Questo articolo è stato pubblicato sul numero 28 di Vanity Fair, in edicola fino al 18 luglio 2018.

In Italia oggi funzionano molto due generi: il rap e l’indie. Carl Brave, 29 anni, romano, è il perfetto anello di congiunzione tra i due mondi: un cantautore hip hop. Mi risponde al telefono da Roma, si sta preparando una bevanda detox. «Finocchio, mela, carota, ci sto mettendo di tutto, l’ho visto in un documentario». Ex giocatore di basket, in un paio d’anni è diventato uno dei nomi da seguire per capire come sta cambiando la musica italiana.

Il merito è di due album: Polaroid (del 2017, con Franco 126) e Notti brave (uscito a maggio), con i quali ha perfezionato la formula: un terzo pop, un terzo rap, un terzo stornello. Se avete voglia di assaggiare il cocktail, lui e Franco 126 saranno in tour per tutta l’estate. Il 14 luglio si esibiscono al Flowers Festival di Collegno (Torino).
Tommaso Paradiso, Calcutta, lei: una generazione di sentimentali?
«Abbiamo in comune il fatto di occuparci delle piccole cose della vita vera. Io sentivo il bisogno di uscire dal coro “soldi e puttane” della trap. Quella americana è autentica, con il mito dei soldi e della ricchezza, quella italiana è un’imitazione. Il mio sound è venuto di conseguenza, acustico e melodico. Se parlo di mia nonna o del mio cane non posso usare i suoni della trap».

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Notti brave è pieno di collaborazioni eterogenee, qual è il filo che le unisce?
«I miei gusti. La sfida era prendere generi diversi tra loro e mescolarli col mio stile. Mi piace quando le canzoni hanno la forma di un viaggio. Fotografia unisce la mia cantata strascicata, il ritornello aperto di Francesca Michielin, la voce italiana più bella, e il rap di Fabri Fibra».
C’è un po’ di Roma in ogni sua canzone: come sta la sua città oggi?
«È difficile da mettere a posto, ci sono le buche e duemila cose che non vanno, ci lamentiamo di ogni sindaco, Raggi o non Raggi, ma per me è casa. Poi Roma è tante città, ciascuna con le sue contraddizioni, la mia è Trastevere e Monteverde: i turisti, le scuole americane, i negozi alla moda, ma anche i vecchi al bar che giocano a briscola».
Quanto si è ispirato ai cantautori romani, come Venditti e De Gregori?
«La mia ispirazione è altrove: il mio artista preferito è Skrillex, da lui ho preso l’ordine nelle canzoni, il guardare alla musica come una partita a Tetris nella quale ogni elemento deve trovare il suo posto. E poi Bukowski: per tanta gente leggerlo è una fase che poi passa, a me non è successo, magari perché sono un tipo semplice».

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