A pochi giorni dalla riapertura delle scuole una delle notizie della settimana è arrivata da un piccolo comune aretino, dove un’assessora alle politiche sociali e alla scuola avrebbe proposto di vietare le chat tra insegnanti e genitori. Suppongo che molti genitori, come la sottoscritta, abbiano tirato un sospiro di sollievo al pensiero. Potenzialmente canali di diffusione pratici e veloci di informazioni di segreteria scolastica, spesso le chat diventano luoghi di chiacchiere indesiderate e buongiornissimi glitterati, quando non addirittura ambienti tossici in cui l’amor di polemica può sfociare nel peggiore dei casi in azioni legalmente perseguibili, come abbiamo già visto, ahimè.

Ma ancora una volta, con la luna sul naso ci ostiniamo a guardare il dito che la indica: il problema infatti non è la chat in sé, ma l’evidente incapacità e diseducazione ad utilizzarla. E, va detto, non solo da parte dei ragazzi, talvolta anche da parte dei genitori e degli insegnanti stessi. Tutti preoccupati delle ombre di cyberbullismo negli angoli delle aule scolastiche, ma poco inclini a riconoscere che, ancora una volta, ora e per sempre, i ragazzi imparano ciò che vedono.

Chiara è docente di lingua straniera in una scuola media. Poco più che trentenne, precaria, ça va sans dire, ha un blindatissimo profilo twitter con più di 16mila follower, dove spesso affronta argomenti inerenti la scuola con una causticità e un acume che spiegano subito la necessità dell’anonimato. Conosce bene il mezzo, lo strumento: usa i social con una certa cognizione e attenzione e infatti non ha paura di aprire gruppi chat con i propri studenti per ogni progetto di cui si occupa a scuola. “La chat è il principale mezzo di comunicazione degli adolescenti, inutile far finta che non sia così o volere imporre gli avvisi sul diario. Tanto non li leggono. Alle medie hanno l’età in cui stanno imparando la cura di sé e la responsabilità, la chat rimane lo strumento ottimale per raggiungerli e creare dialogo. Un luogo in cui l’adolescente può sperimentare il rapporto con l’adulto, un luogo che può diventare virtuoso. Ma come tutte le cose che hanno a che fare con i ragazzi è necessario (e sufficiente) mettere delle regole, di cui loro hanno bisogno e sono coscienti di avere bisogno. Per esempio non si chatta dopo un certo orario. All’adolescente va data fiducia, altrimenti non cresce. Noi dobbiamo dargli una mano a capire le regole, i comportamenti”. Ecco perché il nostro esempio nel modo di utilizzare i social è fondamentale. Ecco perché come adulti abbiamo il dovere e la responsabilità di imparare ad usarli in modo consono. Continua Chiara: “Purtroppo uno dei problemi a scuola è che i professori non si aggiornano. Se vuoi fare l’insegnante e vuoi avere a che fare con gli adolescenti, non puoi non conoscere il loro mondo. Sperare che un ragazzo diventi come tu vuoi solo perchè tu lo vuoi. Devi raggiungerlo, devi sapere come fare, studiare il mondo che cambia”.

Ma se gli insegnanti mantengono un profilo basso anche per proteggere il proprio ruolo istituzionale, dal lato dei genitori spesso si sfocia nell’eccesso opposto, ovvero un’eccessiva disinvoltura nell’uso dei social, sintomo quasi sempre di una non conoscenza del social stesso. “Sento sempre più genitori definirsi amici dei loro figli e penso che questo sia un problema. Se hai 40 anni e tuo figlio ne ha 12 non potete essere amici. Non è il tuo ruolo. Non ti compete. E chattare con una figlia come due amiche non è sano, sia perché disgrega il ruolo genitoriale sia perché in questo modo non stai insegnando l’uso corretto del social, ma ti stai facendo trascinare in un uso sconsiderato e adolescenziale”. In che modo si possono educare gli adulti? Nelle scuole si organizzano sempre più corsi di educazione digitale, spesso gestiti dalla polizia postale, corsi gratuiti e su richiesta, che hanno un forte impatto sui ragazzi. Sui ragazzi, appunto. Per i genitori, nella scuola di Chiara, su iniziativa della dirigente scolastica sono stati organizzati degli incontri con una neuropsichiatra infantile su temi legati ai social e all’affettività. Certo, ad andarci sono i soliti genitori attivi nella vita scolastica, mentre chi avrebbe più bisogno di questi incontri non si scomoda a frequentarli. Quanto alle tematiche, resta fantascienza immaginarsi un corso tenuto da un professionista della comunicazione digitale che fornisca un protocollo di regole pratiche per un uso educato e consapevole dei social. Ma è già qualcosa.

Mentre aspettiamo che i genitori imparino, chi salverà i ragazzi? “Forse i social stessi”, dice Chiara. “Mi piace immaginare che una persona come Chiara Ferragni o gli youtuber più famosi tra gli adolescenti comincino non dico ad andare nelle scuole, ma a creare contenuti studiati nel modo giusto, come sanno fare loro, con il loro linguaggio, ma educativi e adeguati. Varrebbe più di mille corsi a scuola”. E lanciamolo, questo messaggio in bottiglia.








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