Quando qualcuno indica la Luna, lo stolto guarda il dito; il furbo, prende il dito e lo agita verso obiettivi più vicini. Che sia l’Europa cinica, un capitalista corruttore o un padrone avido. Poco conta. Il Governo ha indicato tutti i nemici per il disastro di Genova nel giro di un pomeriggio di Ferragosto. Mentre le macerie del ponte Morandi fumavano polvere e schiacciavano corpi; mentre il procuratore Francesco Gozzi spiegava che bisognerà capire se si tratta «di problema di progettazione, di esecuzione dei lavori o di manutenzione»; mentre l’architetto italiano più titolato al mondo Renzo Piano diceva di non aver compreso ancora le cause («Credo che la manutenzione non sia mai mancata.

Ma in Italia manca la diagnostica»), Luigi Di Maio aveva già chiari i responsabili: «Hanno un nome e cognome, e sono Autostrade per l’Italia». È la società concessionaria di 3 mila chilometri autostradali e responsabile per la loro manutenzione, controllata da Atlantia, a sua volta controllata al 30% dalla famiglia Benetton, che dovrà, ce lo auguriamo, rispondere di tutte le eventuali mancanze che hanno portato alla tragedia ligure.

Il ministro dello Sviluppo Economico, seguito da Matteo Salvini, Danilo Toninelli e Giuseppe Conte, infila però tre imprecisioni nel giro di un paragrafo: «Benetton ha pagato le campagne elettorali di altri. Incassa i pedaggi più alti d’Europa e paga tasse bassissime, peraltro in Lussemburgo. Noi non abbiamo intenzione di fare da palo a questa gente che ha partecipazioni nei grandi giornali italiani». Peccato che Benetton non abbia mai offerto finanziamenti al Partito Democratico (cui si riferiva Di Maio). Che sia Autostrade che Atlantia abbiano sede legale a Roma e nel 2017 abbiano pagato tasse per oltre 600 milioni di euro in Italia (a essere in Lussemburgo è un’altra società della famiglia Benetton, la holding Edizione). E che non possiedano alcuna partecipazione nei giornali italiani. 

L’annuncio più pesante viene fatto da Di Maio, Toninelli e Conte prima dell’apertura delle borse di giovedì mattina: «Revocheremo la concessione ad Autostrade». «Non possiamo aspettare i tempi per la giustizia», aggiunge il premier. Dove per giustizia non intende tanto i tre gradi di giudizio che porterebbero a individuare con certezza costituzionale i responsabili nel giro di almeno 10 anni. Ma neanche una prova di responsabilità, una contestazione specifica o una singola relazione tecnica.  «La caduta del ponte non è sufficiente di per sé a disporre la revoca della concessione. Infatti nel comunicato ufficiale di Palazzo Chigi non si fa nessun riferimento alla revoca», spiega calmo l’ex Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, dopo aver parlato di «Ministri improvvisati che sparano a zero per fare comunicazione e fake news»

In Borsa la società perde il 25% e brucia 5 miliardi di capitalizzazione. Qualcuno su Twitter azzarda una diagnosi con previsione: i piccoli risparmiatori che possedevano azioni della società hanno visto bruciare i propri risparmi; i grandi investitori faranno affari ricomprando azioni colate a picco; la concessione difficilmente verrà revocata; Autostrade chiederà un risarcimento allo Stato italiano per i soldi bruciati oggi; lo Stato italiano, cioè i contribuenti, pagherà quel risarcimento. 

Autostrade prova a tranquillizzare i mercati con una nota, in cui ricorda le penali miliardarie che lo Stato italiano sarebbe costretto a versare in caso di revoca della concessione. E offre il fianco per nuovi attacchi da parte dei Ministri: «È vergognoso pensare ancora una volta ai profitti e ai numeri in borsa», tuona Di Maio. «Autostrade ha una faccia di bronzo incredibile a parlare di soldi e di affari con i morti da riconoscere», aggiunge Salvini. 

Il ministro dell’Interno se la prende ancora una volta con l’Europa. «I vincoli europei (di bilancio, ndr) ci impediscono di spendere soldi per mettere in sicurezza le scuole dove vanno i nostri figli o le autostrade su cui cui viaggiano i nostri lavoratori». Qualcuno fa notare come l’Europa abbia stanziato circa 500 miliardi per il rinnovamento  delle infrastrutture nei Paesi europei (con il Piano Juncker 2015-2020). E come le «ingerenze» europee si siano al massimo manifestate in raccomandazioni a investire di più e meglio nelle spese per le infrastrutture. 

Già: nel 2016 la Commissione europea aveva denunciato l’Italia per aver violato le leggi europee sulla concorrenza, invitandoci a investire in maniera più mirata e trasparente. Aveva indicato forse la Luna. Ci chiedeva, indirettamente, di interrogarci su quell’opera (la Gronda) che avrebbe dovuto alleggerire il ponte Morandi e alla quale i 5 Stelle si sono da sempre opposti (definendo «una favoletta» la caduta del Ponte). Ci chiedeva se i nostri contratti con le concessionarie italiane siano i migliori possibili, essendo segreti e dotati garanzie piuttosto blande. Se la revoca della concessione non faccia paradossalmente felice Autostrade per l’Italia che «anziché investire soldi per risistemare tutto, incasserebbe decine di miliardi subito senza muovere un dito» (parole di Matteo Renzi). Se non ci sia un gravissimo conflitto d’interessi nel fatto che le concessionarie siano al tempo stesso controllori e controllati per la manutenzione dello autostrade. Se non bisognerebbe rimettere a gara le concessioni ogni 5 o 10 anni, rendendo i contratti trasparenti e imponendo limiti all’aumento dei pedaggi. Ma la complessità non ha mai portato un like. Il «cambiamento» sì: quello è binario, possibilmente privo di grigi e pieno di annunci.

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