Fed ripensamento sul QE

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Tag: dollaro

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FED E BANCA DEL GIAPPONE

Fed e Giappone, banche centrali al tagliando sul Qe: la «festa della liquiditа» puт finire

  • –di Morya Longo
  • 18 Settembre 2020

«Il problema и che c’и un limite a quanto possiamo aspettarci di ottenere da istituzioni indebitate che si indebitano ancora di piщ». Forse parla a titolo personale. Ma Glenn Robert Stevens, il governatore della Banca centrale dell’Australia, ha probabilmente detto ciт che un po’ tutti i banchieri centrali temono: le politiche monetarie ultra-espansive, che si basano su liquiditа ai massimi e su tassi ai minimi per favorire la ripresa dell’economia attraverso l’indebitamento, non possono durare in eterno. Perchй gli effetti collaterali potrebbero prima o poi superare i benefici. E, soprattutto, perchй presto alcune banche centrali non avranno piщ possibilitа di comprare i titoli necessari per poter continuare a iniettare liquiditа sul sistema finanziario come fanno ora. I mercati lo hanno capito: proprio questo li sta mettendo in agitazione.

La settimana entrante, che vede riunirsi la Fed Usa e la Bank of Japan (martedм e mercoledм), si apre sulle Borse con questa consapevolezza: le banche centrali potrebbero presto ripensare la loro politica monetaria. E giа una riflessione и in corso. Il consiglio direttivo della Fed (che sta restringendo la politica monetaria) и spaccato in due: calcola Barclays che su 17 membri, 9 sono a favore di una politica monetaria restrittiva e 8 sono invece a favore di un atteggiamento piщ dolce. Una spaccatura c’и anche all’interno della Bank of Japan. Segno che gli stessi board sono indecisi. E Mario Draghi due settimane fa ha affermato che la Bce sta studiando «tutte le possibili opzioni per assicurare la completa implementazione» del quantitative easing. Come dire: vogliamo andare avanti, ma forse dobbiamo “aggiustare” un po’ il tiro. Questo ripensamento generale и dovuto a vari motivi, alcuni tecnici e altri sostanziali. Il mercato lo sa. E freme.

L’Analisi

L’ostinato autocompiacimento della Federal Reserve

Primo nodo: la scarsitа
Il primo motivo che presto potrebbe indurre le banche centrali a rivedere la loro politica monetaria и banale: per fare quantitative easing (cioи per continuare a stampare moneta come ora) le banche centrali devono comprare titoli sul mercato, ma dopo anni di acquisti i titoli iniziano a scarseggiare. Questo и un problema, ad esempio della Bce. Il suo programma di quantitative easing ha infatti regole ben precise: l’Eurotower non puт acquistare titoli di Stato con rendimenti inferiori a -0,4% (che и il livello del tasso sui depositi) e deve comprare quantitа di titoli in proporzione al peso che ogni Stato europeo ha nel capitale della Bce stessa. Ebbene: calcola Bloomberg che giа oggi ci sono 1.870 miliardi di titoli che non rispettano queste caratteristiche, per cui sono esclusi dal programma della Bce. La conseguenza и ovvia: presto, lasciando cosм le regole, la Bce non avrа piщ abbastanza titoli da acquistare sul mercato per proseguire il quantitative easing come lo conosciamo oggi. Ecco perchй Draghi sta valutando «tutte le possibili opzioni». Ma anche la Bank of Japan corre un rischio analogo. E se non ci sono piщ abbastanza titoli sul mercato, gli stimoli monetari attuali non possono andare avanti. Il mercato lo sa. E da un lato lo teme, mentre dall’altro spera che nuovi “conigli” escano dai cappelli dei banchieri centrali.

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Secondo nodo: l’efficacia
C’и poi un tema di efficacia di queste politiche monetarie ultra-espansive. Da un lato и vero che senza i vari quantitative easing oggi il mondo starebbe molto peggio. И inoltre vero (come ha ribadito Draghi) che in Europa il quantitative easing ha fatto ripartire il credito bancario (anche se non per tutti). Nessuno puт insomma dire che la politica monetaria non funzioni. Anzi. Ma и anche vero che lo sforzo delle banche centrali и sproporzionato rispetto ai risultati. Lo dimostra, per esempio, il fatto che le prospettive future di inflazione non ripartano: come si vede nei grafici a fianco, piщ la Bce e la Bank of Japan stampano moneta, piщ il mercato abbassa le prospettive decennali di inflazione. E lo stesso discorso si puт fare sulla crescita economica. L’elefante della politica monetaria, insomma, sta partorendo un topolino.

L’unico posto dove il quantitative easing ha avuto effetti forti (anche se meno sull’inflazione) и gli Stati Uniti. Ma gli Usa hanno avuto almeno tre vantaggi, che Europa e Giappone non hanno. Uno: la Fed ha agito con estrema tempestivitа. Due: lo Stato ha fatto la sua parte, aumentando il deficit dal 2,8% di fine 2007 al 12,4% del 2009. Tre: negli Usa l’economia и finanziarizzata, per cui le imprese reperiscono credito direttamente sui mercati per l’80% senza dover passare necessariamente dal canale bancario. In Europa e Giappone queste condizioni non sono soddisfatte: la tempestivitа non c’и stata, gli Stati fanno austeritа e il credito и “congelato” in un sistema bancario malato.

Terzo: effetti collaterali
Le politiche monetarie ultra-espansive hanno poi potenziali effetti collaterali: «Aumento delle diseguaglianze sociali, squilibrata allocazione delle risorse e bolle speculative», elenca Alberto Gallo di Algebris. Ma, soprattutto, queste politiche danneggiano le banche, le assicurazioni e i fondi pensione: cioи quei soggetti che, in vario modo, dovrebbero sostenere l’economia. In Europa le banche hanno molti problemi, a partire dai crediti in sofferenza italiani. Ma se la politica dei tassi a zero non avesse eroso i loro ricavi e se regole sempre piщ stringenti le non avessero “imbrigliate”, forse il credito all’economia oggi sarebbe un po’ piщ vivace.

Ecco perchй le banche centrali potrebbero ricalibrare un po’ i loro interventi. La Bank of Japan giа questa settimana dovrebbe rendere il Qe piщ flessibile (cosм si aspetta il mercato), anche per ridurre l’impatto negativo sui fondi pensione. La Bce dovrebbe cambiare un po’ le caratteristiche tecniche verso la fine dell’anno. La Fed dovrebbe attendere un po’ di piщ prima di rialzare i tassi. Ma, sotto sotto, il mercato и teso: teme che, presto o tardi, la festa della liquiditа possa finire.

Fed e BCE, una divergenza tutta da verificare

Uno dei pochi punti fermi nel complicato contesto di mercato che si sta delineando per il 2020 potrebbe essere tutt’altro che indiscutibile. Stiamo parlando della divergenza tra la politica monetaria della Federal Reserve (Fed) USA e quella della Banca centrale europea (BCE) che potrebbe essere infatti tutta da verificare sul campo.

Secondo la maggioranza degli osservatori di mercato, nel 2020 le mosse della Fed, per quanto moderate nella tempistica e nei livelli, dovrebbero proseguire nella direzione del rialzo di tassi USA mentre, al contrario, la BCE dovrebbe continuare nel proprio programma di QE (Quantitative Easing): una divergenza che dovrebbe contribuire a rafforzare ulteriormente il dollaro a spese della moneta unica europea con la parità del cambio eur/ usd in avvicinamento nei prossimi mesi se non, addirittura, nelle prossime settimane.

Alcuni analisti, fanno tuttavia notare che il biglietto verde si è già rafforzato negli ultimi 18 mesi di oltre i 20% rispetto all’euro: pensare che ci siano ancora molti margini di svalutazione è piuttosto arduo se non utopistico.

Tra chi sposa questa tesi c’è anche chi, come Tim Haywood, direttore d’investimento e responsabile delle strategie a reddito fisso di GAM, ritiene che sia la BCE che la Fed rischiano di dover ripensare, e anche piuttosto in fretta, le decisioni assunte nello scorso mese di dicembre. “Negli ultimi quattro decenni, i dati produttivi dell’ISM (l’indice manifatturiero elaborato dall’Institute for Supply Management) sono stati un indicatore fondamentale nel prevedere recessioni quando i valori erano inferiori a 50, come sta accadendo ora. Anche la fiducia delle aziende statunitensi è in difficoltà, secondo molti sondaggi regionali” puntualizza Tim Haywood che si chiede se possa essere questo lo scenario ideale da abbinare al recente rialzo dei tassi americani.

“Ritengo che il rischio di un rovesciamento della politica della Fed nei prossimi 12 mesi sia del 25%: la stessa probabilità che attribuisco ad un possibile ripensamento anche da parte della BCE” sottolinea il manager secondo il quale in Europa la forte crescita dell’offerta monetaria dovrebbe aiutare a sostenere il futuro sviluppo della regione: uno scenario che non sembra combinarsi affatto con ulteriori stimoli da parte della banca centrale europea.

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