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Chi guadagna e chi perde a WS

Investire in opzioni binarie vuol dire anche fare delle piccole incursioni in Borsa, per questo le tendenze macroscopiche dei titoli devono sempre essere annotate dal buon investitore. Per avere indicazioni sul futuro prossimo, vediamo l’ultima chiusura di Wall Street.

Secondo molti broker internazionali, l’anno prossimo, il mercati europei andranno molto meglio di Wall Street. La piazza america, in queste settimane, è apparsa molto contrastata. Per avere notizie sul da farsi con il proprio portafoglio d’investimenti, consideriamo l’ultima chiusura della borsa di New York.

La settimana scorsa è stata archiviata con una chiusura molto contrastata: il Dow Jones ha guadagnato lo 0,6 per cento, lo S&P 500 ha ratto registrare un lievissimo +0,3% e il Nasdaq Composite ha perso lo 0,4%.

Sicuramente ha inciso parecchio la pubblicazione dei dati sull’occupazione che aprono spiragli positivi per l’America che è riuscita a portare sotto i livelli del 2008 l’indice di disoccupazione. Peccato che l’ultima pubblicazione dell’indice Michigan illustri un calo della fiducia dei consumatori, forse legato ai timori persistenti sul fiscal cliff.

Sotto il profilo azionario, guadagnano bene i titoli bancari con Bank of America, JP Morgan Chase & Co. e Citigroup che avanzano rispettivamente dell’1,7, del 2,6 e dell’1,7 per cento.

M0lto interessante sotto il profilo speculativo, l’ascesa di Groupon che guadagna il 23 per cento dopo la notizia dell’interesse di Google per il sito specializzato in promozioni.

Riforma degli enti locali della Sardegna: ecco chi guadagna e chi perde

La legge appena approvata dal consiglio regionale entrerà in vigore a metà meggio: una rivoluzione che costerà 600 milioni di euro

SASSARI. L’isola riparte dalle Unioni dei comuni. La nuova Sardegna disegnata dal Consiglio regionale dice addio alle vecchie province e prevede una nuova architettura che si fonda sulle aggregazioni tra più centri vicini. Una rivoluzione non solo geografica. Perché la cancellazione delle province comporterà una ridistribuzione di tutte le sue funzioni, il trasferimento del personale da un ente all’altro e una nuova forma di finanziamento per quegli enti rinforzati che saranno la Città metropolitana di Cagliari e la Rete metropolitana di Sassari. Una Sardegna a due velocità, insomma. Con i due storici capoluoghi da una parte e il resto dell’isola dall’altra. Una nuova cartina mal digerita da quei territori – Olbia su tutti, ma anche Nuoro, Oristano, Sulcis, Ogliastra – che si sono visti ridimensionati.

I termini. Il nuovo assetto diverrà effettivo entro 105 giorni dalla approvazione della legge. La nuova Sardegna, dunque, vedrà la luce a metà maggio. Sarà entro quella data che i comuni dovranno per forza associarsi in unioni. Un obbligo che non riguarda né i 17 comuni della Città metropolitana di Cagliari, né le città medie Sassari, Olbia, Nuoro, Oristano, Carbonia-Iglesias. Ma mentre la prima darà vita alla Rete metropolitana, equiparata allo status di Cagliari, le altre città dovranno accontentarsi delle Rete urbana.

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Costi invariati. La riforma costerà 600 milioni di euro. Stessa cifra di quello che era il costo annuale delle vecchie province. Dunque, nessuna cura dimagrante, ma solo un necessario riordino degli enti locali, anche alla luce della legge Delrio, che si appresta a ridisegnare un’Italia senza province.

Duemila dipendenti. Il via libera del Consiglio regionale alla riforma Erriu ha fatto tirare un enorme sospiro di sollievo al centrosinistra che in questi mesi ha dovuto affrontare divisioni e scontri. Ma soprattutto è stato accolto come una liberazione dai dipendenti delle vecchie 8 province che da quasi 4 anni, da quando il referendum ne aveva sancito la cancellazione, vivevano nella più totale incertezza. Duemila lavoratori che potranno conservare il loro posto e le loro mansioni. A cambiare sarà il referente e in alcuni casi il luogo di lavoro.

Competenze. Il loro ente di riferimento, infatti, non sarà più la provincia ma l’Unione dei comuni. Ad essa verranno conferite quasi tutte le funzioni che facevano capo alla provincia. Dalle risorse idriche all’agricoltura, al commercio, ma anche beni e attività culturali, sport, cultura e lingua sarda, istruzione, viabilità, turismo. Entro tre mesi la giunta dovrà stabilire in quale momento le funzioni traslocheranno alle Unioni. Un passaggio che avverrà gradualmente, in base alla complessità del settore. Con la stessa delibera verrà avviato anche il percorso di trasferimento del personale, che seguirà il settore di appartenenza. Con l’obiettivo di confermare i lavoratori nei loro territori. Un obiettivo che sarà più facile da raggiungere laddove ci saranno enti più titolati.

L’Agenzia per il lavoro. Tutte le funzioni, dunque, dalle province alle Unioni dei comuni. A fare eccezione sarà solo il lavoro, che invece sarà trasferito alla Regione. I dipendenti degli attuali Csl, centri servizi per il lavoro, passeranno sotto l’Agenzia regionale prevista dal disegno di legge 216. E in questo caso i tempi per il loro trasferimento saranno dettati in un secondo momento dalla legge che istituirà l’Agenzia.

Scuole e strade. La riforma che di fatto ha cancellato le Province continua a mantenerle in vita. Ma diversamente non potrebbe fare. Anche perché finché non viene modificata la Costituzione le vecchie province continuano a esistere. E così fino a ottobre, quando è previsto il referendum costituzionale, viabilità e istruzione saranno ancora di competenza degli storici enti. E, dunque, anche i lavoratori di quei settori. La Gallura tornerà sotto Sassari, l’Ogliastra sotto Nuoro, Medio Campidano e Sulcis Iglesiente al Sud.

Ambiti strategici. Quelle funzioni poi dovrebbero essere trasferite alle Unioni dei comuni, ma solo sulla carta. Alla fine infatti dovrebbero passare agli Ambiti territoriali strategici, i nuovi enti formati da più unioni di comuni a cui competeranno le funzioni di area vasta già esercitate dalle Province. Dunque, le competenze su strade e scuole resteranno dove sono, anche perché sarebbe complicato ridurle a un livello comunale e impossibile attribuirle in blocco alla Regione.

Finanziamenti. È stato il tema che più di tutti ha infuocato il clima intorno alla riforma. Perché a ogni ente equivale un tipo di finanziamento. Tutte le Unioni dei comuni concorreranno alla ripartizione del Fondo unico regionale, che la Regione auspica di poter incrementare. Più soldi arriveranno invece a Cagliari grazie allo status di città metropolitana, ma anche a Sassari, la cui Rete metropolitana dovrà essere equiparata a Cagliari con una norma di attuazione. Per queste unioni speciali, dunque, fondi ad hoc non solo regionali, ma anche nazionali ed europei.

Pensioni, quota 100 e stop Ape: ecco chi ci perde e chi ci guadagna

tratto da “IlMessaggero.it”

Secondo le prime indiscrezioni, in attesa che i progetti siano definiti nei dettagli, sembrerebbe possa essere accantonata l’esperienza dell’Ape social ma anche la pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica prevista ora per i lavoratori precoci impegnati in attività gravose o per quelli e che pur contando su questo numero di anni di contributi ora sono disoccupati. In pratica si lavora a un’ipotesi di quota 100 con almeno 64 anni di età (e quindi almeno 36 di contributi) o un’uscita con 41 anni e mezzo di contributi escludendo dal computo però i contributi figurativi (includendo al massimo due, tre anni). Ecco alcuni esempi di chi potrebbe guadagnarci o chi perderci nel 2020 rispetto alla situazione attuale:

IMPIEGATO PUBBLICO NATO NEL GENNAIO 1955 CHE LAVORA DALL’82: CI GUADAGNA, potrebbe andare in pensione nel gennaio 2020, a 64 anni con 37 anni di contributi. Con le regole attuali resterebbe invece al lavoro fino al 2022, uscendo dopo i 67 anni di età dato che dovrebbe esserci un nuovo scatto per l’aspettativa di vita.

DONNA ORA DISOCCUPATA NATA NEL GENNAIO 1956 CHE HA LAVORATO DAL 1985 al 2020: CI PERDE. Se l’Ape social continuasse nel 2020 potrebbe chiedere a 63 anni e 5 mesi di avere il sussidio dato che è ha esaurito da oltre tre mesi la Naspi, è disoccupata e ha almeno 30 anni di contributi. Le madri, al momento, hanno poi un maggiore ‘scontò sui contributi per ogni figlio: un anno per figlio con un massimo di due anni. Con le nuove regole in arrivo, non avendo i contributi necessari alla quota 100 potrebbe dover aspettare – se non ci sarà una clausola di salvaguardia ad hoc – i 67 anni andando quindi nel 2023 (a questo andrà aggiunta la nuova aspettativa di vita nel 2021 e nel 2023).

LAVORATORE PRECOCE NATO ALL’INIZIO DEL 1960 CHE LAVORA DA 1978 CON LUNGHI PERIODI DI CASSA INTEGRAZIONE, impegnato in attività GRAVOSE. CI PERDE: Con le regole attuali uscirebbe nel 2020 con 41 anni e cinque mesi di contributi (l’anno prossimo scatta l’aumento di cinque mesi legato all’aspettativa di vita). Con le nuove regole dai 41 anni e mezzo di contributi necessari verrebbero esclusi alcuni anni di contributi figurativi previsti dalle regole sulla cassa integrazione e dovrebbe aspettare di avere 43 anni e tre mesi di contributi e uscire con la pensione anticipata.

LAVORATORE NATO NEL 1956 IMPIEGATO IN UNA GRANDE AZIENDA DAL 1978 SENZA AVER MAI AVUTO PERIODI DI CONTRIBUZIONE FIGURATIVA: CI GUADAGNA; con le nuove regole andrebbe in pensione nel 2020 con 41 anni e mezzo di contributi. Con le regole attuale dovrebbe aspettare di raggiungere almeno i 43 anni e tre mesi di contributi uscendo nel 2021 (e subendo probabilmente un nuovo aumento dell’aspettativa di vita).

PENSIONATO «D’ORO»: CI PERDE, MA NON È DETTO: se scattano i tagli alle pensioni superiori ai 5.000 euro netti (circa 8.500 euro lordi) per la parte del trattamento non legata ai contributi versati ci perde circa il 5-6% dell’assegno. Ma se in contemporanea viene introdotta la flat tax facendo parte della fascia reddituale più alta ci guadagna comunque con un vantaggio che potrebbe superare il 28% dell’importo netto attuale.

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