili. Ogni problema di cui Erdős riusciva a venire a capo lo riempiva di una gioia indicibile perché rappresentava una vittoria sull’odiato Sommo Fascista.

L’unica cosa estranea al suo mondo che adorava erano i bambini, che lui chiamva “epsilon” perché in matematica “epsilon” indica una piccola quantità (“preso un epsilon piccolo a piacere…”).

In effetti aveva tutto un suo vocabolario personale, che negli anni della sua massima gloria accademica divenne familiare ai matematici di tutto il mondo: le donne erano “capi”, gli uomini “schiavi”, la musica “rumore”, l’Unione Sovietica “Joe”, l’Australia “Ned”, eccetera.
In erdősese, “Catturato” significava “sposato” e “liberato”, “divorziato”. “Arrivato” e “partito” significavano “nato” e “morto”, e i comunisti erano “quelli con la lunghezza d’onda lunga” – e se avete presente uno spettro elettromagnetico, non potete non essere d’accordo.

Quindi uno “schiavo di Joe liberato” era un russo divorziato, e un “capo epsilon morto” era una bambina che era andata via.

Tutte queste (e altre) espressioni, insieme alla sua pronuncia da Sturmtruppen, rendevano il dialogo con Erdős un’esperienza decisamente fuori dal comune.

Oltre alle sue parole, però, parlavano anche i suoi silenzi.
Una volta era a tavola con dei conoscenti, e non spiccicava parola da ore. Ad un certo punto afferrò un tovagliolo, ci scarabocchiò qualcosa di vagamente simile a un razzo che passa attraverso un hula hoop, e poi pronunciò la frase “Ci sono ancora numerosi lati che distruggeranno il numero tre cromatico. Questo lato distrugge la bipartizione.”
Dopodiché, chiuse gli occhi e andò in catalessi.

In un’altra occasione, la vedova di un matematico inglese ricorda: “Una volta, al Trinity College, Erdős e mio marito rimasero a pensare per un’ora e più in un luogo pubblico enza pronunciare una sola parola. Alla fine Harold [il marito] ruppe il lungo silenzio dicendo: “Non è zero. E’ uno.” Fu un tale sollievo, una tale allegria… La gente attorno pensò che fossero dei matti. E lo erano, naturalmente.”

Certo che lo erano. Giusto per fugare qualsiasi dubbio, Erdős camminava caracollando ingobbito come una scimmia, e ogni tanto (senza alcun motivo apparente) scattava di corsa verso il muro più vicino, scartando di lato all’ultimo momento. Purtroppo la sua coordinazione lasciava alquanto a desiderare, per cui spesso la virata non gli riusciva e finiva spiaccicato.
In diverse occasioni, si fece male.

Era famoso per questi suoi strani “trip” agonistici. Una volta si mise in testa di risalire in senso contrario una scala mobile all’aeroporto di Newark che scendeva verso il basso. Messo com’era, fatti pochi gradini si schiantò di faccia, e la scala lo riportò giù a rana piallata, tra lo sconcerto degli altri viaggiatori.

Venne anche arrestato per errore diverse volte, essendosi fatto scambiare a seconda dei casi per ubriaco, vagabondo, e addirittura spia sovietica.
A Princeton lo trovarono che sbatteva la testa contro un palazzo, per far passare un’emicrania che gli impediva di fare matematica.

Ma non perse mai il suo buonumore.
Perché Erdős aveva una sua particolarissima forma di umorismo, talmente avanzata che la capiva solo lui. E le storielle che ripeteva ad ogni occasione, in ogni caso, lo divertivano moltissimo.

Si proclamava un grande esperto di cucina, senza aver in effetti mai cucinato alcunché: “Posso farmi degli eccellenti corn-flakes,” dichiarò “e probabilmente potrei anche farmi un uovo sodo. Ma non ho mai provato.”
Non è meravigliosamente woodyalleniano tutto ciò?

A ricordo del suo humor ci sono i suoi lavori scientifici. Tutta roba serissima, per carità. La parte interessante sono le firme. Erdős non amava aggiungere al proprio nome i soliti titoli accademici, ma la sigla P.G.O.M. (Poor Great Old Man, “povero vecchio grande uomo”), a cui, con il passare degli anni, aggiunse L.D. (Living Dead, “morto vivente”), poi A.D. (Archeological Discovery, “scoperta archeologica”), poi L.D. (Legally Dead, “legalmente morto”), e a settantacinque anni C.D. (Count as Dead, “come se fosse morto”). Ragion per cui i suoi ultimi lavori ci restano strepitosamente firmati “Paul Erdős, P.G.O.M.L.D.A.D.L.D.C.D.”

Matto, svitato, misogino. Eppure Erdős non era un asociale: amava pubblicare insieme ad altri: professori famosi e studenti qualunque. Cercava e creava continuamente stimoli, aiutando chi si era incastrato su qualche problema particolarmente incarognito e proponendo interrogativi a chiunque fosse, secondo lui, in grado di risolverli. Collaborò con dozzine di matematici in tutto il mondo, e di tutti ricordava il numero di telefono a memoria. Non ricordava invece nessun nome, per cui chiamava tutti “Ralph”. Unica eccezione un certo Tom Trotter, che però chiamava Bill.

E quindi venne praticamente adottato dalla comunità matematica mondiale, che lo rispettava per il suo genio indiscutibile e gli voleva bene come a un simpatico nonno matto.
Chi invece lo vedeva come un vero e proprio incubo erano le mogli dei matematici.

Perché Erdős aveva un suo particolare modo di lavorare. Ogni volta che nella sua mente prendeva forma un problema particolarmente interessante, Erdős rifletteva su quale matematico avrebbe potuto aiutarlo, e immediatamente prendeva l’autobus, il treno o l’aereo e si fiondava a casa sua. A qualsiasi ora del giorno o della notte. In qualsiasi continente.

Arrivato a casa dell’ignaro collaboratore, tempestava di pugni la porta e, quando gli veniva aperto, dichiarava solennemente: “La mia mente è aperta”, che nel suo gergo significava “Sono pronto a cominciare”.

A quel punto entrava in casa con la sua valigia e il suo sacchetto, si installava sul primo divano o sulla prima poltrona disponibile, e cominciava a far matematica. Senza staccarsi più di dosso dal suo ospite.
Mangiava il minimo indispensabile, dormiva tre ore per notte, e per tutta la durata del soggiorno buttava giù dal letto a ore disumane il suo ospite al grido di “Ralph, esisti?”. Il malcapitato era poi costretto a macinar teoremi per tutto il giorno, fino a tarda notte.
Alle mogli non restava che sopportare, e magari fargli di nascosto il bucato, cosa di cui il buon Paul aveva sempre un certo qual bisogno.

Chi ebbe l’avventura di ospitarlo difficilmente riuscì a resistere per più di due settimane. Ma a quel punto, per fortuna, il teorema che aveva scatenato la visita di solito era risolto, per cui il professore
spariva, e andava a tormentare qualcun altro (magari dall’altra parte del mondo) con un nuovo problema.

Pubblicò in più di 25 paesi diversi, e per tutta la vita dormì raramente nello stesso letto per sette notti di seguito.

(Come faceva per i soldi? Effettivamente quel poco che guadagnava tra lezioni e conferenze lo dava via a parenti, colleghi, studenti ed estranei. Non riusciva a non dare soldi a un mendicante, e spesso glieli dava tutti. Faceva donazioni a ogni genere di buona causa.
“Dei socialisti francesi hanno detto che la proprietà è un furto,” disse. “Io penso che sia una seccatura.”

Per sua fortuna, alla morte della madre ci pensò un collega ad amministrare le sue scarse finanze, evitando così che morisse di fame.)

Negli ultimi anni aveva perso quasi completamente la vista da un occhio. I colleghi lo costrinsero quasi a forza a sottoporsi a un trapianto di cornea, ma Erdős era terrorizzato all’idea di perdere tempo utile per la matematica.
“Dottore,” chiese al chirurgo mentre lo trasportavano in sala operatoria “potrò leggere?”
“Ma certo,” rispose il medico “è questo lo scopo dell’operazione”.
Una volta sistemato sul tavolo operatorio, però, si accorse che stavano abbassando le luci in preparazione dell’intervento.
“Ehi!” gridò “Perchè abbassano le luci?”
“Per poter eseguire l’operazione.”
“Ma mi ha detto che avrei potuto leggere!”

Dopo un’estenuante discussione, l’equipe fu costretta a telefonare al Dipartimento di matematica dell’università di Memphis per farsi mandare qualcuno che potesse parlare di matematica con lui durante l’intervento.

Erdős morì nel 1996. Poco prima di morire, stava assistendo a una conferenza e pose una domanda all’oratore. All’improvviso, a metà della frase, si accasciò e perse conoscenza. Lo ricoverarono d’urgenza, e gli impiantarono immediatamente un pace-maker. La sera stessa insistè per essere presente alla cena di chiusura della conferenza. Sorretto dai medici che l’avevano operato, si avvicinò all’oratore del mattino, e disse: “Adesso vorrei finire di porle la mia domanda”.

Alla sua dipartita, uno dei suoi colleghi scrisse a un altro “Spero che ora stia dando al SF problemi di tutti i tipi”.
“Non credo avrà tempo per dargli problemi,” rispose l’altro “Sarà occupatissimo a leggere il suo Libro”.

Sulla sua tomba, nel cimitero di Budapest, è inciso l’epitaffio che volle lui stesso:
Végre nem butulok tovább

Che, come probabilmente avrete già capito, significa:
Finalmente ho smesso di diventare più stupido“.

E ora, ditemi.
Ditemi se un tipo così (matto, rompiscatole, praticamente alieno) non è, anche lui, da amare.

Scongelato da Paul Hoffman, “L’uomo che amava solo i numeri”, 1999.

(a cura di), La consultazione nell’analisi dell’impatto della regolazione

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