Questo articolo è stato pubblicato sul numero 27 di Vanity Fair (2018), in edicola dal 4 al 10 luglio

E poi Tim Cook lo ha detto. «Onestamente, non abbiamo mai voluto che le persone esagerassero con l’uso dei nostri prodotti». I manager in platea, alla convention della rivista Fortune, si chiedono se hanno capito bene. «Ma se passi tutto il tuo tempo sul telefono, vuol dire che stai spendendo troppo tempo al cellulare». Alcuni sorridono, scrollando lo schermo del loro iPhone. Sono quelli che già conoscono il nuovo corso dell’azienda di Cupertino – e di Android, che rilascerà Android P – che a inizio giugno, all’annuale conferenza mondiale degli sviluppatori in California, aveva parlato del prossimo sistema operativo di iPhone e iPad, iOS 12, in arrivo a settembre, che avrà funzioni per monitorare ore e minuti passati a usare lo smartphone e le sue applicazioni.

Ora, la domanda è: perché Apple, che produce uno degli smartphone più amati del pianeta, dovrebbe preoccuparsi di quanto tempo passiamo sul cellulare? Gli smartphone sono nelle nostre vite da una decina d’anni, l’espressione digital detox appare per la prima volta sull’Oxford Dictionary nel 2013, e da qualche anno si parla di un disturbo psicologico chiamato nomofobia, la paura di restare senza telefono, e di Fomo (Fear of Missing Out), la paura di essere tagliati fuori. Diversi studi psichiatrici associano l’uso intensivo del telefonino (soprattutto nel consultare i social media) a effetti negativi sulla stabilità emotiva, l’autostima, lo stress, la depressione, la capacità di controllare gli impulsi e i disturbi del sonno. Perché il cellulare è la sveglia del mattino accanto al letto, la cosa che tenete in mano quando camminate, quella che vi rilassa cinque minuti sul divano che poi diventano tre ore, che è accanto al tovagliolo quando siete al ristorante, che portate dove non portereste nessuno, in bagno.

«Siamo tutti dipendenti dal telefonino, varia solo la misura in cui lo siamo», spiega la giornalista scientifica Catherine Price, autrice del bestseller Come disintossicarti dal tuo cellulare, appena uscito in Italia per Mondadori, che promette di interrompere la dipendenza con un programma di quattro settimane e, cosa non da poco, cambiare la nostra vita. Non si tratta di eliminare i telefoni mobili, ma sceglierli quando servono, senza la sensazione di esserne fagocitati o non poterne fare a meno. L’obiettivo non è l’astinenza, ma la consapevolezza. Statisticamente gli americani passano più di 4 ore al giorno con il telefono, gli italiani lo controllano in media tra le 75 e le 110 volte al giorno: del resto, gli smartphone sono progettati per renderci dipendenti. Questa è la prima verità che racconta Price. Steve Jobs, nel 2010, rispose al New York Times che poneva limiti di tempo ai suoi figli per l’uso della tecnologia. E Bill Gates ha regalato il cellulare ai figli solo al compimento del quattordicesimo anno di età. «È la versione Silicon Valley della vecchia massima dello spacciatore: “Non sballarti mai con la tua merce”», scrive Price.

Il problema è il brain-hacking: una volta che il nostro cervello impara ad associare il controllo del cellulare con l’ottenimento di una ricompensa, avremo sempre voglia di farlo. La scarica di dopamina è alimentata da rinforzi positivi – il wuuush con cui si manda e riceve un messaggio, per esempio – e i premi sono dati a intermittenza, come se il cellulare fosse una slot machine tascabile: non importa se il like che aspettiamo arriva una volta su 50. Le notifiche delle app sono un invito a non abbandonare il telefono troppo a lungo, e ci riempiono di Fomo, con un rilascio di cortisolo (ormone dello stress) ogni volta che mettiamo giù il telefono.

Poi ci sono le app dei social media. Ricordiamolo: sono tutte gratis perché i loro clienti non siamo noi ma i pubblicitari, cui viene venduta la nostra attenzione. Price cita numeri da capogiro: nel 2014 gli utenti di Facebook hanno speso nel complesso 37.752 anni di attenzione sul sito, ogni giorno. Non c’è nulla di male, sia chiaro. Basta, appunto, deciderlo. Se siete tra coloro che pensano di essere multitasking, e quindi di poter fare più cose contemporaneamente, come guardare Twitter mentre siete davanti alla tv, sappiate che è un’illusione. Cambiamo solo il nostro centro dell’attenzione, facciamo task-switching, pratica che compromette la nostra memoria. Non solo: la creatività è spesso innescata dalla noia, «uno stato mentale che gli smartphone aiutano a evitare con grande efficienza», spiega Price.
Ci sono tre cose da fare il primo giorno del detox. Porsi la domanda fondamentale: a che cosa voglio dare attenzione? Va benissimo distrarsi ogni tanto con il cellulare, basta che non sia un gesto meccanico. Poi: fissate sul calendario le 24 ore di «separazione di prova» che farete dal vostro telefono (secondo l’autrice, funziona meglio tra venerdì sera e sabato sera, per iniziare in chiave positiva il weekend). Infine: in attesa che nei vostri sistemi operativi arrivino i cronometri, scaricate un’app di gestione del tempo, per valutare il vostro «consumo» digitale.

Tornando a Tim Cook, e alla domanda iniziale, pare che nei mesi scorsi alcuni azionisti avessero chiesto ad Apple di riflettere sulle conseguenze nei più piccoli dell’utilizzo dello smartphone. In generale, l’azienda non può più ignorare – ed è una svolta epocale, seguita da Instagram e Facebook che stanno studiando, tra le altre cose, una modalità «non disturbare» a tempo – il disagio dei clienti nel sentirsi dipendenti. E ora sono più chiare anche le parole di Sameer Samat di Google, all’ultima conferenza I/O: «Aiutare la gente nel suo benessere digitale per noi è ora più importante che mai».

Per Catherine Price è una buona cosa che Apple, Google e gli altri giganti hi-tech si interessino della salute dei loro clienti. Ma, spiega, «stanno cercando di bilanciare interessi opposti: quelli delle persone che acquistano i loro telefoni e quelli delle aziende che vendono app nei loro negozi. Gli utenti potrebbero volere più strumenti per trascorrere meno tempo sui telefoni, ma i produttori di app non vogliono che questi strumenti siano offerti, perché guadagnano da persone che passano il tempo sui loro dispositivi (e condividono dati)». Inoltre, al momento, «il telefono ti ricorderà solo, tramite una notifica molto facile da ignorare, che stai spendendo più tempo di quanto volevi. C’è insomma ancora molto da fare».



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