«C’è stato un periodo della mia vita che mi tatuavo perché mi sentivo invisibile, era il mio modo di dimostrare che esistevo». La vita di Alessandro De Rose ha tutti gli elementi narrativi della sceneggiatura di un film: l’infanzia in una famiglia felice, il dolore per la perdita del papà e i dissidi con la mamma, la piscina che gli chiude le porte in faccia, poi la rabbia e tanti tatuaggi. Fino al 23 luglio 2017, quando a Polignano il tuffatore azzurro vince la prestigiosa tappa della Red Bull Cliff Diving World Series e la sua vita cambia: «Uscire dall’acqua è stato come rinascere, oggi mi sento una persona con meno rabbia», ci rivela a margine dell’appuntamento di Bilbao. «Mi sono addirittura tolto dei tatuaggi che non mi rappresentavano più».

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Può dirci quali?
«In fondo alla schiena avevo scritto “vendetta”, piano piano col laser lo sto cancellando. E’ un sentimento che non provo più e non voglio portare scritto addosso».

Scusi, andiamo con ordine. Vendetta contro chi?
«Contro la vita che fino a quel momento era stata crudele. Mi ha lasciato senza papà a 14 anni, nel momento in cui ne avevo più bisogno: passavo le giornate a chiedermi “perché proprio a me?”».

Adesso che di anni ne ha 26, la capita spesso di ripensare a suo papà?

«Ogni volta che rivedo mia mamma. Loro erano molto uniti: anche con lei, dopo la morte improvvisa di papà, il rapporto non è stato semplice. La accusavo di lasciarmi solo, in realtà stava facendo di tutto per permetterci di andare avanti».

Quindi lo ha capito solo molto tempo più tardi.
«Papà è morto improvvisamente, per alcuni mesi non riuscivo neppure a credere che fosse successo davvero. Era il collante della nostra famiglia, senza di lui abbiamo anche avuto problemi economici».

Tali da mettere in discussione la sua passione per i tuffi?
«Mi dissero che non potevo più entrare in piscina, per me è stata una doppia perdita: ricordo che per una settimana sono stato così arrabbiato che neanche ci pensavo. Andavo in giro, mi sfogavo. Poi un pomeriggio mi sono ritrovato sul letto a guardare l’orologio, proprio nelle ore in cui di solito mi allenavo: non sapevo come fare».

Per fortuna è riuscito a riprendere in mano la sua vita.
«Mi sono trasferito a Trieste dove ho cominciato ad allenare e fare il cameriere: proprio in piscina, cinque anni fa, ho conosciuto Nicole».

Che è stata pure la sua allenatrice.

«Ha capito come tirare fuori il meglio di me».

«Ad esempio qualche anno fa qui a Bilbao», interviene lei, «non voleva fare l’ultimo tuffo perché era demotivato. Ci siamo fatti una passeggiata lungo il fiume e l’ho convinto».

Sono passati quattro anni: la scorsa stagione è arrivata la vittoria in Puglia e il bronzo ai Mondiali di Budapest. Nella pratica cosa le è cambiato?

«Tutto! Fino all’ultima estate ero una wild card, di lavoro facevo il cameriere. Da quest’anno sono diventavo un atleta a tempo pieno: mi alleno a Roma, al centro CONI dell’Acqua Acetosa. Devo stare attento anche a cosa mangio».

L’hanno messa a dieta?

«Diciamo che adesso seguo delle regole, di natura tendo a mettere su peso».

«Mangerebbe anche le pietre condite», lo interrompe ancora ridendo Nicole. «Anche se devo essere sincera, a casa il cuoco è lui. Si guarda tutti i programmi di cucina, si appunta le ricette: è davvero bravo».

Insomma, è un uomo di casa.

«Quest’anno mi sono specializzato negli stufati, mi piace stare ai fornelli».

«È vero», conferma lei. «Io all’inizio quando gli vedevo fare manicaretti con questa scritta “vendetta” sulla schiena mi veniva da ridere».

Cucina e tuffi. Ha mai avuto paura lassù, a 27 metri?
«Ho avuto il terrore di fallire, proprio a Polignano prima dell’ultimo tuffo. Per quanto riguarda la paura di farmi male invece, quella un po’ è normale che ci sia: ma pian piano, allenandoti, diventa routine».

Il suo primo tuffo da grandi altezze se lo ricorda?
«Certo, a Malcesine nel 2013: ho guardato giù e ho pensato: “ma chi me lo fa fare?”. Adesso invece prima della gara sono impaziente di salire sulla piattaforma: quella naturale paura, che comunque resta, è diventata piacevole».

E prima di saltare a cosa pensa?
«A niente, bisogna essere bravi a svuotare la mente. È comunque un’attività pericolosa: a Copenaghen ricordo che avevo troppi pensieri in testa, credevo di saperlo fare senza problemi, troppo spavaldo e poco concentrato. Morale: mi sono fatto male».

Quindi non pensa neppure alla sua fidanzata.
«Assolutamente no (sorride, ndr). Quando stai per saltare, ripassi il tuffo nella mente: non c’è posto per altri pensieri, né quelli belli ma neppure quelli brutti. Anche le negatività scompaiono. Ecco perché i tuffi, in qualche modo, sono stati la mia cura».

In futuro riesce a vedersi senza tuffi?

«Non saprei, di sicuro non potrò fare questo sport per sempre: mi piacerebbe aprire una scuola di Cliff Diving in Italia. Vedremo, per adesso ci siamo trasferiti da Strasburgo a Roma, io Nicole e Zero».

Chi è Zero?

«Il nostro cane, si è fatto tutti i traslochi con noi senza mai creare un problema. Si chiama come quello di Jack Skeletron nel film Nightmare Before Christmas».

Tatuato su un polpaccio, ovviamente, insieme a tanti altri bei ricordi. Che nessun tuffo potrà mai a cancellare.

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