NIssa, 1991. © Greg Gorman

Non esiste genere artistico più affascinante del ritratto: come un pezzetto di ferro viene avvinto da una calamita, così l’occhio umano lo è dai suoi simili. E il motivo è chiaro: non possiamo smettere di essere affascinati dal mistero che gli altri rappresentano per noi, pari solo a quello che noi rappresentiamo, certo per gli altri, ma soprattutto per noi stessi.

Ecco perché un titolo che ci promette di andare oltre il ritratto, come quello che l’americano Greg Gorman ha scelto per la sua mostra Beyond the Portrait presso la milanese 29 Arts in Progress Gallery (aperta fino al 1° settembre, tranne la settimana di Ferragosto), difficilmente ci può lasciare indifferenti.

Si tratta della prima retrospettiva in una galleria italiana dedicata al maestro settantenne (Kansas City 1949), fotografo e artista internazionalmente riconosciuto che, in un quarantennio di carriera, ha saputo spaziare dalle campagne pubblicitarie ai servizi di moda per i più famosi magazine, dai ritratti di celebrità ai lavori su commissione, ritagliandosi, a partire dalla metà degli anni ’80, uno spazio più personale, che gli permettesse di affrancarsi dai limiti imposti dalle richieste dei clienti per coltivare una propria ricerca autoriale. Ma, come sempre quando si ha a che fare con l’opera di un cavallo di razza della macchina fotografica, la distinzione fra lavoro commerciale e lavoro artistico non discrimina tra un meno e un più di qualità e forza dell’immagine; e le foto in mostra a Milano, che attingono a entrambi i bacini del suo archivio, ne sono testimonianza eloquente.

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Leonardo Di Caprio, 1194. © Greg Gorman

Un giovanissimo Di Caprio, ripreso nel 1994 quando la grande star aveva solo 20 anni e Titanic non si profilava nemmeno all’orizzonte, esibisce già un prodigioso sguardo magnetico, ma l’impercettibilmente timida piega delle labbra tradisce anche l’adolescente proiettato in un mondo in parte ancora sconosciuto; Marina Abramovic ripresa in un mezzo busto frontale con ampi occhiali da sole, il corto taglio dei neri capelli e un austero vestito dal collo bianco – punto luminoso sapientemente collocato al centro della composizione – ci appare con il viso per metà avvolto in un’ombra evocatrice: questi esempi ci permettono di cogliere due elementi fondamentali della ritrattistica di Gorman, vale a dire la costruzione sintetica dell’inquadratura, incentrata sul dominio del soggetto sullo spazio, e il controllo magistrale e sontuoso del contrasto chiaroscurale di ombre e luci. Le fotografie di Gorman non sono istantanee, non vogliono afferrare il famoso istante decisivo di Cartier-Bresson né descrivere un ambiente, il loro scopo è farci incontrare l’individuo nelle sue caratteristiche permanenti, con l’ambizione di coglierne la realtà al di fuori dello scorrere del tempo, in analogia, sia nell’ispirazione che nella funzione di cui caricano il gesto del riprendere, con la grande ritrattistica del nostro Rinascimento.

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Marina Abramovic, 2013. © Greg Gorman

La stessa ambizione la scopriamo nella parte dei lavori più recenti, dedicati allo studio del nudo, sia maschile che femminile: Gorman non è attratto dalla sensualità e sensorialità, dalle imperfezioni dell’epidermide e i brividi tattili che può suscitare, a lui interessa il corpo nel suo splendore di forma degna di ammirazione per l’armonia che lo modella e lo costituisce, in una ricerca che davvero, ancora una volta, richiama le ambizioni degli uomini del nostro Rinascimento, basti pensare alla ininterrotta meditazione di Michelangelo sull’anatomia e il dinamismo dei corpi. Non a caso la donna nella splendida immagine d’apertura ha il volto nascosto da un velo, per lasciarci completamente assaporare la visione del suo corpo nella traforata maglia che la (s)veste: Gorman non vuole parlarci della modella (Nissa), ma raccontare attraverso di lei e grazie a lei un modo di essere della bellezza femminile, carica di un eros non pruriginoso ma trionfale, solare eppure al tempo stesso modernamente intrigante, nel contrasto tra le curve e tensioni di quella posa elastica che esalta il giro delle gambe e la pienezza dei seni, ma anche la sottile delicatezza delle lunghe dita sottili e delle spalle. È la stessa logica che ritroviamo nel nudo maschile di spalle di Djimon, scatto emblematico dell’essenzialità di questa fotografia: nessun dettaglio, solo il possente corpo nero spruzzato di bianche gocce di latte su uno sfondo bianco.

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Djimon, 1991. © Greg Gorman

Entrambe le pose, di Nissa e di Djimon, sono originalissime e profondamente contemporanee: la sensibilità “rinascimentale” di Gorman non si riduce mai a una ripetizione di ricerche trascorse, ma porta avanti un proprio discorso, da artista dei nostri giorni che si misura con la nostra realtà e le sue questioni.

Grace Jones con occhiali, caschetto e corpetto dai riflessi di bronzo è raffigurata come un’aliena o un androide, ma le labbra carnose e le unghie colorate creano un contrasto ancora una volta spiazzante: carnalità e stilizzazione sono in un equilibrio raro, ottenuto principalmente grazie a un sortilegio che noi critici, se proprio vogliamo cercare (almeno in parte) di razionalizzare, possiamo chiamare regia della luce. Un’immagine come questa ci aiuta a capire ancora meglio quello che è iscritto nel nome stesso della fotografia: scrivere, raffigurare attraverso la luce. Se ne sono scritti (e se ne scriveranno) di libri e saggi su questi temi, ma, se si è un artista, basta un clic…

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Grace Jones, 1995. © Greg Gorman

In mostra potrete scoprire tante altre immagini, ciascuna capace di sorprendervi, incuriosirvi, farvi riflettere: da un giovane De Niro a un intenso David Bowie con chitarra, da una splendida Kim Basinger a mezzo busto (di schiena) a Michael Jackson con una tarantola appoggiata sul viso, da un giovanissimo (quasi irriconoscibile: la foto è del 1989) Johnny Depp a un nudo di Iman di fragorosa bellezza.

Gorman è un sacerdote del bianco e nero; e non potrebbe essere altrimenti, vista la sua necessità poetica di astrarre dal particolare e dal descrittivo per distillare un liquido prezioso: già, non è un caso che, come scopriamo dalla sua biografia, si dedica negli ultimi anni a coltivare vino tra le colline della California con la sua etichetta GKG Cellars…

Ma da 29 Arts in Progress – galleria fondata nel 2013, dedicata in modo particolare alla fotografia, capace di distinguersi per la programmazione curata e di alto profilo – sono esposti anche alcuni lavori in colore, come l’ immagine di Nirmala nuda e accovacciata di fronte a un gregge di pecore in Provenza: non è solo la straordinaria originalità della composizione a catturarci, ma anche la magia di questa posa della giovane, nella quale convivono un’animalesca tensione muscolare del corpo come di gazzella pronta a scattare e un misterioso, femminile posare, attendere, forse accogliere, in un capolavoro di potenza evocativa.

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Nirmala, Provenza 2017. © Greg Gorman






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