Roma, quartiere Talenti. Alle 5 del pomeriggio del 12 aprile 1994 quattro persone entrano in un appartamento di via Domenico Oliva 8. La casa è un po’ in disordine: i piatti sporchi in cucina, due bicchieri su un comodino, qualche cicca di sigaretta. Ovunque, un intenso odore di mastice. Proviene dall’armadio in camera da letto. Le ante sono sigillate. All’interno, sepolta sotto un cumulo di vestiti, c’è una donna. Indossa un pigiama, ha una busta di plastica in testa. È morta.

La donna si chiama Antonella Di Veroli e ha 47 anni. Fa la consulente del lavoro e ha lo studio in una stanza dell’appartamento di sua madre. Le sue ultime notizie risalgono al 10 aprile, una domenica. Antonella ha trascorso tutto il giorno con un’amica. Poi è tornata a casa, si è preparata la cena, ha fatto diverse telefonate. L’ultima alle 23.
La mattina dopo, lunedì 11 aprile, non si è recata al lavoro. Non vedendola arrivare, sua madre si è preoccupata. Ha provato a chiamarla più volte, ma al telefono di casa risponde sempre la stessa voce maschile: quella della segreteria telefonica. Allora ha avvisato l’altra sua figlia, Carla: «Vai a casa di tua sorella». Carla è andata insieme a suo marito. Sono arrivati alle 20 e, siccome al citofono Antonella non rispondeva, hanno chiesto aiuto alla sua vicina di casa, che ha una copia delle chiavi del suo appartamento. Sono entrati tutti e tre: le luci erano accese, ma Antonella non c’era.

Sulla segreteria di casa c’erano diverse telefonate perse. Quella della madre, della sorella. E di Umberto Nardinocchi, un ragioniere di 63 anni con il quale Antonella ha avuto una relazione. Non stanno più insieme da tempo, ma è il suo socio in affari e ogni tanto partono insieme per qualche vacanza. Di recente qualcuno li ha visti litigare, forse per soldi, forse per gelosia.
Anche il ragionier Nardinocchi si reca a casa di Antonella. Arriva alle 21.30, con suo figlio e un amico poliziotto. Entrano con la vicina di casa. E in camera da letto, lui dice all’amico: «Guarda se sotto il letto ci sono dei bossoli». Perché fa questa richiesta strana?

Martedì 12 aprile sono tutti preoccupati. La madre di Antonella vuol fare denuncia di scomparsa. Il ragionier Nardinocchi chiama la vicina, le dice che teme un rapimento. Poi, alle 17, l’uomo si presenta insieme alla sorella di Antonella, al marito e un’amica. Sono loro che trovano il corpo nell’armadio. Chi ha ucciso Antonella? E perché il giorno prima nessuno ha sentito l’odore del mastice? Qualcuno è entrato in casa durante la notte e ha sigillato l’armadio? Perché?

Antonella è stata uccisa nel suo letto nella notte tra il 10 e l’11 aprile, con due colpi di pistola di piccolo calabro. È stata lei a fare entrare in casa il suo assassino: la porta non è stata forzata.
Prima di spararle, chi l’ha uccisa l’ha stordita con un potente farmaco ipnotico. Forse gliel’ha somministrato in un bicchiere, mentre sorseggiavano insieme qualcosa.
Per attutire il rumore degli spari, le ha premuto un cuscino sulla testa. E, siccome non è morta subito, le ha stretto attorno al collo un sacchetto. Poi l’ha chiusa nell’armadio. Ma perché lo ha sigillato?

Si scava nella vita privata di Antonella. Si scopre che ha avuto una relazione con un fotografo cinquantenne, Vittorio Biffani, sposato. È sua la voce che risponde sulla segreteria telefonica.

Lei per questo fotografo ha perso la testa. Gli ha prestato 42 mila euro e lui le ha donato un orologio d’oro appartenente alla sua famiglia. Ma poi l’ha lasciata, perché sua moglie ha scoperto tutto e ha cominciato a tempestare di telefonate Antonella. Prima per chiederle di lasciare in pace suo marito, poi per farsi restituire l’orologio.
Le amiche dicono che negli ultimi tempi Antonella era preoccupata, aveva paura di qualcosa. Per via di queste telefonate? O per colpa di qualcosa che è accaduto sul lavoro? Antonella è entrata in contatto con qualche persona poco raccomandabile? Qualcuno che le ha dato documenti compromettenti e poi l’ha uccisa?

Gli investigatori prediligono la pista passionale. Sottopongono Nardinocchi e Biffani all’esame dello stub e sulle mani di entrambi trovano tracce di polvere da sparo.
Il ragioniere due giorni prima è stato al poligono. Gli investigatori gli contestano di aver cercato dei bossoli in camera di Antonella, ma lui nega. Nega anche di aver mai detto alla vicina che qualcuno poteva averla rapita. E smentisce di aver avuto con lei delle liti per gelosia: sostiene di aver scoperto della relazione con il fotografo solo dopo la sua morte. Possibile che non si sia mai chiesto a chi apparteneva la voce che rispondeva sulla segreteria telefonica di Antonella? In ogni caso, contro di lui non ci sono prove: la sua posizione viene archiviata.

Il fotografo, invece, non sa spiegare la polvere da sparo sulle sue mani. E in più c’è il debito di 42 mila euro. Il suo nome finisce sul registro degli indagati insieme a quello di sua moglie. Ma, durante il processo, si scopre che nei suoi confronti è stato commesso un errore clamoroso: il Dna sul reperto dello stub non è di Biffani, ma di un’altra persona. Qualcuno ha scambiato i campioni. Viene assolto per tre volte, fino in Cassazione. Nel 2003 muore.

E allora, chi ha ucciso Antonella? Al processo sono state sentite 106 persone, ma le domande senza risposta sono rimaste tante. Come gli errori commessi durante le indagini: il pianale dell’armadio dove era adagiato il corpo di Antonella è stato smarrito: sopra, c’era una traccia di sangue. Inoltre, nessuno ha repertato la busta che la vittima aveva sulla testa: sopra, forse, c’erano le impronte di chi l’ha uccisa, qualcuno che lei conosceva bene. Già, ma chi?

A distanza di tanti anni, si è scoperto che nel 1993, per San Valentino, Antonella aveva comprato non uno, ma due regali. Su entrambi aveva fatto incidere le iniziali del destinatario. Il secondo regalo non era né per Bardinocchi e né per Biffani, ma per una persona il cui nome inizia con la E.
Antonella ha avuto un terzo uomo? Prima di morire, sul suo diario aveva scritto: «Io non ho bisogno di offendere per sentirmi realizzata, perché già sono realizzata. Ma se questo ancora il cane sciolto non l’avesse capito o fosse solo invidia, adesso è arrivato il momento giusto per dimostrarglielo». A chi si riferiva?

L’articolo Il delitto dell’armadio proviene da VanityFair.it.



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