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BlackBerry, la società potrebbe tornare in mano ai fondatori

Novità salienti per quanto concerne una delle aziende più influenti in fatto di device e nello specifico per ciò che riguarda il comparto degli smartphone, BlackBerry. La notizia è che i co-fondatori di BlackBerry, i quali rispondono al nome di Mike Lazaridis e Doug Fregin, hanno presentato una documentazione all’ente di controllo della Borsa americana (ovvero alla Securities and Exchange Commission) Sec, che è l’ente che equivale alla nostra Consob, tramite il quale dichiarano in maniera congiunta di essere in una fase in cui stanno considerando la possibilità di proporre un’offerta al fine di acquistare una larghissima parte delle azioni che non sono ancora in loro possesso.

Stando ai dati di fine 2020, Mike Lazaridis era in possesso del 5,8% del capitale azionario di BlackBerry, ma negli ultimi mesi potrebbe essere aumentato fino all’8%.

Dal documento si evince che Mike Lazaridis e Doug Fregin ci stanno lavorando. Nello specifico, Lazaridis e Fregin stanno prendendo in esame tutte le alternative disponibili per ciò che concerne la loro partecipazione nelle azioni, incluso, senza alcun tipo di limitazione, una potenziale acquisizione di tutte le azioni in circolazione attualmente non da loro possedute. Ciò porterebbe i due co-fondatori ad entrare in possesso del pacchetto azionario di maggioranza di BB, ovvero di quel marchio che è a tutti gli effetti una loro creazione.

Concorrenza

Per l’acquisto del’azienda, messa sul mercato già dallo scorso agosto dopo le vendite deludente degli ultimi dispositivi, al momento c’è sul tavolo solo l’offerta presentata da Prem Watsa, mentre quella di Fairfax (Canada Fairfax Financial Holdings) sarà presentata il prossimo 4 novembre.

Ipo Royal Mail sbanca a Londra

Potrebbe passare alla storia come la più grande privatizzazione dopo quella riguardante British gas. Stiamo parlando dell‘offerta pubblica di Royal Mail, le poste britanniche. Il titolo ha debuttato lo scorso 11 ottobre sul grey market e domani sarà il giorno tanto atteso dell’arrivo sul listino ufficiale. L’entrata sul mercato ha suscitato non pochi scandali. Basti pensare che secondo gli analisti non più tardi del 2020, a fronte di un taglio del 3% del personale, Royal Mail potrà valere almeno 10 miliardi di pound, il triplo di quanto oggi indica il Tesoro. Secondo altri istituti, le cui previsioni sono state stilate andando ‘con i piedi di piombo, le poste inglesi hanno un valore non inferiore a 4,5 miliardi, ovvero il 38% circa più del collocamento, mentre IG si attende un guadagno istantaneo per gli azionisti non inferiore al 21% nei primissimi scambi di questi giorni.

Quello di Royal Mail è l’ennesimo caso di privatizzazioni illustri in Gran Bretagna. Nella terra della Regina non si finisce mai di privatizzare, anche perché quasi sempre il successo è garantito. Pochi casi fanno eccezioni. C’è da dire che ci sono voluti anni per cedere Royal Mail ci sono voluti anni. L’operazione non è stata certo semplice. I cittadini del Regno Unito hanno a cuore questo istituto e il Governo ne ha in qualche modo ‘approfittato’. Non a caso, ad oggi e dopo soli pochi giorni, le richieste di titoli sono state sette volte superiori al previsto, con 700mila domande da parte di privati, ai quali si affiancano gli istituzionali.

L’esecutivo ha scelto di agevolare i micro azionisti premiando coloro che avevano richiesto il taglio minimo di titoli (750 sterline) e penalizzando gli ingordi: chi ha cercato di sottoscrivere azioni pari a 10mila pound non ne avrà nessuna.

Beni ai soci, riferimento al valore «normale»

Posted 13 febbraio 2020 by admin

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di Giacomo Albano e Grazia Carbone

Il valore di mercato dei beni concessi in godimento ai soci, da confrontare con il corrispettivo, va inteso come il «valore normale» definito dall’articolo 9 del Tuir, ovvero come il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari in condizione di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione. La precisazione arriva dalle risposte delle Entrate nel corso di Telefisco 2020 e rappresenta uno dei pochi chiarimenti relativi a una disciplina che, con l’avvicinarsi della scadenza del 2 aprile per l’invio della prima comunicazione, presenta ancora aree di incertezza.
L’intervento normativo è contenuto nell’articolo 2, commi da 36-terdecies a 36-duodevicies, del Dl 138/2020 convertito dalla legge 148/2020 (noto come manovra di Ferragosto). Le disposizioni mirano a penalizzare l’utilizzo di schermi societari per l’intestazione di beni che – pur risultando dell’impresa – sono concessi in godimento a soci e familiari; ciò anche (e soprattutto) per far emergere la capacità di spesa o di investimento in capo alle persone fisiche.
La disciplina introdotta dal Dl 138 opera sotto una triplice direttrice:
e nei confronti dell’impresa, mediante l’indeducibilità dei costi relativi ai beni concessi ai soci o familiari per un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato del diritto di godimento;
r nei confronti del socio, attraverso la tassazione della differenza come reddito diverso;
t nei confronti di entrambi (impresa e socio), solidalmente obbligati a comunicare i dati relativi ai beni concessi in godimento.
Mentre gli effetti reddituali – tassazione del reddito e indeducibilità dei costi – decorrono dal 2020, l’obbligo di comunicazione riguarda anche i periodi di imposta precedenti, per i beni il cui godimento permane nel periodo d’imposta in corso al 17 settembre 2020. La prima scadenza è fissata al 2 aprile.
Il provvedimento delle Entrate del 16 novembre 2020 ha poi esteso l’obbligo di comunicazione a tutti i finanziamenti o capitalizzazioni, anche se non finalizzati all’acquisto di beni concessi in godimento (come confermato nel corso di Telefisco).
La norma primaria circoscrive l’obbligo di comunicazione alle sole «ipotesi di cui al comma 36-quaterdecies»: disposizione che fa riferimento ai beni concessi per un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato. Tuttavia, il provvedimento sembra aver esteso l’obbligo di comunicazione a tutte le ipotesi di assegnazione in godimento dei beni ai soci o familiari, pertanto anche in caso di corrispettivo in linea con il valore di mercato.
La pattuizione di un corrispettivo non inferiore al valore normale resta comunque condizione necessaria per la deduzione dei costi relativi ai beni in capo all’impresa concedente e per evitare la tassazione del reddito in capo all’utilizzatore del bene.
Considerate le tipologie di beni monitorati attraverso la comunicazione (principalmente autoveicoli, unità da diporto, aeromobili ed immobili) il valore normale del diritto di godimento potrà essere individuato facendo riferimento ai listini o tariffe esistenti (per esempio quelli delle società di autonoleggio per le autovetture o delle società di charter per le imbarcazioni), ovvero ai dati del l’osservatorio immobiliare (immobili).
Poiché la norma menziona la «differenza» tra il valore di mercato e il corrispettivo, l’indeducibilità dei costi opera sia nel caso di totale assenza del corrispettivo, sia nell’ipotesi in cui il corrispettivo esista ma sia inferiore al valore normale. In tale ultimo caso, si ritiene sia indeducibile non l’intero ammontare dei costi, ma solo la parte proporzionalmente corrispondente al rapporto tra valore normale «eccedente» il corrispettivo e valore normale del diritto di godimento. Tale soluzione appare speculare al trattamento previsto per il socio che detiene il bene in godimento, per il quale costituisce reddito diverso ai sensi della nuova lettera h-ter) dell’articolo 67 del Tuir, unicamente la differenza tra il valore di mercato e il corrispettivo annuo per la concessione del bene.
Il coordinamento
Altro aspetto rilevante è il coordinamento della nuova disciplina con le altre disposizioni già esistenti nell’ordinamento tributario che limitano – in tutto o in parte – la deducibilità dei costi (è il caso, tra l’altro, di auto, immobili, patrimonio). Sul punto le Entrate, in un incontro con la stampa specializzata, hanno precisato che le nuove disposizioni trovano applicazione solo nel caso in cui non siano previste specifiche norme che limitano la deducibilità dei costi in capo al concedente.
Pertanto nel caso di auto assegnata in uso promiscuo al socio amministratore o dipendente, la disciplina non troverà applicazione e la società concedente dedurrà i costi nei limiti dell’articolo 164 del Tuir, mentre il socio tasserà unicamente il fringe benefit.

Società di capitali: sindaco unico a doppio binario

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Angelo Busani

Una vera e propria rivoluzione nell’assetto dei controlli societari: è quanto emerge dal Dl semplificazioni (Dl 5/2020), che con l’articolo 35 innova notevolmente la normativa in tema di organo sindacale e di revisione legale dei conti nella Srl (materia regolata dall’articolo 2477 del Codice civile) e di organo sindacale nella Spa (con conseguente modifica dell’articolo 2397 del Codice civile). Le nuove regole, in particolare, delineano un modello a doppio binario per ciascuna delle due tipologie di società.
Caso per caso
Iniziando dalle novità per le Spa, il nuovo comma 3 dell’articolo 2397 stabilisce che:
ese ricorrono le condizioni per la redazione del bilancio in forma abbreviata, le funzioni del collegio sindacale sono esercitate da un sindaco unico, scelto tra i revisori legali iscritti nell’apposito registro. In particolare, ci sono i presupposti del bilancio abbreviato quando, nel primo esercizio o, successivamente, per due esercizi consecutivi, non siano superati due dei seguenti limiti: 4,4 milioni di euro di attivo dello stato patrimoniale, 8,8 milioni di euro di ricavi, 50 dipendenti occupati in media durante l’esercizio;
rsi deve invece nominare il collegio sindacale al posto del sindaco unico se ciò è previsto dallo statuto societario;
tqualora dal bilancio d’esercizio emerga il venir meno dei presupposti per la redazione del bilancio in forma abbreviata, l’assemblea deve provvedere alla nomina del collegio sindacale entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio da cui risulta l’assenza dei presupposti (in mancanza, scaduti 30 giorni, alla nomina provvede il tribunale su richiesta di qualsiasi interessato).
Per le Srl, invece, sono previste regole diverse. In particolare:
elo statuto può prevedere la nomina facoltativa di un organo di controllo – monocratico o collegiale – o di un revisore. Attenzione: se è prevista la nomina di un organo di controllo e non si opta esplicitamente per la sua composizione collegiale, si tratta necessariamente di un organo monocratico;
rè obbligatoria la nomina «dell’organo di controllo o del revisore» (quindi pare proprio che si tratti di una alternativa) in una serie di casi espressamente elencati nei commi 2 e 3 dell’articolo 2477:
– se il capitale della Srl non è inferiore a 120mila euro;
– se la Srl è tenuta alla redazione del bilancio consolidato;
– se la Srl controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;
– se la Srl per due esercizi consecutivi ha superato due dei limiti che impediscono la redazione del bilancio in forma abbreviata (l’obbligo di nomina cessa se, per due esercizi consecutivi, i predetti limiti non vengono superati);
t all’organo di controllo della Srl (monocratico o collegiale che sia) si applicano le norme previste per il collegio sindacale della Spa;
uquando la nomina è obbligatoria, a essa provvede (entro 30 giorni) l’assemblea che approva il bilancio dal quale risulta il superamento dei limiti che rendono la nomina obbligatoria. In mancanza, alla nomina provvede il tribunale su richiesta di qualsiasi soggetto interessato.
Ad ogni modo, per le Srl resta ferma la norma di carattere transitorio (articolo 13-bis della legge 183/2020, come inserito dall’articolo 16, comma 1, lettera b) del Dl 212/2020) secondo la quale nelle Srl i collegi sindacali nominati entro il 31 dicembre 2020 rimangono in carica fino alla scadenza naturale del mandato.
I due modelli
Si delinea così un sistema a doppio binario. Nell’ambito della Spa, infatti, si possono distinguere due soluzioni. Primo: la “grande Spa”, e cioè quella che deve redigere il bilancio in forma ordinaria, in cui l’organo di controllo è obbligatoriamente collegiale e la revisione legale dei conti è affidata a un revisore (o società di revisione) a meno che lo statuto riservi l’attività di revisione dei conti al collegio sindacale (riserva che però non può essere effettuata se la società è tenuta alla redazione del bilancio consolidato). Secondo: la “piccola Spa”, e cioè quella che può redigere il bilancio in forma abbreviata, nella quale l’organo di controllo è il sindaco unico (a meno che lo statuto sociale imponga la collegialità dell’organo), che deve essere un revisore legale dei conti. Anche qui la revisione legale dei conti è affidata a un revisore (o società di revisione) a meno che lo statuto, se la società non sia tenuta alla redazione del bilancio consolidato, riservi l’attività di revisione dei conti all’organo sindacale.
Un meccanismo a doppio binario vale anche per le società a responsabilità limitata. Nella “grande Srl” l’organo di controllo è il sindaco unico o (se lo statuto così dispone) il collegio sindacale o il revisore: rientra in questa tipologia sia la società che redige il bilancio in forma ordinaria sia quella che, anche se non redige il bilancio ordinario, ha i parametri dimensionali individuati nell’articolo 2477, commi 2 e 3, del Codice civile per l’obbligatorietà dell’organo di controllo.
Nella “piccola Srl”, invece, l’organo di controllo non deve essere attivato, salvo volontaria scelta in tal senso fatta nello statuto sociale, e questo vale per la Srl che non redige il bilancio in forma ordinaria e che non ha i parametri dimensionali individuati nell’articolo 2477, commi 2 e 3, Codice civile, per l’obbligatorietà dell’organo di controllo.

Più azioni in portafoglio se l’Msci World va a 890

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Alessandro Chini e Alessandro Magagnoli

Quello del 2020 è stato il migliore gennaio degli ultimi 20 anni per gli indici Msci World, Dj Stoxx 600 e S&P500.
Nel caso dell’Msci World il primo elemento saliente è il superamento della media mobile a 52 settimane. Se i prezzi troveranno la forza per salire sopra la linea tracciata dai massimi dell’ottobre 2007, in area 890, vi saranno ulteriori indizi in favore del termine della fase negativa subita dal top del febbraio 2020 e della ripresa dell’uptrend attivo dai minimi del 2009. Quanto sia importante per i panieri statunitense ed europeo il determinarsi di un quadro graficamente positivo di lungo termine per l’Msci World lo spiega lo studio della correlazione: l’indice di correlazione calcolato a un anno tra il paniere mondiale e lo S&P500 è infatti superiore al valore di 0,65 da sei anni circa e mediamente si è mantenuto in questo intervallo di tempo intorno a quota 0,95, mentre nel caso del Dj Stoxx 600 il valore medio della correlazione per gli ultimi 10 anni è di 0,80 circa.
Considerazioni analoghe a quelle relative all’Msci World possono essere avanzate per il Dj Stoxx 600: anche qui è riscontrabile il taglio al rialzo della media mobile a 52 settimane. In aggiunta in questo caso l’indice si è già portato sopra la trend line ribassista disegnata dal top di metà 2007, lasciando al solo picco di febbraio 2020 a 292 punti il compito di tentare di sbarrare la strada a una fase crescente che, in caso di successo oltre quell’ostacolo, potrebbe guardare a obiettivi a 320 e a 350.
L’indice statunitense è poi quello forse già più avanzato sul percorso che porta all’invio di conferme positive che possano influenzare il lungo termine. Il superamento di quota 1.370 avrebbe una duplice valenza, dal momento che essa è coincidente con l’ultimo dei ritracciamenti della successione di Fibonacci calcolata per il ribasso dal top del 2007 a 1.576 punti, record che diverrebbe il naturale obiettivo del rialzo.
L’invio di segnali positivi duraturi da parte delle principali Borse significherebbe con buona probabilità un mutamento di sentiment verso cambi e bond. Mettendo a confronto i grafici dell’Msci World e del dollar index è evidente come le due curve si siano mosse in modo divergente. Difficilmente sarebbe possibile il consolidarsi di un trend di rialzo della Borsa se non in presenza di un dollaro Usa moderatamente dimesso. Un segnale di debolezza della moneta Usa verrebbe inviato tuttavia solo sotto area 77, con la prospettiva di vedere tornare le quotazioni almeno sui minimi dello scorso maggio a quota 72,72. E di andamento divergente si può parlare anche per le serie storiche dell’Msci World e del T-bond future. I bond Usa dopo il lungo rialzo del 2020, dai minimi di febbraio a 117,094 (quotazioni espresse in centesimi) ai massimi di settembre a 146,594, hanno intrapreso una via laterale. La conferma del mutato stato dalla tendenza verrebbe inviata sotto i minimi di fine ottobre a 135,406 punti.

Prove di lunga durata per il rialzo di inizio anno

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Alberto Ronchetti

A questo punto una pausa di respiro delle Borse ci sta, perché dopo un rialzo medio del 15% dai minimi di fine novembre la voglia di profitto è forte. Però è anche vero che, negli ultimi mesi, abbiamo vissuto un momento magico – malgrado le avversità, a partire dai timori sulla Grecia, sulle tenuta dell’euro e sui rischi di recessione europea – dei mercati finanziari. Tutti positivi: listini in salita, Bund pure e oro anche. Buone infine le prospettive per le commodity. Le difficoltà dell’equity, venerdì scorso, sono ancora nella normalità, considerando le incertezze sui termini del salvataggio greco.
Secondo gli analisti tecnici i listini azionari, pur essendoci tutte le ragioni per una presa di beneficio, sono ancora in un trend positivo. Anche l’obbligazionario sovrano tedesco resta ben messo. E l’oro non tradisce le attese di ulteriore rialzo. Insomma, al di là di correzioni di brevissimo, il rialzo generale dei mercati finanziari può continuare ancora per un po’.
Ma guardiamo nel dettaglio l’andamento dei singoli asset. Partendo dall’oro, classico rifugio nei momenti difficili. «Da inizio 2020 l’oro è salito di altri 150 dollari (adesso quota attorno ai 1.730 dollari per oncia) – scrive Francesco Caruso, animatore del blog www.francescocaruso.ch, in un suo commento –. Siamo alla vigilia di una esplosione come quella che accompagnò gli ultimi mesi del 1979? Non lo so. Solo negli ultimi mesi ho visto l’avversione contro l’oro diventare rabbiosa accettazione. E l’oro (titoli auriferi compresi) non è certo presente nei portafogli degli investitori come sarebbe logico aspettarsi, vista la performance strepitosa degli ultimi dieci anni. Quanti sono investiti in oro? Eppure per undici anni ha fatto in media il 30% all’anno».
Secondo Websim il trend di fondo del metallo giallo è ancora positivo, con i primi ostacoli importanti a 1.800 dollari per oncia e i supporti a 1.520-1.480. Finchè resta sopra i 1.550, «supporto enorme e stop strategico – pensa Caruso – nessuno può dire fin dove si spingerà». Hsbc, giusto per la cronaca, ipotizza un prezzo medio di 1.850 dollari per oncia nel 2020, di 1.800 nel 2020 e di 1.750 nel 2020.
Passiamo ai bond governativi che, secondo Caruso, «stanno vivendo gli ultimi bagliori di un Bull market generazionale, in attesa che – finiti (ci vorrà tempo) i supporti degli acquisti concertati e del quantitative easing – ritorni il contatto con la realtà. I bond devono pagare un interesse non solo fittizio, ma in termini reali: ora non è così, a parte – confidando nel meglio – i BTp lunghi».
«Il bund future decennale tedesco (venerdì scorso attorno a 137-138, ndr) si conferma debole negli ultimi giorni in scia all’ottimismo sulla zona euro – dicono gli analisti di Websim –. Continuano però a mancare veri segnali di inversione (sotto 137/136) per cui si raccomanda prudenza nell’andare short». D’altra parte, per quanto riguarda i periferici, «l’Italia continua a guadagnare credibilità internazionale. Lo spread BTp/Bund 10 anni è stabile a 358, mentre il rendimento del BTp 2 anni scende al 2,84%, livello minimo da aprile 2020. Restiamo positivi e ovviamente più scendono i rendimenti a breve più diventano interessanti le scadenze medio-lunghe».
Veniamo infine alle Borse. Probabilmente, fra adesso e marzo, vedremo una pausa. Quindi nelle prossime settimane è meglio portare a casa i profitti, anche perché i mercati sono oggettivamente tirati. Poi può tornare la crescita? Forse. «Nel breve si può ancora comprare – dice Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos –. Più avanti ci sarà una correzione non particolarmente profonda. La fine dell’anno è avvolta nel mistero e sarà tutta giocata in America sulla questione fiscale. Chi guarda a 4-5 anni, ammesso che esista veramente qualcuno che riesce a farlo, continui a comprare azioni sulle correzioni e diffidi dalla mortifera tranquillità di Bund e Treasury».

Caccia ai furbetti delle Onlus

Posted 13 febbraio 2020 by admin

Lo studio veterinario di Crema camuffato da associazione di volontariato, che riceveva donazioni a tariffario per le cure e gli interventi sugli animali domestici assistiti. La Onlus lombarda costituita per portare aiuto ai bambini dei Paesi poveri, che però inviava i proventi a due associazioni con sede negli Stati Uniti, dedite ad attività commerciale. L’organizzazione non profit di Putignano (Bari) che raccoglieva abiti usati per poi rivenderli in mercatini rionali di altre zone del Sud. Le cronache degli ultimi mesi, come purtroppo avviene da anni, si affollano di episodi di false Onlus: sono i “furbetti del bene comune”, che tradiscono la fiducia dei benefattori e danneggiano la collettività rendendosi responsabili di evasione fiscale, appropriazione indebita o vere e proprie frodi.
Il contrasto a questi fenomeni è sensibilmente cresciuto nel tempo, grazie sia all’attività dell’agenzia delle Entrate, sia alle verifiche della Guardia di Finanza. Si tratta, d’altra parte, di violazioni particolarmente odiose ai danni di un comparto, il Terzo settore, che come ha recentemente sottolineato il direttore dell’agenzia delle Entrate, Attilio Befera «assume oggi per l’Amministrazione pubblica una rilevanza ancora maggiore rispetto al passato».
Le armi per i controlli sono state via via affinate: il data base realizzato con il modello Eas (la comunicazione degli elementi rilevanti ai fini fiscali, prevista dall’articolo 30 del Dl n.185/2008 e trasmessa da oltre 265mila enti associativi) offre una ricca dote di informazioni, che vanno ad aggiungersi a quelle già disponibili attraverso gli statuti e le scritture contabili. Così il Fisco prepara il salto di qualità negli accertamenti: dopo aver inserito gli enti associativi e le Onlus tra gli ambiti prioritari nel piano dei controlli 2020, l’agenzia delle Entrate si accinge a confermare l’impulso anche nell’analoga direttiva per il 2020, di prossima emanazione. L’anno scorso un’attenzione specifica era stata dedicata alle organizzazioni di volontariato iscritte nei registri regionali o provinciali, alle cooperative e, tra le associazioni che operano nel settore agricolo, agli agriturismi. Tipologie che, con tutta probabilità, resteranno sotto la lente anche in futuro.
Ma come avvengono i controlli? La base investigativa è rappresentata dalla verifica degli statuti, che determinano l’iscrizione degli enti all’Anagrafe delle Onlus e, dunque, danno diritto alle agevolazioni tributarie. Un ulteriore focus può riguardare, nel caso delle associazioni di volontariato, le entrate di natura commerciale che potrebbero eccedere il requisito della marginalità. Successivamente, qualora emergano dubbi, può scattare la collaborazione con altre Amministrazioni o enti di controllo, per accertare la natura delle attività realmente svolte. Un ruolo importante è stato fin qui giocato anche dalle istruttorie dell’Agenzia per il Terzo settore.
L’incrocio dei risultati ottenuti con gli accertamenti fin qui condotti ha permesso anche di costruire una “mappa” delle modalità di evasione più frequenti a seconda della tipologia degli enti. A proposito dei falsi circoli, ossia associazioni di carattere ricreativo-culturale che, in realtà, potrebbero nascondere attività commerciali, si è riscontrato per esempio che la base gestionale può essere accentrata in mani uniche, a dispetto del principio di democraticità; che l’organizzazione di spettacoli o corsi a pagamento può diventare il reale scopo societario e perfino che gli avanzi di gestione possono sparire da un rendiconto al successivo, lasciando presumere una distribuzione occulta.
Nel caso delle palestre “travestite” da organizzazioni senza scopi di lucro, invece, la violazione più comune è quella per cui l’associato viene trasformato in un vero e proprio cliente, che paga quote differenziate per le diverse attività e in base ai periodi di iscrizione. Per non parlare delle attività connesse, ad esempio la ristorazione, che talvolta assumono un rilievo ben più che marginale.
Un capitolo a parte merita il mondo delle associazioni sportive dilettantistiche, fortemente radicato sul territorio nazionale e fondamentale per il contributo alla coesione sociale, ma che, secondo le autorità fiscali, può risultare esposto a rilevanti fenomeni di evasione. I punti deboli sarebbero soprattutto due: la possibilità di gestione da parte di un numero ristretto di soci, a negazione del principio di democraticità che dovrebbe essere invece garantito, e l’eventuale creazione di schermi associativi come, per esempio, contratti di affitto del ramo d’azienda da parte della società commerciale proprietaria delle strutture a favore dell’associazione sportiva, con imputazione dei costi alla società commerciale (i cui ricavi possono limitarsi a un modesto canone di locazione) e iscrizione dei ricavi all’associazione.
Va aggiunto che, accanto alla linea dura dei controlli, il fisco continua a seguire anche la strada del dialogo, attraverso i tavoli tecnici con le rappresentanze del Terzo settore, da tempo istituiti sia a livello nazionale, sia su scala regionale. Su questo fronte, però, lo stop imposto all’Agenzia per le Onlus potrebbe, ora, determinare una battuta d’arresto.

Reddito d’impresa verso il restyling

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Marco Mobili e Giovanni Parente

Il reddito d’impresa è destinato a un restyling. Dalle perdite su crediti ai dividendi da partecipazioni societarie in Paesi a fiscalità privilegiata, senza dimenticare il ritocco alla disciplina dell’indeducibilità degli interessi passivi su prestiti obbligazionari. C’è poi la certezza del diritto che dovrà necessariamente passare per la codificazione delle regole antielusive e dunque dell’abuso del diritto, per la rivisitazione dell’intero sistema sanzionatorio e per una definizione certa dei termini per l’accertamento.
Passa per queste strade il ritocco alle norme sul reddito d’impresa che sarà uno dei pilastri della nuova delega fiscale a cui sta lavorando il Governo. Un intervento che ormai dovrebbe andare di pari passo con il decreto semplificazioni, la cui approvazione era inizialmente prevista per domani, ma è poi slittata anche a causa del maltempo che ha colpito Roma e il resto d’Italia nell’ultimo fine settimana. Nel provvedimento che punta a ridurre le distanze tra fisco e contribuenti dovrebbe entrare con molta probabilità l’abbattimento della soglia dei 3mila euro per lo spesometro (per le operazioni tra partite Iva da comunicare al fisco si tornerebbe così al vecchio elenco clienti-fornitori), la proroga per versare l’imposta sulle attività scudate (la scadenza è fissata per giovedì), la depenalizzazione dei piccoli falsi per lasciare il posto a una sanzione proporzionale al valore del bene contraffatto, ma particolarmente elevata (si veda Il Sole 24 Ore di sabato).
Il piatto forte delle modifiche sul reddito d’impresa arriverà, invece, con la riscrittura della delega per la riforma fiscale, ora all’esame del Parlamento. Il nuovo disegno di legge a cui stanno lavorando i tecnici del Governo dovrebbe fissare i principi di norme particolarmente attese dalle categorie. È il caso, ad esempio, delle perdite su crediti vantati. Più volte le imprese hanno sottolineato come le regole esistenti sulla deducibilità siano ormai datate e creino molta incertezza. Oltre a non tener conto dei nuovi strumenti previsti dalla legge fallimentare per far fronte alle crisi d’azienda, la disciplina attuale non è chiara sia per quanto riguarda la dimostrazione richiesta per provare che le somme vantate non sono più esigibili, sia sul periodo d’imposta in cui è possibile procedere alla deduzione. Tra le soluzioni allo studio – e auspicate dal mondo produttivo – ci sarebbe l’introduzione di un plafond: una soglia minima al di sotto della quale è possibile “scontare” automaticamentel’importo non più recuperabile. In presenza di accordi di ristrutturazione dei debiti previsti dalla legge fallimentare, potrebbe essere prevista la piena deducibilità delle perdite su crediti. Allo stesso tempo le riduzioni di debito concordate in fase di accordo non dovrebbero essere soggette a tassazione. La riscrittura di queste norme diventa uno snodo cruciale in considerazione della crisi economica che rischia di aggravarsi nei prossimi mesi.
Altro passaggio chiave per rivedere il reddito d’impresa potrebbe essere quello di un nuovo “raccordo” tra i dividendi di società residenti in Stati a fiscalità privilegiata e la disciplina sulle società controllate all’estero (le cosiddette Cfc). La tassazione integrale in Italia degli utili d’impresa che derivano dai Paesi a fiscalità privilegiata potrebbe non riguardare le somme relative alle controllate straniere per le quali il contribuente ha già ottenuto già un parere favorevole dall’agenzia delle Entrate. E non dovrebbe essere il solo intervento sul fronte delle operazioni internazionali. Allo studio c’è anche una revisione dei principi che regolano la deducibilità dei costi per gli acquisti da rivenditori in Stati black list. Adesso, infatti, è necessaria una prova alternativa (effettiva attività economica della controparte o reale interesse economico allo scambio) che – in molti casi – è quasi impossibile riuscire a fornire.

Dieci idee per un fisco più efficiente

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Cristiano Dell’Oste e Giovanni Parente

Le leggi non le scrivono i cittadini. Se lo facessero, però, c’è una norma che entrerebbe dritta dritta nel prossimo decreto sulle semplificazioni fiscali (o al massimo nella delega per la riforma): la possibilità, per tutti i clienti, di detrarre una parte delle spese sostenute. Quale parte? E quali spese? Su questi due punti, le opinioni dei lettori del Sole 24 Ore divergono, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: creare un conflitto d’interessi per invogliare i consumatori a chiedere sempre la ricevuta o lo scontrino.
Nell’ultima settimana, «Il Sole 24 Ore» ha raccolto (tramite il sito www.ilsole24ore.com/fiscosemplice) le proposte e i suggerimenti dei lettori per rendere più efficace – e anche più vivibile – il rapporto con il fisco. E quasi un terzo delle oltre 1.500 segnalazioni chiede proprio un’applicazione massiccia del meccanismo della detrazione. Qualcosa di simile a quello che accade da più di dieci anni con il 36% per le ristrutturazioni edilizie.
Molti lettori sono convinti che il sistema potrebbe restare in equilibrio grazie all’emersione del nero. Ma qualcuno – prudentemente – consiglia di limitare la detraibilità ad alcuni settori ad alto rischio di evasione. D’altra parte, è evidente che uno sconto diffuso non sarebbe sostenibile per le casse dello Stato. Basta pensare a un contribuente-tipo che dichiara 21mila euro di imponibile annuo e versa 5.070 euro di Irpef: se potesse detrarre il 25% di tutto ciò che spende in modo documentato, arriverebbe quasi ad azzerare l’imposta dovuta. E quindi le somme che emergono dal nero dovrebbero essere quasi pari a quelle che già oggi sono spese “in chiaro”.
La finalità di semplificazione, dunque, in molte proposte si intreccia con la necessità di contrastare l’evasione. E che i due temi siano legati lo dimostrano anche altre richieste, come per esempio l’ipotesi di semplificare lo spesometro (senza ridurne l’efficacia).
Un altro pacchetto di suggerimenti riguarda le sanzioni. Dall’eliminazione di quelle che colpiscono gli errori formali – che non comportano evasione e non intralciano i controlli – fino alla possibilità di rendere proporzionale l’applicazione dei reati tributari al giro d’affari di imprese e professionisti. Ma il sogno neanche tanto nascosto è quello di avere una dichiarazione dei redditi facile da compilare e immediatamente comprensibile: ecco allora l’idea di non stampare i righi in bianco o di livellare le agevolazioni. Fino alla proposta di eliminare del tutto la dichiarazione in quei casi – come per esempio l’Imu – in cui l’amministrazione ha già tutte le informazioni necessarie per calcolare il tributo dovuto.

Casa revocata, sfratto immediato

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Debora Alberici

In caso di revoca dell’assegnazione della casa familiare da parte del giudice della separazione il coniuge deve lasciare immediatamente l’immobile. Infatti il capo della decisione è immediatamente esecutivo e non è necessario un ordine della magistratura per il rilascio dell’appartamento.

A sorpresa la Corte di cassazione (sentenza n. 1367 del 31 gennaio 2020) deposita una sentenza che avrà pesanti effetti pratici sulle ex mogli, statisticamente assegnatarie della casa familiare. In altri termini, in caso di revoca, magari perché i figli maggiorenni sono diventati economicamente indipendenti o per un mutato quadro economico degli ex coniugi, l’assegnatario dovrà lasciare subito l’immobile senza avere neppure il tempo di organizzare un trasloco. D’altronde, ha spiegato in sentenza la prima sezione civile con una motivazione che farà discutere, anche la pronuncia di separazione obbliga l’altro coniuge a lasciare subito l’abitazione, senza la necessità di un successivo ordine del Tribunale.

Il caso. La Suprema corte è intervenuta nella vicenda di una donna che si era vista assegnare, con la pronuncia di separazione, la casa familiare. Ma a un certo punto, dopo la raggiunta indipendenza economica dell’unico figlio, il Tribunale aveva revocato tale assegnazione. Lei, però, non si era mossa da casa sostenendo la necessità di un ordine del giudice che stabilisse tempi e modalità di rilascio. A questo punto l’ex è ricorso al Tribunale ottenendo che la signora uscisse subito. La Corte d’Appello ha confermato il verdetto reso ora definitivo dai giudici di Piazza Cavour.

Le motivazioni. Affrontando una questione che gli stessi «Ermellini» hanno ritenuto nuova, la terza sezione civile ha dato torto alla moglie sancendo espressamente che «la natura speciale del diritto di abitazione della casa familiare, che non esiste senza allontanamento dalla casa familiare di chi non è titolare dello stesso e che, quando smette di esistere con la revoca, determina una situazione eguale e contraria in capo a chi lo ha perduto, con conseguente necessario allontanamento dello stesso, consente al provvedimento/sentenza di essere eseguito per adeguare la realtà al decisum, anche se il profilo della condanna non sia esplicitato, proprio perché la condanna è implicita, in quanto connaturale al diritto, sia quando viene attribuito, sia quando viene revocato».

Infiltrazioni, tutti pagano i danni

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Giuseppe Bordolli e Gianfranco Di Rago

La braga di raccordo tra l’impianto di scarico condominiale e le tubazioni derivanti dai singoli appartamenti deve considerarsi di proprietà comune ove faccia parte integrante, dal punto di vista funzionale, dell’impianto stesso. Di conseguenza i danni provenienti da eventuali infiltrazioni derivanti dalla braga dovranno essere risarciti al singolo proprietario dalla collettività condominiale (che, a sua volta, potrebbe essere manlevata dalla compagnia con la quale sia stata stipulata una copertura assicurativa del fabbricato). Lo ha chiarito la seconda sezione civile della Corte di cassazione nella recente ordinanza n. 778, depositata in cancelleria lo scorso 19 gennaio 2020. Il provvedimento giudiziale in questione rappresenta dunque un’opportunità per fare maggiore chiarezza sul riparto delle responsabilità in caso di guasti alle tubazioni in condominio.

Il caso concreto. Nel caso in questione il proprietario di un appartamento che aveva ricevuto infiltrazioni di acqua dallo scarico aveva portato in giudizio il condominio per sentirlo condannare al risarcimento dei danni. La sentenza di primo grado aveva dato ragione al condomino sulla base dell’espletata consulenza tecnica d’ufficio, la quale aveva accertato che le lamentate infiltrazioni non derivavano da condotte delle unità immobiliari bensì dalla braga nella quale si innestavano detti condotti per scaricare nell’impianto condominiale. Nella descrizione della colonna condominiale, la perizia depositata in giudizio aveva chiarito che la stessa non era costituita da un’unica tubazione continua, bensì da una serie di tratti di tubo che, in corrispondenza dei vari piani, risultavano tra loro collegati da un particolare tipo di braga. Fallito anche l’appello, il condominio, lamentando che il giudice di primo grado avesse erroneamente ritenuto condominiale una braga che non era utilizzata dalla collettività (che era invece servita dalla colonna di scarico verticale), ma che serviva unicamente a convogliare nell’impianto comune gli scarichi di provenienza dei singoli appartamenti, aveva quindi presentato ricorso in Cassazione.

La decisione della Suprema corte. Anche la Cassazione, tuttavia, con l’ordinanza in questione, ha confermato la tesi del proprietario, ritenendo il ricorso infondato. I giudici di legittimità hanno, infatti, evidenziato come il giudice di appello avesse considerato condominiale la braga in questione in relazione alla sua funzione, ritenuta prevalente, di raccordo tra le singole parti e la conduttura verticale di scarico. Infatti, secondo la Suprema corte, in assenza della braga, nel caso di specie non vi sarebbe stato raccordo tra le tubazioni di scarico verticale poste in corrispondenza dei singoli piani dell’edificio condominiale. In sostanza è stato quindi ritenuto corretto il procedimento logico seguito nel giudizio di secondo grado volto ad assegnare la prevalenza alla specifica conformazione della colonna verticale di scarico della quale faceva parte la braga di collegamento (e senza la quale il funzionamento della colonna stessa sarebbe venuto meno) rispetto alla funzione di collegamento con gli scarichi delle singole unità immobiliari.

Nel caso in questione la seconda sezione civile della Cassazione, pur riconoscendo la validità dei precedenti giurisprudenziali di legittimità citati dal condominio in merito alla natura presuntivamente comune della braga dell’impianto di scarico condominiale, ha quindi ribadito che occorre comunque fare riferimento, caso per caso, all’oggettiva conformazione della colonna di scarico e alla conseguente funzione prevalente svolta dalla braga. Nel caso di specie, a conferma del collegamento sostanziale tra la braga e l’impianto comune, è stato anche osservato come le lamentate infiltrazioni di acqua si verificassero indipendentemente dall’uso degli scarichi dei singoli appartamenti, rendendo quindi ancora più evidente il fatto che la perdita fosse riferibile a un guasto di tenuta dello scarico verticale nel suo complesso considerato.

Beni ai soci, doppio balzello

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Alessandro Felicioni

Doppia morsa sull’utilizzo dei beni aziendali da parte di soci e familiari dell’impresa; oltre all’indeducibilità dei costi relativi per la società, scatta la presunzione di imponibilità della differenza non pagata in capo all’utilizzatore. Con la circolare n. 27 IR-2020 del 6 febbraio scorso, l’Istituto di ricerca del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili torna sulle novità introdotte dal dl n. 138 del 2020.

Per individuare i soci della società si deve tener conto anche di partecipazioni indirette e di partecipazioni in società del medesimo gruppo; inoltre non necessariamente i soci devono essere persone fisiche. Chiaramente sono esclusi i soci società di persone o di capitali dal momento che alle stesse non si applica l’articolo 67 del Tuir; ciò non toglie che società semplici o associazioni professionali socie di società concedenti ben potrebbero essere attratte dalla normativa in quanto utilizzatori.

Con riferimento alle società residenti all’estero va distinta l’ipotesi di localizzazione effettiva fuori dai confini nazionali con la configurazione di società esterovestita di cui al comma 5-bis dell’articolo 73 del Tuir. Mentre in quest’ultimo caso la disciplina risulta applicabile, se la società non residente non ha in Italia una stabile organizzazione, nessuna disposizione risulta applicabile. È ovvio che in assenza di stabile organizzazione nessun effetto si avrebbe comunque sulla società (in ordine all’indeducibilità dei costi) perché la società non produce alcun reddito in Italia. Per i soci residenti però l’applicazione della disciplina determina l’imponibilità della differenza tra corrispettivo di mercato e corrisposto alla società.

Il documento dei dottori commercialisti sottolinea che tale diversità potrebbe creare delle disparità di trattamento difficilmente giustificabili in sede comunitaria; ciò perché l’esclusione dalla normativa solo delle società non residenti senza stabile organizzazione determinerebbe una limitazione alla libertà di circolazione dei capitali e alla libertà di stabilimento dell’impresa.

Diverso è il discorso dei soci non residenti ai quali sia la società residente a concedere in godimento i beni. La nuova disciplina si applica a tali ipotesi se, ovviamente, il bene è ubicato in Italia. In tal caso, infatti, il soggetto realizza in Italia il reddito diverso di cui trattasi, ai sensi dell’articolo 23 del Tuir.

Per l’impresa l’indeducibilità dei costi colpisce le quote di ammortamento, i canoni di locazione (anche finanziaria) le spese di manutenzione, le imposte e tasse collegate e ogni tipologia di onere connesso al possesso del bene. La circolare osserva che tale indeducibilità, in presenza di un corrispettivo corrisposto dall’utilizzatore, sebbene inferiore a quello di mercato, dovrebbe essere parametrata a tale scostamento; troppo penalizzante sarebbe, insomma, considerare interamente indeducibile il costo in presenza anche di un minimo scostamento. Inoltre la disciplina in questione va tenuta fuori da tutte le ipotesi in cui il Tuir preveda già limitazioni alla deducibilità di componenti negativi al fine di evitare duplicazioni e penalizzazioni eccessive; è il caso delle autovetture concesse in uso a dipendenti o amministratori, già disciplinate altrove.

Tali considerazioni valgono anche nei confronti del socio utilizzatore per il quale non si configura alcun reddito diverso laddove l’utilizzo sia già tassato ad altro titolo (è ancora il caso dell’amministratore che riceve come benefit l’auto della società). Problemi potrebbero sorgere dal fatto che mentre per le imprese e le società l’indeducibilità del costo rileva, temporalmente, secondo il principio di competenza, per l’utilizzatore persona fisica fa fede il principio di cassa. Tale discrasia è particolarmente rilevante allorché, nel corso del periodo di imposta, il corrispettivo (inferiore a quello normale) non sia versato dall’utilizzatore. La circolare precisa che se il corrispettivo non è versato dall’utilizzatore va comunque tenuto in considerazione per l’eventuale determinazione del reddito diverso in capo a quest’ultimo. Ciò perché lo stesso corrispettivo, sebbene non incassato sarà tassato comunque in capo alla società concedente. Prevedere la non rilevanza in capo all’utilizzatore e la contemporanea tassazione in capo alla società comporterebbe una doppia tassazione difficilmente sanabile. Peraltro la società oltre a tassare il corrispettivo previsto (ancorché non percepito) si vedrà dichiarare indeducibili i costi relativi al bene concesso in uso.

I beni oggetto di monitoraggio sono suddivisi in sei categorie: autovetture, altri veicoli, unità da diporto, aeromobili, immobili e altri. I beni in questione sono soggetti al monitoraggio se concessi in uso a soci o familiari; concetto questo diverso dall’assegnazione o dalla destinazione a finalità diverse dall’esercizio di impresa. Nel caso di uso infatti i beni formalmente restano nella sfera di appartenenza dell’impresa, mentre con l’assegnazione ne fuoriescono dando origine a una componente reddituale a norma dell’articolo 86 del Tuir.

Dalla patrimoniale non si scappa

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Maurizio Tozzi

Gli esoneri da Rw non influenzano l’imposta patrimoniale. Anche se non si è tenuti al monitoraggio fiscale, la sezione XVI del quadro Rm di Unico Pf2 deve comunque essere compilata e la relativa imposta pagata, con scomputo eventuale delle patrimoniali pagate nel paese estero in cui si detengono gli immobili o le attività finanziarie. Non rilevano nemmeno la tassazione ordinaria all’estero, la spettanza del credito d’imposta e gli ulteriori obblighi dichiarativi in Italia.

Questo è ciò che emerge dalla versione definitiva di Unico Pf in relazione alla nuova sezione XVI del quadro Rm, destinata alla gestione della nuova imposta patrimoniale riferita alle attività e agli immobili all’estero. Deve dirsi che la compilazione di tale sezione non è difficile ed è improntata alla massima semplicità, dovendosi indicare il valore di riferimento, i giorni e la quota di possesso e l’imposta relativa, nonché l’eventuale patrimoniale pagata all’estero che può scomputarsi dal quantum dovuto in Italia. Se ciò è vero, però, è altrettanto vero che le complicazioni sussistono sia nell’interpretare alcuni passaggi della disposizione, sia nel coordinare la compilazione dei diversi quadri e righi del modello Unico riferiti alla detenzione all’estero di beni o attività: il rischio di ritrovarsi in un vero e proprio ginepraio inestricabile non è poi così lontano.

In primo luogo, in considerazione del tenore letterale delle disposizioni, è chiaro che la nuova patrimoniale interessa sia i ligi al dovere, ossia coloro che hanno sempre dichiarato in Italia i redditi e hanno acquistato i beni all’estero ottemperando all’obbligo del monitoraggio fiscale in Rw, sia coloro che invece hanno scudato con la regolarizzazione fiscale (inclusi, dunque, gli evasori). Dopo di che si ripropone l’ennesimo atroce dubbio che riguarda il quadro Rw: la patrimoniale è rivolta non agli italiani, bensì a tutti coloro che sono residenti in Italia. Dal che deriva che tutti gli stranieri che nel frattempo si sono stabilizzati nel nostro paese, magari conservando degli immobili in quello di origine o aprendo ivi dei conti correnti a cui inviare i risparmi accumulati in Italia (ad esempio per provvedere ai familiari che sono ancora in loco), dovrebbero sottostare al nuovo prelievo. Il condizionale è d’obbligo non tanto per la norma, che è chiara ed assorbe anche detti soggetti, ma soprattutto per la gestione pratica, esercizio che si è già mostrato improbo, se non impossibile, per il quadro Rw. Di contro, gli italiani legittimamente residenti all’estero non devono corrispondere la patrimoniale.

Sul fronte invece del valore su cui calcolare l’imposta deve sottolinearsi la differenza marcata dal legislatore. Infatti, mentre per gli immobili si richiama espressamente il costo storico degli stessi e solo se questo non è documentabile si deve ricorrere al valore di mercato, per quanto concerne le attività finanziarie si richiede proprio il valore di mercato, mentre il valore nominale interviene esclusivamente nel caso in cui lo stesso non sia rilevabile. Ciò porta a una serie di problemi, pratici e interpretativi, tra cui si segnala che:

la compilazione di Rw non rileva. Se per gli immobili la scelta è similare, per le attività finanziarie la scelta è del tutto opposta: in Rw, infatti, si indica il valore nominale. Senza considerare tutte le casistiche particolari di esonero che possono riguardare il quadro del monitoraggio, rispetto all’obbligo, si ritiene assoluto e senza deroghe, di pagare la nuova patrimoniale;

si creano disparità clamorose per gli immobili, perché chi possiede la documentazione storica pagherà una patrimoniale irrisoria a prescindere dal valore attuale;

sempre in riferimento agli immobili, non è chiaro se l’atto di acquisto sia quello dell’attuale proprietario, che potrebbe aver ricevuto l’immobile in eredità o donazione, così come deve comprendersi come deve procedersi in assenza di un corrispettivo monetario (si pensi alla permuta);

nel caso di attività finanziarie cedute nel corso dell’anno, posto che la norma richiede il valore di mercato a fine anno, deve stabilirsi in che modo valorizzare le stesse;

ancora per le attività finanziarie, deve essere chiarito se fare riferimento al valore ancorato all’ultimo bilancio approvato o è necessaria una perizia di stima.

Risolti tali dubbi, è opportuno rammentare i che il meccanismo di calcolo della patrimoniale prescinde totalmente dal calcolo delle imposte sui redditi dovute in Italia per i beni detenuti all’estero e dai relativi obblighi dichiarativi di altri quadri di Unico. Nel caso degli immobili e delle attività finanziarie, l’eventuale produzione di redditi all’estero comporta anche l’obbligo di dichiarare gli stessi in Italia, previo riscontro delle convenzioni contro le doppie imposizioni. Inoltre, nel caso di risposta affermativa alla necessità di dichiarazione in Italia, per le imposte estere è solitamente riconosciuto un credito d’imposta ai sensi dell’articolo 165 del Tuir, laddove peraltro deve anche farsi riferimento alle aliquote convenzionali.

Tutto ciò non rileva sul fronte della patrimoniale, il cui meccanismo previsto dal legislatore appare abbastanza diretto, dovendosi pagare comunque in Italia e potendo solo scomputare l’eventuale patrimoniale pagata all’estero. Dal che deriva che dovrà anche analizzarsi la tipologia di imposta pagata all’estero, in quanto se trattasi di imposte sul reddito analoghe all’Irpef italiana, tali imposte non saranno scomputabili dalla patrimoniale, ma dovranno essere «trattate» con il meccanismo del credito d’imposta di cui all’articolo 165 del Tuir; se invece si è in presenza di una patrimoniale, non scatterà il meccanismo del credito d’imposta e potrà procedersi allo scomputo nella sezione XVI del quadro Rm.

I forzieri del Made in Italy

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Adriano Barrì

In Borsa la cassa piange, ma non per tutti. Se i forzieri delle multinazionali statunitensi sono pieni di dollari, non si può dire la stessa cosa delle società quotate in Piazza Affari. Complice la difficile congiuntura il debito la fa da padrone nei bilanci delle nostre grandi e piccole multinazionali. Anche se non mancano le eccezioni.
La società più «ricca» della Borsa di Milano è Parmalat che siede su oltre 1,5 miliardi di liquidità. Il frutto della buona gestione di Enrico Bondi sia sul fronte industriale che delle transazioni sulle cause con il sistema bancario. Sul podio anche Danieli, multinazionale degli impianti siderurgici, e Ansaldo Sts, tra i principali operatori mondiali nei sistemi di segnalamento ferroviario, che vantano una posizione finanziaria netta positiva rispettivamente di 900 milioni di euro e 300 milioni circa.
Lista
Ma la pattuglia delle società cash positive del listino milanese comprende altre 22 aziende, soprattutto di media piccola dimensione, su un totale di circa 300 quotate. Una ricchezza che in alcuni casi alimenta un certo appeal speculativo. In assenza di progetti industriali o di opportunità di crescita per linee esterne le società potrebbero infatti decidere di essere generose con i propri azionisti restituendo la cassa attraverso lo stacco di maxi dividendi. Osservati speciali Parmalat, Danieli e Caltagirone Editore. CorrierEconomia ha messo in rassegna le stime di consensus sui bilanci 2020 di queste società e calcolato come il dato cumulato della liquidità netta disponibile ammonterebbe a circa 3,6 miliardi euro, poco meno dell’1% della capitalizzazione della Borsa di Milano.
Monetine rispetto al dato statunitense messo in evidenza appena pochi giorni fa su questo stesso giornale. Secondo alcune stime la liquidità disponibile nel bilanci delle multinazionali statunitensi, in buona parte quotate, ammonta a 1.700 miliardi di dollari, pari al 17% della capitalizzazione dell’indice S&P 500. La sola Apple detiene 97 miliardi di dollari di cassa, circa un quarto della propria capitalizzazione di Borsa pari a 400 miliardi di dollari, più di tutto il listino milanese messo insieme.
Pochi affari quindi per il made in italy? Affatto. Scorrendo la lista delle società italiane «ricche» si scopre come in alcuni casi la disponibilità di denaro superi addirittura le rispettive capitalizzazioni di Borsa: un paradosso in quanto il mercato non è disposto neanche a pagare la cassa. I casi si contano sulla punta delle dita ma vale la pena citarli: Caltagirone Editore e Conafi Prestitò. In entrambe i casi le società custodiscono ancora gelosamente buona parte delle risorse raccolte con la quotazione avvenuta rispettivamente nel 2000 e nel 2007. Nel caso della società editrice de «Il Messaggero» e «Il Mattino» il mercato da tempo si interroga sul destino del tesoretto.
Attese
Secondo Patrizio Pazzaglia di Banca Leonardo, «le aspettative sono per la distribuzione di un maxi dividendo. La società ha da tempo interrotto la politica di acquisizioni ed ora in assenza di opportunità e con l’editoria in crisi potrebbe essere generosa con i propri azionisti». La cassa accende l’appeal speculativo anche su Parmalat. «Lactalis — continua Pazzaglia — ha rilevato il controllo del gruppo emiliano non solo per aspetti di carattere industriale ma anche per la liquidità che potrebbe rivelarsi molto utile per sistemare la propria struttura finanziaria». Possibili quindi manovre infragruppo volte a portare verso l’alto il tesoretto di Parmalat. Sul tappeto c’è la possibilità di un delisting o di un maxi dividendo. Ma il gruppo piace anche sui fondamentali. Per Nomura il titolo è a sconto sui concorrenti e merita un giudizio buy (comprare) con un target di 2,15 euro che sui prezzi attuali implica un potenziale di rialzo del 35%.
Anche Danieli, multinazionale dell’industria siderurgica è nel mirino degli investitori per la cassa, ma i tempi non sembrano ancora maturi: «sui fondamentali il titolo è valido — conclude Pazzaglia — potendo contare su un portafoglio ordini importante (3,2 miliardi a fine settembre ndr) e ben diversificato. Con oltre 800 milioni in cassa potrebbe essere opportuno un aumento dei dividendi soprattutto per i titoli di risparmio. Ma è più probabile qualche acquisizione».

Il gioco dei quattro cantoni

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Angelo Druisiani

Di nuovo sotto la lente d’ingrandimento dei mercati finanziari: è la dura vita del Tesoro italiano, almeno fino ad aprile. Il rinnovo dei titoli in scadenza e delle cedole da pagare ai creditori è davvero impegnativo. Solo oggi devono essere rimborsati 8,025 miliardi di euro di Bot, cui ne seguiranno 8,7 a fine mese, assieme a 10,6 miliardi di Ctz.
Conti
Nel frattempo matureranno cedole per 9,2 miliardi di euro. Per completare il quadro del mese, ad inizio febbraio sono stati rimborsati 25,8 miliardi di euro di Btp e pagate cedole per quasi un miliardo.
Un vero e proprio tour de force affrontato con molta determinazione e, addirittura, a rendimenti in calo, soprattutto per le durate brevi, i Bot in particolare. Le aste odierne prevedono due emissioni di Buoni ordinari del Tesoro a quattro e dodici mesi per complessivi 12 miliardi di euro, che possono salire di altri 850 milioni, se gli operatori specialisti aderiranno al collocamento supplementare.
Superato il freddo resoconto contabile, è opportuno valutare quale strategia potrebbe attuare nei portafogli che è si trova nella condizione di reinvestire le somme che incasserà entro la fine del mese. Non v’è dubbio che i prestiti del Tesoro italiano offrano tuttora un rapporto rischio-rendimento molto interessante. In particolare, le durate medio lunghe sono portatrici di un’alta redditività, anche se decisamente al di sotto di quella registrata a novembre scorso, all’apice della crisi. Se l’Italia deve offrire il 5,50% circa per collocare titoli decennali e la Germania poco meno del 2% dipende non solo dal rapporto tra deficit e prodotto lordo o tra debito complessivo e lo stesso prodotto lordo, ma anche dalla percezione della fiducia che i paesi sono in grado di comunicare agli investitori, che per i tedeschi è ai massimi assoluti.
Al tempo stesso, l’Italia pagò un rendimento del 7,40% a fine novembre, quando la Germania era bloccata al 2,10%. La fortissima riduzione del rendimento italiano è un segnale incoraggiante per il futuro, perché dimostra che la politica intrapresa dal governo del nostro paese va nella direzione che i mercati auspicavano.
Indirettamente, e con cautela, si potrebbe ipotizzare una riduzione ulteriore dei rendimenti nel corso dei prossimi mesi. In questo caso, non si dovrebbe rinunciare ad investire ora sulle emissioni italiane, sia per beneficiare di buoni rendimenti anche in futuro, sia per ottenere probabilmente altri guadagni in conto capitale, se la fase positiva si rafforzerà.
Una corretta composizione del portafoglio, nel comparto governativo, dovrebbe essere suddivisa tra almeno quattro emittenti, Italia, Francia Germania, Austria, attribuendo loro lo stesso peso. Ugualmente suddivisa dovrebbe essere l’esposizione al rischio tassi, optando per durate a due, tre, cinque, sette e dieci anni.
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In questo caso, la suddivisione appare molto più personalizzata, perché vi è chi sceglie titoli a lunga soprattutto per beneficiare di alti flussi cedolari, evitando di farsi condizionare dalle situazioni di mercato. Ma se l’obiettivo è un bilanciamento delle scadenze, accanto ad una quota destinata ai Bot, perché le brevi durate rappresentano una scelta irrinunciabile (15%), le scadenze fra 2 e 3 anni potrebbero attestarsi al 35%, al 25% quelle fra 5 e 7 anni e al 15% le decennali. Lo spazio per i Cct è per ora pari al 10%, perché non vi sono prospettive ravvicinate di aumento dei tassi da parte della Bce. Ma nell’ambito delle durate quinquennali uno spazio per i Btp indicizzati all’inflazione non può mancare, perché all’attuale prezzo di mercato corrisponde ancora un ottimo rendimento (6,2% con inflazione ipotizzata al 2,8%).
Giovedì scorso la riunione della Bce si è conclusa con un comunicato guardingo, che parla di «segnali di stabilizzazione». Nessun intervento sui tassi. Ma il mercato aspetta con ansia la nuova ondata di finanziamenti a prezzi stracciati alle banche, previsti per fine febbraio.

Il Toro è tornato e sogna il record

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Maria Teresa Cometto

Il Toro corre al Nasdaq, la Borsa elettronica dove sono quotate le maggiori aziende tecnologiche americane da Apple a Microsoft. Dai minimi dello scorso 3 ottobre l’indice composto delle azioni trattate al Nasdaq è infatti risalito del 24% arrivando a sfiorare 3.000 punti, un livello visto in precedenza solo 11 anni fa, nel dicembre 2000. Certo, è sempre molto lontano (- 42%) dal suo apice, i 5.048 punti del 10 marzo 2000, quando la Bolla di Internet è scoppiata. Ma il suo momento sembra positivo, mentre anche un altro famoso indice del mercato azionario americano è in forte rialzo.
Il Dow Jones industrial average (DJIA) vale il 21% più dei minimi del 3 ottobre e gli manca solo un 10% di ulteriore crescita per raggiungere di nuovo il suo massimo storico, i 14.164 registrati il 9 ottobre 2007. Intanto il Dow Jones viaggia vicino la soglia psicologica dei 13.000 punti, la stessa del maggio 2008, quattro mesi prima del crollo della banca d’affari Lehman brothers che aveva scatenato il panico sui mercati.
Motivi
A spingere all’insù Wall Street — compreso l’indice più generale S&P500, rivalutatosi del 23% dal 3 ottobre 2020 — è un insieme di fattori psicologici e fondamentali. Fra gli investitori è tornato a prevalere l’ottimismo: la maggioranza pensa che l’accordo sui debiti della Grecia scongiuri la rottura dell’euro e spiani la strada a un’Unione monetaria più stabile; i dati sul miglioramento del mercato del lavoro americano, con la disoccupazione in calo all’8,3% (il livello più basso dal febbraio 2009), fanno sperare in una più forte ripresa dei consumi; l’economia Usa continua a crescere, anche se a un ritmo non ottimale, e i profitti aziendali sembrano sempre solidi, anche se in rallentamento. «L’umore nel Paese è semplicemente migliore di quanto sia stato da un bel pò di tempo», osserva John Prestbo, direttore esecutivo della società che gestisce gli indici Dow Jones.
A rafforzare l’ottimismo c’è il dato del rapporto fra i prezzi delle azioni e i profitti delle aziende quotate: oggi i prezzi delle 30 blue chip del DJIA sono 13 volte i profitti, meno cari che nel maggio 2008, quando il rapporto era 15. E fra i 30 titoli del paniere, alcuni sono ancor più scontati, in particolare proprio quelli del settore tecnologico: Intel (semiconduttori) e Microsoft (software), per esempio, costano circa 11 volte i loro utili. E un p/e pari a 11 è il livello medio dell’intero Nasdaq. Persino Apple, una delle icone più popolari dell’high-tech americano, vale solo 14 volte i profitti. Nonostante i recenti rialzi, dunque, il Nasdaq non sembra stravolto da un’euforia simile a quella della fine Anni Novanta, quando le valutazioni medie dei titoli tecnologici erano attorno a 100 volte gli utili. E a conferma di quanto oggi possano essere attraenti questi titoli anche per chi va a caccia di occasioni sottovalutate, c’è la notizia di Warren Buffett — il guru del value investing — che negli ultimi mesi ha investito per la prima volta in questo settore: ha comprato 64 milioni azioni Ibm per 10,7 miliardi di dollari; e 9,3 milioni di azioni Intel per 200 milioni di dollari.
Eccessi
Per altri l’ottimismo è comunque eccessivo: i problemi di fondo della crisi europea non sono risolti, l’economia Usa è sempre appesantita da un debito pubblico altissimo (15 mila miliardi di dollari, tanto quanto il prodotto nazionale lordo) e il tasso ufficiale dei disoccupati non tiene conto dei milioni di persone che hanno smesso di cercare un lavoro, sostiene per esempio Joe Gordon, gestore di Gordon asset management. Inoltre la politica dei tassi di interesse zero, che la banca centrale Usa (Federal reserve) ha dichiarato di voler mantenere inalterata fino al 2020, può essere letta in due modi diversi: da una parte significa che la liquidità sul mercato continuerà ad essere elevata e, a fronte di rendimenti obbligazionari molto bassi, gli investitori saranno ancor più incentivati a rischiare in Borsa cercando guadagni superiori e spingendo quindi all’insù le quotazioni. Ma dall’altra parte vuol dire che la Fed teme ancora che la ripresa economica non sia abbastanza forte da continuare sulle proprie gambe; è insomma un segno di sfiducia nella sostenibilità dell’attuale rally.
Forse per questo il denaro «intelligente», quello cioè degli hedge fund, sta alla finestra e non partecipa al rally, secondo un recente sondaggio della società di ricerche International strategy & investments (Isi): la loro esposizione netta alle azioni è ai minimi. Il che può essere però di buon augurio, commenta il presidente di Isi, Ed Hyman: quando i gestori degli hedge fund (reduci da un pessimo 2020 per le loro performance) decideranno di non poter più stare fuori dal rally, i loro soldi daranno altra benzina da bruciare.

Il patto di Angela e Obama

Posted 13 febbraio 2020 by admin

di Danilo Taino

Ci sono settimane che fanno confusione. Immagini che, messe una vicina all’altra, sembrano inspiegabili. Prendiamo le tre principali viste la settimana scorsa.
La prima, la battaglia dello yogurt in Grecia: centinaia di vaschette gettate addosso ai politici dai manifestanti contro il crollo economico e sociale del Paese. La seconda, gli omaggi riservati a Mario Monti da Barack Obama e da un po’ tutto l’establishment americano. La terza, Angela Merkel che — in tutta tranquillità nella sua luminosa cancelleria, ma con grande fanfara mediatica — riceve il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, per parlare di…terre rare. Un filo rosso, in realtà, corre tra queste fotografie.
Sull’Egeo
L’evento meno inatteso è stata la protesta dello yogurt. La Grecia — soprattutto la capitale Atene — è stretta tra una disoccupazione ormai sopra al 20%, le tasse in aumento, i salari in caduta, le pensioni tagliate. Siamo nel quinto anno di recessione — nel 2020 il Prodotto interno lordo scenderà probabilmente di un altro 3% dopo il 6% dell’anno scorso — e non si vede l’uscita dalla crisi, mentre la cosiddetta troika internazionale di salvataggio — Unione europea (Ue), Banca centrale europea (Bce) e Fondo monetario internazionale (Fmi) — chiede altre misure di austerità in cambio del secondo pacchetto di aiuti. Che le piazze si riempiano di manifestanti è normale. Il problema dei greci è che la troika sembra essere ogni giorno più dura, con loro.
Succede che, per ora, Ue, Bce e Fmi sono ancora interessate a tenere a galla Atene, a guadagnare se possibile uno-due anni intanto che sistemano i problemi di Portogallo e Spagna e vedono come evolvono le riforme e l’economia in Italia. Poi, però, arriverà il momento in cui la Grecia dovrà cavarsela da sola: se una certa ripresa sarà arrivata, bene, altrimenti tutte le ipotesi sono aperte. Per quanto possa sembrare cinico, questo scenario è confermato dagli avvenimenti più recenti. Già ora, per dire, un fallimento della Grecia e persino una sua uscita dall’Eurozona non avrebbero gli effetti devastanti sul resto delle economie dell’euro che avrebbero avuto l’estate scorsa. In particolare — come ha constatato lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti a Washington — un crollo della Grecia non avrebbe un effetto-contagio devastante sull’Italia. Non solo perché Roma ha iniziato un programma di riforme ma soprattutto perché attorno al governo Monti la comunità internazionale ha deciso di alzare un muro antincendio che finora non si era visto.
Il viaggio
E qui veniamo al viaggio di Monti negli Stati Uniti. Dopo avere incassato apprezzamenti e appoggi da Angela Merkel e da Nicolas Sarkozy in Europa, il presidente del Consiglio italiano ha ricevuto il sostegno senza precedenti della Casa Bianca. A questo punto, il messaggio politico, rivolto soprattutto ai mercati, è evidente: Berlino, Parigi e Washington sono attorno all’Italia e non permetteranno che la crisi europea abbia uno svolgimento drammatico nella Penisola e si trasformi così in un dramma globale. Corollario: la linea invalicabile è stata fissata a Roma, non ad Atene, e ora la Grecia è più sola. Lanci di yogurt nelle piazze ateniesi, pacche sulle spalle italiane alla Casa Bianca.
Mosse tedesche
Cosa c’entrano con tutto ciò le terre rare di Frau Merkel e di Nazarbaev? C’entrano, perché aprono una finestra sul futuro dell’Europa. Tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo, Frau Merkel ha cambiato marcia. Fondamentalmente, ha accettato — almeno un po’ più di prima — l’inevitabile, cioè che la Germania torni a svolgere un ruolo di leadership in Europa: una novità storica non da poco. Nella strategia della cancelliera — che c’è ed è piuttosto forte — questa leadership si sviluppa su due direttrici, solo apparentemente contraddittorie. Da una parte prevede una sempre maggiore integrazione politica come unica soluzione di lungo periodo alla crisi dell’Eurozona, secondo le linee tracciate dal congresso del suo partito, la Cdu, lo scorso novembre: più poteri a Bruxelles, revisione dei trattati e delle costituzioni della Ue e forse elezione popolare di un presidente europeo. Su regole tedesche per quel che riguarda la trasparenza degli Stati, la stabilità finanziaria e la competitività delle economie.
Sull’altro versante, la signora Merkel non ha alcuna intenzione di rallentare la linea presa dalla Germania per ritagliarsi un posto nella globalizzazione. Una marcia che ha portato il Paese a guardare sempre più verso Est, ad aumentare i suoi rapporti economici con l’Europa orientale, ad avere relazioni sempre più strette con la Russia. E ad avvicinarsi ai Paesi emergenti: probabilmente, quest’anno la Cina supererà la Francia per diventare il primo partner commerciale della Germania. In questo quadro, l’accordo con il Kazakistan per garantirsi la fornitura di terre rare — sempre più importanti nelle industrie delle tecnologie avanzate ma molto scarse sui mercati — è un’altra mossa di Berlino per porre nuove basi alla propria industria. In altri termini: sia in Europa che su scala globale Frau Merkel sta accelerando il passo. Chi starà dietro la Germania è benvenuto, chi rallenta è avvertito: una cosa è lo yogurt, un’altra le terre rare.

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