Egitto il paese in declino dal 2020

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Coronavirus in Africa: quali sono i paesi colpiti?

Oumy Diallo per AFP-TV5Monde, 26 marzo 2020 – Il primo caso di COVID-19 in Africa è apparso a febbraio in Egitto. Attualmente, 43 paesi africani su 54 risultano colpiti dalla pandemia. Per il momento meno impattato rispetto al resto del mondo, anche il continente africano è a rischio di una diffusione, e mentre l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) teme che l’Africa non “possa” affrontare la pandemia, gli stati stanno prendendo misure.

Il virus sta progredendo nel Maghreb

Algeria

L’Algeria sospende tutti i collegamenti con i paesi europei e diverse capitali nel Medio Oriente. Il bilancio, questo giovedì 26 marzo, è di 21 morti. Secondo il Ministero della Salute, l’Algeria ha registrato i suoi primi quattro decessi il 15 marzo, mentre al 26 marzo sono stati confermati 302 casi di COVID-19, e 65 pazienti sono guariti. Il Presidente algerino Abdelmajid Tebboune ha ordinato la chiusura di tutte le scuole.

Marocco

Al 26 marzo sono stati registrati 225 casi di COVID-19 nel regno. Il paese ha confermato la morte di 6 persone. Le autorità marocchine hanno imposto restrizioni sugli eventi sportivi e culturali, inclusa la chiusura al pubblico degli stadi.

Tunisia

Gli ultimi dati confermano 173 casi. Sei persone hanno perso la vita a causa del virus. Sono sopravvissute due persone. La popolazione al momento è confinata, ed è stato istituito un coprifuoco dalle ore 18 alle 6. La Tunisia ha annunciato la chiusura delle sue frontiere terrestri e aeree. Le pubbliche amministrazioni hanno adottato la sessione unica.

Du nord au sud, la prévention prime

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Egitto

Ventuno persone sono morti a causa del virus. Il paese ha registrato 456 casi confirmati, e riporta anche 95 casi in remissione. Il primo caso di coronavirus è stato annunciato dall’Egitto il 14 febbraio. Durante la conferenza stampa, il Ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled el-Enany, ha voluto rassicurare sul possibile impatto del coronavirus sul turismo nel paese: “In tutto il mondo cìè stato un declino del turismo, incluso in Egitto, ma non siamo stati colpiti più di altri paesi.” L’Egitto ha chiuso i suoi aeroporti fino al 31 marzo.

RDC

Confermati 51 casi e sono morte tre persone. Un primo caso è stato diagnosticato nella Repubblica Democratica del Congo nella capitale Kinshasa, la più grande città dell’Africa francofona, ha annunciato il Ministro della Salute, il medico Eteni Longondo. Si tratta di un uomo di 52 anni di “nazionalità congolese e residente in Francia. E’ arrivato dalla Francia a Kinshasa l’8 marzo. Al momento il paziente è stabile, è isoltao e riceve cure adeguate in una struttura sanitaria,” ha aggiunto il Ministro. La RDC ha adottato un “piano strategico nazionale” per affrontare il coronavirus, ha dichiarato lunedì il direttore dell’Istituto nazionale per la ricerca biologica (INRB), il professor Jean-Jacques Muyembe.

Congo

Un totale di quattro casi sono registrati a Brazzaville. I primi casi furono, secondo il Primo Ministro, “entrambi provenienti da Parigi”. Per questa ragione, il governo aveva annunciato la sospensione “di tutti i voli da paesi ad alto rischio”, ordinando anche la “chiusura di luoghi di culto”, scuole e locali notturni.

Sudafrica

Al 26 marzo i casi di COVID-19 in Sudafrica sono 709. Il primo caso, identificato nel territorio il 12 marzo, era un uomo di 38 anni che era di recente stato in Italia. All’arrivo sul territorio sudafricano l’uomo, la cui nazionalità non è stata specificata, non ha mostrato sintomi. E’ il primo caso noto in Africa meridionale. Attualmente ricoverato in ospedale, il paziente è in isolamento. “Siamo solo all’inizio di tutto questo”, ha avvertito il Presidente Cyril Ramaphosa, invitando tuttavia la popolazione a “non farsi prendere dal panico”. Per il momento, non si sono registrati morti, e 12 pazienti sono in remissione.

Ruanda

​Il Ruanda ha attualmente 41 casi di coronavirus e nessun morto. Il primo caso era di nazionalità indiana. E’ stato stabilito il confinamento generale.

Zambia

Con un primo caso segnalato il 18 marzo, al 26 marzo in Zambia ci sono 12 casi confermati, nessun morto.

Namibia

In Namibia sono stati segnalati sette casi. Il paese ha dichiarato lo stato di emergenza il 17 marzo. Altre due vittime sono state identificate anche in Sudan.

Eswatini (ex-Swaziland)

Il paese ha definito l’epidemia una “emergenza nazionale”. Le competizioni sportive e gli eventi culturali sono stati rinviati all’anno prossimo. Attualmente sono sette i casi confermati.

In Africa occidentale cresce la preoccupazione

Mali

Due casi sono stati rilevati il 25 marzo. Si tratta di due maliani tornati dalla Francia a metà marzo. Le due persone infette sono un residente di Bamako di 49 anni e un uomo di 62 anni di Kayes (ovest), ha dichiarato il governo in una nota. “I due casi sono attualmente curati dalle autorità sanitarie del paese”, e il governo “invita le popolazioni a mantenere la calma e ad attenersi rigorosamente alle misure di prevenzione raccomandate”.

Gabon

Sette casi confermati il 26 marzo. Le scuole sono chiuse dopo il test positivo di uno studente il 12 marzo. Le autorità del Gabon hanno annunciato la chiusura di tutte le scuole fino al 30 marzo.

Guinea

Venerdì 13 marzo, le autorità hanno deciso di vietare le riunioni di oltre 100 persone. Al 26 marzo, le autorità sanitarie del paese hanno registrato sette casi. “Ho appreso stamattina che c’è un caso confermato di coronavirus attualmente ricoverato al centro per il trattamento delle malattie infettive di Nongo”, nella periferia di Conakry, ha affermato il Ministro e medico-colonnello Remy Lamah. “Si tratta di una cittadina belga che è arrivata a Conakry tra 4 e 5 giorni fa, e la quale ha sviluppato sintomi ieri (giovedì) ed è stata portata al centro di Nongo”, ha spiegato senza ulteriori dettagli Lamah.

Guinea Equatoriale

La Guinea Equatoriale ha adottato misure drastiche domenica 15 marzo per arginare la pandemia, in particolare con il divieto di riunioni di oltre dieci persone e l’interruzione del traffico degli autobus. Anche tutte le scuole, così come le “sale ricreative e di intrattenimento”, sono chiuse per “prevenire la diffusione della pandemia che attualmente minaccia il mondo”, ha affermato il Primo Ministro. Queste misure, applicate dal 15 marzo, sono valide per 30 giorni e rinnovabili. Il piccolo paese dell’Africa centrale ha rilevato il suo primo caso confermato di coronavirus il 14 marzo. Si tratta di una donna guineana equatoriale di 42 anni tornata da un viaggio in Spagna. Le compagnie aeree che operano nel paese sono limitate ad un solo volo settimanale. Al 26 marzo sono nove i casi confermati nel paese.

Togo

Ventitré i casi confermati al 26 marzo. “Il primo caso è un paziente di 42 anni che vive a Lomé con la sua famiglia”, ha dichiarato il governo in una nota. “Dal 22 febbraio al 2 marzo, è stata successivamente in Benin, in Germania, in Francia, e in Turchia, prima di tornare a Togo via il confine terrestre col Benin di Sanvi Condji il 2 marzo 2020.” Il governo togolese assicura che “tutte le persone che sono state in contatto con il paziente siano state identificate e messe in quarantena”.

Costa d’Avorio

Ottanta i casi di COVID-19 registrati al 26 marzo, e tre pazienti attualmente in remissione. Il governo sta rafforzando le misure di protezione e ha limitato l’accesso al territorio: ora chiunque arrivi in Costa d’Avorio trascorrerà 14 giorni in quarantena e il paese chiude i suoi confini a tutti viaggiatori non ivoriani provenienti da paesi in cui sono stati rilevati più di 100 casi di coronavirus, mentre è stata decisa la chiusura di tutte le sue moschee per 15 giorni. Il primo caso è stato rilevato il 10 marzo, un uomo di 45 anni tornato dall’Italia.

Burkina Faso

Le autorità del Burkina Faso hanno annunciato un decesso il 18 marzo. Questa morte correlata al coronavirus è la prima ad essere stata confermata nell’Africa sub-sahariana. Al 26 marzo siamo a quattro morti confermate. Il paese di 20 milioni di abitanti, al 24 marzo aveva 146 casi confermati di COVID-19. Inoltre, da lunedì sera, circa sessanta passeggeri di un volo Ethiopian Airlines sono in quarantena in un hotel a Ouagadougou a causa di un caso sospetto a bordo. Si tratta di un cittadino cinese.

Senegal

Mercoledì 18 marzo, l’associazione degli Imam e Ulema del Senegal ha lanciato un invito a fermare le preghiere nelle moschee per arginare la diffusione del coronavirus. Al 26 marzo, in Senegal sono stati registrati 105 casi di contaminazione, con il primo caso confermato il 2 marzo, come ha annunciato il medico Alyose Waly Diouf, portavoce del Ministero della Salute e di Azione sociale. Nove persone sono attualmente in remissione.

Camerun

Il 17 marzo, il Ministro della Sanità pubblica, Manaouda Malachie, ha annunciato la “registrazione” a Yaoundé di cinque casi aggiuntivi di “persone infette dal coronavirus. La diffusione del virus sta progredendo. Siamo a 75 casi totali confermati, un morto e due persone in remissione.”

Repubblica Centrafricana

Con tre casi attuali sul suo territorio, Bangui ha imposto una quarantena ai viaggiatori provenienti da paesi infetti dal coronavirus e proibisce qualsiasi viaggio nei paesi colpiti da COVID-19. Il Ministero della Salute ha deciso di concentrarsi sull’igiene pubblica: alle persone viene chiesto di lavarsi le mani in luoghi pubblici e di evitare i saluti con le mani.

Mauritania

Con tre casi confermati al 26 marzo, la Mauritania ha deciso di chiudere i suoi aeroporti ai voli da e verso l’estero. A partire dal 21 marzo, il governo aveva già annunciato la “chiusura di scuole pubbliche e private, comprese università e istituti, per un periodo di una settimana che potrebbe essere soggetto a rivalutazione”.

Bénin

Un primo caso è stato diagnosticato il 16 marzo. Al 26 marzo sono stati confermati sei casi.

Niger

Un paese del Sahel tra i più poveri del mondo, il Niger ha registrato il suo primo caso di coronavirus il 19 marzo. Si tratta di un uomo arrivato a Niamey dal Togo. Sarebbe passato attraverso il Ghana, la Costa d’Avorio e il Burkina Faso, ha dichiarato il Ministro della Salute. Al 26 marzo erano stati registrati otto casi. Già il 17 marzo, il Niger ha chiuso i suoi istituti di istruzione, i suoi confini terrestri con i suoi sette vicini e gli aeroporti di Niamey e Zinder (sud) per evitare di essere colpiti dal virus.

Per il momento, la Liberia e la Gambia hanno confermato solo tre casi di pazienti nei rispettivi territori.

Colpito anche l’est del continente

Somalia

Sulla scia dell’annuncio del suo primo caso, la Somalia ha deciso di vietare tutti i voli internazionali – compresi gli aerei cargo – da e per il paese, con l’esclusione di voli umanitari. Mogadiscio ha confermato due casi di pazienti il 26 marzo.

Al 26 marzo sono stati identificati undici casi a Djibouti.

Kenia

Con 31 casi registrati fino ad oggi, il Kenia proibisce l’accesso al territorio per i viaggiatori provenienti da paesi (ad alto rischio), ad eccezione dei suoi cittadini o residenti.

Etiopia

Il secondo paese più popoloso dell’Africa ha annunciato tre nuovi casi il 15 marzo, persone che erano stati in diretto contatto con la prima persona infetta nel paese. Al momento sono 12 le persone confermati positive al COVID-19.

Tanzania

Mentre un primo caso era stato riportato il 16 marzo, al 26 marzo i casi confermati sono saliti a 13.

Madagascar

23 i casi confermati nel paese al 26 marzo, e finora nessuna morte correlata al virus.

Nigeria

La Nigeria ha attualmente 51 casi confermati e un decesso di coronavirus, con due persone ufficialmente in remissione. La più grande economia africana, in gran parte dipendente dal petrolio, potrebbe essere colpita duramente dagli effetti della pandemia globale. “La conseguenza è che ci sarà un calo delle entrate nel bilancio, che significa ridurne le dimensioni,” ha dichiarato il Ministro delle Finanze Zainab Ahmed. Il Presidente Muhammadu Buhari ha formato un comitato che deve riferire a lui mercoledì prossimo su come limitare l’impatto economico negativo il più rapidamente possibile.

Ghana

Al 26 marzo sono 132 i casi di coronavirus confermati in Ghana, con quattro morti e un paziente in remissione. Il Presidente Nana Akufo-Addo ha annunciato un piano da 100 milioni di dollari per aiutare il paese a far fronte alla pandemia. Tutti i funzionari del Ghana hanno il divieto formale di recarsi all’estero.

Storia e importanza attuale della diaspora egiziana

Carta di Laura Canali.

Quinta puntata della serie sulle diaspore nordafricane. Gli egiziani all’estero da altoparlanti del nasserismo a fonti di rimesse. Attivisti e intellettuali espatriati sotto la lente del regime. Dalle piramidi alle Alpi.

Questa è la quinta puntata di una serie in esclusiva per Limesonline dedicata alle diaspore nordafricane.
Tutte le puntate, dopo la pubblicazione, sono disponibili a questo link.

Le statistiche delle autorità del Cairo quantificano con precisione gli egiziani che hanno lasciato il paese natio: esattamente 10.247.303 alla fine del 2020, di cui circa sette milioni nel mondo arabo, un milione in Europa, 1,8 milioni nelle Americhe, 311 mila tra Asia e Australia, 45 mila in Africa.

La storia dell’emigrazione egiziana affonda le proprie radici nel XIX secolo. Allora, l’Egitto spiccava nel mondo arabo perché de facto indipendente dal giogo ottomano dalla salita al potere di Muhammad Ali, albanese giunto nel 1799 come ufficiale turco per contrastare l’invasione napoleonica e poi nominato governatore del paese nordafricano. Ali fu fautore di una serie di opere di modernizzazione dell’Egitto (proseguite anche sotto il controllo britannico tra il 1882 e il 1952) che condussero soprattutto Il Cairo e Alessandria a ospitare un’élite che viaggiava tra Nord Africa, Levante e Golfo. Al contempo, l’Egitto attirava studenti di altre regioni arabe fungendo da sorta di incubatore, in qualche modo anticipando il nazionalismo arabo di Gamal Abdel Nasser. In questa prima fase, l’emigrazione egiziana è elitaria nella composizione e intra-araba nella destinazione.

Con la caduta della monarchia di re Faruq (ultimo discendente di Muhammad Ali) e la conquista del potere da parte dei cosiddetti “ufficiali liberi” prima e della stella nascente Gamal Abdel Nasser poi, il governo prese in mano le redini dei flussi in uscita. Il Cairo fece ricorso a un’emigrazione temporanea qualificata – composta in special modo da insegnanti – per diffondere in Africa, America Latina e nel resto dei paesi arabi i pilastri del nasserismo terzomondista, anticolonialista e antisionista. L a fuoriuscita di manodopera poco qualificata fu invece sostanzialmente proibita se non inquadrata da accordi intergovernativi: si temeva il formarsi di comunità di espatriati opposti al regime patrio. Cosa che accadde con parte dei Fratelli musulmani, fuggiti alle maglie del controllo governativo. Il tramonto dell’epopea nasseriana fu suggellato dalla sconfitta araba nella guerra dei Sei giorni. La disfatta del 1967 fu la goccia che fece traboccare il vaso della crisi economica e spinse il successore di Nasser, Anwar Sadat, all’attuazione dell’infitah: un’apertura in senso liberale, anche nella gestione migratoria.

Nel 1971, la nuova Costituzione consacrò il diritto all’emigrazione temporanea o permanente (art.52). Negli anni successivi, sulla scia della crisi petrolifera conseguente alla guerra dello Yom Kippur, il crescente fabbisogno di manodopera nei paesi produttori di greggio portò molti egiziani a partire per le petromonarchie del Golfo e per la Libia. Proprio quest’ultima rappresentò fino ai primi anni del regime di Muammar Gheddafi la meta privilegiata degli egiziani, poi reindirizzatisi verso il Golfo. Tuttavia, il declino dei prezzi del greggio a partire dal 1979 spinse i decisori politici ad alcuni cambiamenti strutturali nel mercato del lavoro, tra cui l’assunzione di immigrati asiatici (più economici e meno suscettibili di essere attivi politicamente rispetto agli egiziani), il maggior coinvolgimento della popolazione locale e l’introduzione di ostacoli all’immigrazione permanente. Un contesto che ha gradualmente reindirizzato i flussi verso la Giordania, oggi secondo paese nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa per presenza di cittadini egiziani. Dopo l’Arabia Saudita e prima degli Emirati.

Quando si parla di diaspora egiziana nel mondo arabo, non si può trascurare la centralità politica dell’Egitto nella regione. Le vicende dei suoi cittadini nei paesi “fratelli” sono state tradizionalmente ostaggio dell’andamento delle relazioni tra Il Cairo e le altre capitali dall’Atlantico al Golfo. Oltre alle altalenanti relazioni tra Egitto e Libia e al conseguentemente variabile trattamento degli egiziani nella fu Jamahiriya, è esemplare ciò che accadde nel 1990 in Iraq. Saddam Hussein ordinò infatti l’espulsione del milione di egiziani presente nel paese come reazione al sostegno di Hosni Mubarak all’operazione Desert Storm, lanciata da Washington contro Baghdad durante la prima guerra del Golfo. Molti degli espulsi vennero accolti da una fedele amica dell’Egitto, l’Arabia Saudita.

L’emigrazione egiziana verso l’Occidente ha inizio negli anni Settanta, post-infitah. Oltre a studenti e dissidenti, si segnala la categoria particolare dei copti, cristiani d’Egitto in fuga dalla reviviscenza dell’Islam politico. Agli anni Novanta risalgono invece i flussi di migranti irregolari di fronte alla chiusura delle frontiere europee. Stando a dati del 2020, i tre paesi occidentali con la comunità egiziana più numerosa risultano essere gli Stati Uniti (circa 980 mila individui), il Canada (circa 600 mila) e l’Italia.

Carta di Laura Canali – 2020

La traiettoria della diaspora rappresenta anche l’evoluzione delle modalità con cui il governo ha sfruttato i propri cittadini all’estero. Inizialmente come strumento di soft power – con la diffusione dell’ideale panarabo di matrice nasseriana – per poi ripiegare, con l’infitah, sull’emigrazione come risorsa economico-demografica. In tal senso, i flussi in uscita hanno rappresentato (e tuttora rappresentano) un’importante valvola di sfogo per un paese in preda a pressione demografica e disoccupazione. La popolazione ha da poco ha toccato i 100 milioni di abitanti (con una crescita demografica annua del 2%), a fronte di un tasso di disoccupazione che, seppure in calo, tocca l’11,3% contro una media mondiale del 4,5%. La diaspora rappresenta inoltre un’importante fonte di reddito: le rimesse inviate con mezzi tracciabili verso la patria rappresentano il 10,2% del pil totale del paese.

Il percorso dell’attivismo politico della diaspora egiziana – limitato a quella stabilitasi in Occidente, dove possono esprimersi senza temere ripercussioni da parte dei paesi ospitanti – è simile a quello descritto per i libici all’estero. A una fase di paura del controllo e delle possibili ritorsioni del Cairo ha fatto seguito l’emersione in seguito alla rivoluzione del 2020. A differenza della diaspora libica, perlopiù socialmente omogenea, quella egiziana si presenta però come frammentata secondo linee di frattura ideologica, sociale e religiosa.

Elemento catartico e unificante di queste differenze furono gli eventi di piazza Tahrir. In particolare, a raccogliere intorno a sé una platea varia che includeva copti e Fratelli musulmani, nasseristi e liberali, cairoti e nativi dell’Alto Egitto fu l’Associazione nazionale per il cambiamento (Nac), formatasi già nel febbraio 2020 e promossa da Mohammed El Baradei. L’ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, premio Nobel per la pace nel 2005, fu riconosciuto come persona adatta a parlare a compatrioti che avevano vissuto abbastanza a lungo in Occidente da saper apprezzare richieste in merito a democrazia rappresentativa, giustizia sociale e welfare.

I fatti del gennaio 2020 diedero la stura alle rivendicazioni dentro e fuori l’Egitto. Una delle richieste principali della Nac, la concessione agli egiziani residenti all’estero di votare dal paese di residenza, fu soddisfatta nel 2020. La misura pagò già a partire dalle elezioni parlamentari del novembre di quell’anno, quando l’affluenza nelle ambasciate e nei consolati di oltre cento paesi nel mondo oscillò tra il 60 e il 70%, stando al ministero degli Esteri. La parentesi democratizzante si chiuse con il colpo di Stato del luglio 2020, che spodestò il fratello musulmano Muhammed Morsi dalla carica di presidente della Repubblica, aprendo la pagina del “regno” del generale Abdelfattah al Sisi. Gli egiziani all’estero continuano a votare, ma non sono disponibili dati sull’affluenza.

La rivoluzione del 2020 innescò una serie di ondate migratorie parzialmente sovrapponibili. I primi a lasciare il paese furono uomini d’affari e politici vicini al regime, prevedibilmente impauriti dalla possibilità di future limitazioni di movimento e ritorsioni nell’era post-Mubarak; a questi vanno aggiunti molti copti, intimoriti dalla progressiva ascesa della Fratellanza musulmana e dalla possibilità di persecuzioni. Tra il 2020 e il 2020, il numero di richieste d’asilo avanzate dai cristiani d’Egitto all’ambasciata di Germania al Cairo triplicò. Una seconda fase giunse con la caduta di Morsi, quando a preoccuparsi per la propria incolumità furono gli islamisti (Fratelli musulmani in testa), i quali optarono perlopiù per paesi “amici” della Fratellanza come Turchia e Qatar. L’ultima ondata – la più duratura – è stata innescata nel 2020 dal sempre maggiore autoritarismo di al Sisi e coinvolge soprattutto attivisti, artisti e intellettuali d’opposizione.

Quanto alle iniziative della diaspora egiziana più impegnata, non ci sono gruppi politici che abbiano saputo replicare la trasversalità della Nac di Baradei, anche a causa di una polarizzazione “di ritorno” tra islamisti e secolaristi. Più variegato il panorama mediatico, sebbene anch’esso ricalchi in larga misura la citata suddivisione. Egiziani già membri o vicini alla Fratellanza lavorano come giornalisti per testate finanziate dal Qatar come Aljazeera e Al Arabi al Jadid oppure hanno fondato canali televisivi come Al Sharq o Al Mekameleeen, entrambi trasmessi dalla Turchia. Tra i media promotori di un laicismo e lanciati da giovani figura invece Al Mawqif Al Masri. Infine, si registrano organizzazioni per la difesa dei diritti umani costrette all’esilio, come il Cairo Insitute for Human Rights o la Freedom Initiative.

Il regime di al-Sisi sembra prendere molto sul serio la diaspora attiva in settori che possono nuocere all’immagine nazionale. Nel 2020, è stata istituita un’Alta commissione permanente sui diritti umani il cui mandato principale è contestare le critiche fatte alle autorità del Cairo su scala mondiale. Periodicamente i media governativi pubblicano “liste di proscrizione” contenenti organizzazioni per i diritti umani accusate di collusioni con la Fratellanza musulmana o di finanziamenti occidentali. Altre organizzazioni sedicentemente indipendenti sono state cooptate dal Cairo per difenderne l’operato di fronte a consessi internazionali come il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Infine, numerosi sono gli arresti di attivisti operanti all’estero; si ricordano l’avvocato Inrahim Hagazi – cofondatore di un gruppo che indaga sui casi di scomparsa a opera di forze governative, arrestato nel 2020 all’aeroporto del Cairo – o Ismail Alexandrani, ricercatore e specialista di Sinai che aveva collaborato per l’Egyptian Initiative for Personal Rights ed è stato arrestato nel 2020 al ritorno nella capitale. E ovviamente Patrick Zaky, studente egiziano all’università di Bologna, attivista sulle tematiche di genere e imprigionato al Cairo, torturato nel febbraio di quest’anno e ancora in custodia cautelare.

Altrettanto draconiane le misure contro i media. Centinaia di siti sono oscurati in Egittto (anche se basati nel paese stesso, come Mada Masr) e il governo ha adottato misure giudiziarie ed extra-giudiziarie contro giornalisti, come nel caso di Aboul Fotouh, candidato alle presidenziali nel 2020 arrestato nel 2020 dopo essere tornato in patria dal Qatar, dove aveva rilasciato un’intervista in cui criticava al Sisi.

Una parte consistente della diaspora egiziana si trova proprio in Italia. Secondo un rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, gli egiziani in Italia erano 140.651 al primo gennaio 2020. Composta perlopiù da uomini, questa comunità risiede soprattutto al nord (il 66,4% nella sola Lombardia), dove opera in particolare nel commercio, nella ristorazione, nell’industria e nell’edilizia. Secondo le statistiche del Cairo, invece, la comunità sarebbe molto più numerosa, aggirandosi sui 560 mila membri nel 2020. Un divario considerevole che può essere in parte spiegato dal fatto che i numeri egiziani considerano anche gli immigrati irregolari e chi nel corso degli anni ha acquisito la cittadinanza italiana (e non rientra nel novero degli stranieri secondo Roma).

Il rapporto “migratorio” tra Egitto e Italia è basato su una reciprocità storica. Alla metà degli anni Venti del XIX secolo, all’ombra delle piramidi vivevano circa 50 mila italiani. Mercanti, commercianti, professionisti, ma anche tecnici e manovali specializzati giunti in terra d’Africa per partecipare ai lavori di costruzione del canale di Suez. Il Cairo e Alessandria erano i centri con gli insediamenti più numerosi; tra gli italiani più noti nati nella metropoli egiziana sul Mediterraneo si contano Giuseppe Ungaretti e Filippo Tommaso Marinetti. Il cosmopolitismo dell’Egitto e con esso la comunità italiana ivi residente iniziarono nei decenni successivi gradualmente a scomparire.

Quanto agli egiziani, il loro arrivo in Italia risale alla seconda metà degli anni Settanta: il censimento Istat del 1981 ne registrava 2.970. Stando ai dati del già citato rapporto del ministero del Lavoro, sono sempre più integrati. Sul totale della comunità, il 64,6% sono soggiornanti di lungo periodo; nel 2020 in 1.477 hanno acquisito la cittadinanza italiana, di cui più del 56% per acquisizione da genitori “neo-italiani” o per essere nati nel nostro paese, a indicare una stratificazione generazionale del fenomeno migratorio. È cresciuto anche il numero di studenti egiziani immatricolati negli atenei italiani negli ultimi cinque anni. Dal punto di vista lavorativo ed economico, gli egiziani si posizionano al sesto posto nella graduatoria dei titolari di imprese individuali tra gli immigrati non comunitari (18.600 persone). Un discreto benessere economico ha permesso il costante aumento del volume delle rimesse inviate in patria: 32,8 milioni di euro nel 2020.

Un’ultima nota, quando si parla di immigrazione in Italia, riguarda l’arrivo di migranti irregolari sulle nostre coste. Nel 2020, quella egiziana non figurava tra le prime dieci nazionalità degli sbarcati. Tuttavia, a essere numerosi sono stati i rimpatri forzati verso l’Egitto: 363 secondo il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. A regolare i rientri è l’accordo “in materia di riammissione” firmato tra il governo di Roma e quello del Cairo nel gennaio 2007, arrivato ipoteticamente a controbilanciare l’ “Accordo di cooperazione in materia di flussi migratori bilaterali per motivi di lavoro” sancito nel 2005. Se quest’ultimo si proponeva infatti come obiettivo principale l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoratori migranti dall’Egitto, l’accordo del 2007 ha velocizzato le procedure di identificazione e rimpatrio di egiziani irregolari.

Tuttavia, l’Egitto non rientra tra i paesi considerati “sicuri” secondo il piano rimpatri presentato nell’ottobre 2020 dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal ministro degli Esteri Luigi di Maio . Un’aporia di non immediata risoluzione, vista l’arrendevolezza della diplomazia nostrana nei rapporti con Il Cairo. Di cui la gestione del caso Regeni è un triste esempio.

EGITTO, la morte di Mubarak. A 91 anni si è spento l’ex rais

Per l ‘Occidente il generale succeduto a Sadat ha rappresentato un imprescindibile “uomo forte” nello scacchiere mediorientale. Forse il suo declino è iniziato con lo scontro intestino sottotraccia per il controllo dell’economia del Paese arabo

Muhammad Hosni Sayyid Ibrahim Mubārak è morto oggi all’età di novantuno anni in un ospedale militare della capitale egiziana.

Militare di carriera (era un generale dell’aeronautica) e successivamente anche personalità politica di primo piano nel mondo arabo, aveva ricoperto la carica di presidente del suo Paese per quasi trent’anni, a partire dal 14 ottobre 1981 (nell’immediatezza dell’assassinio del suo predecessore Anwar al-Sadat, azione compiuta da militari ribelli appartenenti al movimento dei Fratelli musulmani) fino all’11 febbraio 2020, quando venne deposto a seguito delle partecipate proteste di piazza che lui fece reprimere duramente.

A diffondere la notizia sono stati i media egiziani e, in seguito, la conferma del decesso è stata data alcuni minuti dopo dai suoi famigliari.

Mubarak aveva detenuto il potere per trenta anni, uno dei simboli di quell’autoritarismo in Nord Africa e nel Medio Oriente (i cosiddetti Paesi arabi «moderati») del quale l’Occidente ha avuto estremo bisogno nel tentativo di mantenere gli equilibri politici e strategici nell’importante regione.

Secondo quanto riferito dal figlio Alaa, Mubarak era stato ricoverato un mese fa in terapia intensiva a causa di un problema di salute, dove era stato sottoposto a un intervento chirurgico, ricovero confermato anche dal suo avvocato.

Nel 2020 la sua deposizione aveva aperto la strada alle prime elezioni democratiche nel Paese, nelle quali si era poi affermato il partito di matrice fondamentalista dei Fratelli musulmani (Ikwan al-Islami), formazione politica fino a quel momento duramente repressa dal regime autoritario, ma laico, al cui vertice c’era Mubarak.

Il successivo esecutivo uscito dalle urne, quello presieduto da Mohamed Morsi (anche lui recentemente deceduto in stato di detenzione) era stato a sua volta abbattuto da un colpo di stato militare, dopo che nuovi gravi e violenti disordini avevano riportato il Paese sull’orlo del caos.

Il generale dell’esercito Abdel Fattah al-Sisi, responsabile di quel colpo di stato, tuttora alla guida dell’Egitto, aveva ottenuto successivamente una formale sanzione al suo insediamento grazie alla sua elezione alla carica di presidente nelle successive elezioni.

Nel 2020 Mubarak era stato assolto dalla corte d’appello dall’accusa di aver dato l’ordine di sparare e uccidere manifestanti nel corso dei moti di piazza Tahrir del 25 gennaio 2020, ai quali si attribuisce la spallata della piazza che avrebbe messo fine al suo potere.

La prima sentenza di condanna all’ergastolo emessa a carico dell’ex rais per la morte di centinaia di manifestanti durante la Primavera egiziana, era stata successivamente ribaltata dal grado di giudizio successivo, che aveva stabilito la ripetizione del processo.

Mubarak poté così uscire dall’ospedale militare di Maadi, a sud del Cairo, dove era stato astretto a detenzione.

Coinvolto complessivamente in quattro processi anche con le accuse di corruzione e appropriazione indebita, alla fine ne era sempre uscito assolto, tranne che nel caso del procedimento intentatogli per aver utilizzato in concorso con i suoi figli del denaro pubblico allo scopo di ristrutturare la sua residenza personale, nel quale gli venne irrogata una condanna a tre anni di reclusione, per altro già scontata in precedenza nel corso de periodo della sua custodia cautelare.

Si può forse affermare che i suoi figli rientrino appieno nella sua fase di declino e caduta in disgrazia, infatti, l’inizio della fine del suo potere – condiviso con un establishment formato da alti gradi delle forze armate e altre componenti del micidiale Deep State egiziano – quello “Stato profondo” che in buona parte gli è sopravvissuto – può essere collocato immediatamente prima dell’esplosione delle proteste di piazza che dettero il via alla “Primavera egiziana”.

Una dinamica tutta interna ai palazzi del potere egiziani alla quale non è mai stato conferito adeguato risalto dai media.

Essa, avrebbe preso avvio nelle forme di uno scontro sottotraccia quando, ormai già malato, il presidente egiziano avrebbe tentato di sbilanciare in favore del gruppo di potere riconducibile al proprio figlio la gestione di una significativa fetta dell’economia nazionale, che, storicamente, nella sua massima parte è controllata da militari, elementi dei vari mukhabarat (gli apparti di intelligence) e uomini d’affari a loro vicini.

Un comunicato ufficiale diffuso nel pomeriggio ha reso noto che le esequie del deposto quarto presidente della Repubblica egiziana si occuperanno le stesse forze armate.

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