Dal Venezuela alla Calabria, passando per la Spagna e la Francia. La storia dell’illustratrice Sara Fratini, di origini italiane, è fatta di viaggi, di sogni ma anche di tanta concretezza. Porta con sé un bagaglio di intercultura che le ha dato ispirazione per il suo lavoro e per la Guarimba International Film Festival, evento giunto alla sesta edizione, dedicato ai cortometraggi, che prende il via oggi ad Amantea (Cs) e che si svolgerà fino all’11 agosto. Una kermesse internazionale non solo per la provenienza dei partecipanti (68 cortometraggi in competizione e un totale di 138 corti proiettati che rappresentano più di 40 nazioni), ma anche per il significato e per il messaggio che intende trasmettere: “Guarimba”, infatti, è una parola che per gli indios venezuelani significa “posto sicuro” e l’obiettivo dell’associazione che promuove l’evento è usare la cultura come un veicolo per promuovere valori di democrazia partecipativa, integrazione e accessibilità. In un periodo in cui vengono alzati muri e confini, Sara Fratini ha realizzato per un progetto del festival un murales, opera omaggio alla forza delle donne e alla diversità: il vero punto di partenza per fare accoglienza.

 

DCIM/100MEDIA/DJI_0006.JPGCome nasce l’idea di Guarimba?

«L’idea di fare la Guarimba è nata perché eravamo stanchi dei festival di cinema fatti solo per un gruppo privilegiato di persone. Volevamo fare un festival non con un tappeto rosso, ma verde dove tutti potessero godere del cinema, sempre rispettando gli spettatori e offrendo un programma audace che non fosse influenzato dalla tivù o dal “cosa diranno”. Così nasce La Guarimba: dal non trovare un festival che si adattasse a quello che volevamo, per cui lo abbiamo creato noi, per riportare il cinema alla gente e la gente al cinema. Dal 7 all’11 agosto inauguriamo quest’anno la VI edizione, siamo soddisfatti e molto felici».

Che cosa significano per lei le origini venezuelane, e come le coniuga con la sua attività professionale internazionale?

 «Le mie radici viaggeranno sempre con me: gli odori, i sapori, i ricordi dell’infanzia. Il luogo dove cresciamo ci marca e lo portiamo sempre vicino. Viaggiare mi ha aiutato però a capire tante cose e ad aprire la testa. Un altro lato meno dolce è il fatto che essere cresciuta in Venezuela ha significato per me avere una grande pressione come donna. È un paese dove le donne devono preoccuparsi troppo della propria apparenza. Da piccola mi sentivo grassa e questa inadeguatezza mi ha colpito molto mentre crescevo. Proprio per questo motivo parte del mio lavoro come illustratrice si concentra nel dare voce alla libertà delle donne, nello spingere ad imparare ad amarci per come siamo. Questa tristezza con cui sono cresciuta e le conseguenze che ha lasciato sulla mia personalità questa perenne sensazione del sentirsi inadeguate perché il mio corpo non rispettava il canone della società venezuelana, sono una spinta che mi serve per continuare a fare al meglio quello che faccio».

Perché ha scelto la Calabria?

 «La Calabria è stato un gioco del destino. Sono venuta con Giulio con l’idea di fare il festival e lavorare ai miei progetti. La famiglia di Giulio è calabrese ed è così che sono finita ad Amantea, di fronte al mare e scoprendo quanto brucia il peperoncino».

Come si fa a cambiare marcia, in questo Paese, secondo lei per ciò che riguarda l’emancipazione delle donne e la tutela della diversità?

img_1502«Mmm, è complicato. Innanzitutto bisogna cambiare da dentro e avere chiaro cosa si vuole. In questa società è molto difficile essere caparbi perché gli occhi di tutti ti stanno sempre addosso. L’importante è non stare dietro a quel che diranno e avere le idee chiare. Per quanto riguarda l’emancipazione delle donne si dovrebbe cominciare con i piccoli gesti, come insegnare alle bambine ad essere indipendenti, a leggere, a essere curiose. Una delle cose che più mi fa impressione quando sono in Calabria è che quando qualcuno vuole mettersi in contatto con me, parla direttamente con Giulio per chiedergli se voglio fare un murales o un lavoro. Quella barriera deve rompersi. Le donne non hanno bisogno di un mediatore e questo bisogna insegnarlo ai più piccoli. Dobbiamo imparare a rispettarci a vicenda, accettare le persone come sono e provare un po’ più di empatia. È un modo di accettare le diversità. Il rifiuto del diverso è solo paura mischiata ad ignoranza per cui meglio insegnare, dare gli strumenti per far si che gli altri capiscano che non c’è bisogno di avere paura ma anzi bisogna avere curiosità per l’altro da sé».

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