Bubacarr Djallo è un ragazzo della Sierra Leone, compie ventiquattro anni a settembre. Quando è arrivato in Italia, quasi due anni fa, è rimasto disoccupato solo per un po’, poi ha cominciato a lavorare come bracciante agricolo stagionale, uno dei lavori più faticosi e peggio pagati che ci siano, quindi uno dei più facili da trovare per un giovane africano. Pomodori, olive, uva.

Fino a luglio Bubacarr lavorava a Montesarchio, in provincia di Benevento, poi gli hanno consigliato di andare in provincia di Foggia, dove in agosto si raccolgono i pomodori.

È partito col suo migliore amico, sono andati al Gran Ghetto tra Rignano Garganico e San Severo, un insediamento rinato da pochi mesi dopo che nella primavera del 2017 era stato incendiato e due ragazzi del Mali erano morti. Ora le baracche sono appoggiate a decine di vecchie roulotte sfondate e ci vivono centinaia di lavoratori africani, anche alcune donne e qualche bambino. Nessuno sa chi abbia portato tutte quelle roulotte: probabilmente i caporali che organizzano il lavoro dei raccoglitori di pomodori e hanno interesse a farli stare tutti insieme.

Il primo sabato di agosto Bubacarr ha cominciato a lavorare nei campi: otto ore sotto il sole a quaranta gradi per ventitré euro al giorno. Dai quali vanno tolti i cinque euro per il passaggio sul furgone che ha accompagnato lui e i suoi compagni al lavoro. Al ritorno erano tutti sfiniti e si sono addormentati dentro al furgone rovente e senza finestrini. Bubacarr è stato svegliato da uno schianto e si è ritrovato in ospedale. Gli hanno detto che il suo amico era morto assieme ad altri tre ragazzi.

Due giorni dopo, sempre in provincia di Foggia, un altro incidente simile con dodici morti. Tutti lavoratori africani che tornavano dal lavoro nei campi al Gran Ghetto. Al giornalista di Repubblica che gli ha detto: «Lei è uno dei pochi sopravvissuti, è fortunato» Bubacarr ha risposto: «Ora che il mio migliore amico è morto sono davvero solo. Nell’incidente ho perso pure il telefono coi contatti dei pochi che conoscevo. Non dica che sono fortunato, sono solo sopravvissuto».

Giovedì a Foggia i braccianti hanno scioperato e ci sono state due manifestazioni organizzate da associazioni e sindacati per protestare contro lo sfruttamento e ricordare i sedici morti. Un lavoratore migrante è salito sul palco e ha detto: «Non è una pacchia lavorare per diciotto euro al giorno e rischiare la morte». Tra gli striscioni ce n’era uno con la faccia di Soumaila Sacko, il sindacalista trentenne del Mali ucciso due mesi fa con una fucilata da un uomo bianco mentre cercava lamiere da portare nella tendopoli di San Ferdinando, vicino a Reggio Calabria. Accanto al suo volto e al suo nome c’era la scritta: «Un migrante, un bracciante, uno sfruttato, un attivista sindacale, un fratello… un uomo. Schiavi mai».
Su un altro cartello c’era scritto: «Siamo lavoratori, non carne da macello».



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