Questo articolo rientra nel nostro speciale dedicato alla salute mentale con le testimonianze di chi ha affrontato o affronta disagi e malattie psichiche. Se volete raccontarci la vostra esperienza, scriveteci a lettere@vanityfair.it

La depressione è anche un problema di famiglia. Nonostante la sofferenza sia sempre personale e la malattia faccia sentire soli, isolati e distanti dal resto del mondo, quando un familiare si ammala, il suo malessere coinvolge tutto il gruppo, l’intero nucleo.

Chi vive insieme a una persona depressa soffre quasi quanto la persona malata: è difficile scegliere il comportamento più adatto, è normale sentirsi scoraggiati.

Inoltre, più della metà delle persone che soffrono di depressione pensa che non valga la pena vivere, e tra il 15% ed il 25% arriva a progettare e a mettere in atto un tentativo di suicidio. Mentre i familiari assistono inermi.

Ce lo spiega Maurizia Venir, di Pordenone: suo marito, malato di depressione, se ne è andato proprio così. Lei ci ha scritto una lettera per raccontarci la sua sofferenza e il suo senso di impotenza.

«Da giorni l’ascolto del bollettino meteo alla radio e la diffusione delle notizie riguardanti le temperature elevate dell’aria allertavano la popolazione che stava affrontando un’estate con picchi di caldo, fin allora, mai raggiunti. Il tasso di umidità era molto alto e non faceva che aumentare il malumore. Camminando sotto i portici del corso principale della mia città mi sembrava di galleggiare su di un’insidiosa e verde palude. Mi sembrava di vedere delle bolle di pantano aprirsi per poi, improvvisamente chiudersi, e la possibilità di scivolare nella trappola di una sabbia mobile non mi sembrava tanto remota. Una sensazione di allerta, angoscia e di paura che poteva spaventare altre persone, ma non me: io ero abituata a questa sensazione perché mio marito da anni soffriva di depressione maggiore e ventiquattro ore su ventiquattro io ero convinta di cadere insieme a lui, da un momento all’altro, nell’insidiosa sabbia mobile e non ero sicura di riuscire ad aggrapparmi a quel pezzo di legno che ci potesse salvare.

Per il fine settimana era previsto ancora bel tempo. Vivo in una città non molto distante dal mare Adriatico e, con tranquillità, posso andare in una località balneare per poi ritornare a casa in serata. E la speranza di quel sabato mattino del mese di agosto era quella di convincer mio marito a fare con me la classica gita estiva. Niente di che: portare la borsa da spiaggia, l’asciugamano, la crema solare, le infradito. In casa nostra il caldo era soffocante e, nonostante il condizionatore fosse acceso ventiquattro ore su ventiquattro, l’aria che si respirava era pesante, non per la calura esterna ma per il peggioramento delle condizioni di salute di mio marito. L’ansia di cui soffriva era aumentata con picchi di invivibilità indescrivibili: assumeva psicofarmaci in dosi massicce che lo intontivano e che mi obbligavano a vigilare su di lui senza sosta. Era un continuo incrocio di sguardi disperati: i suoi occhi erano diventati opachi mentre i miei erano come due sentinelle all’entrata di una polveriera. Questione di tempo e tutto sarebbe scoppiato.

La depressione che lo tormentava ormai da tanto tempo lo aveva reso impresentabile anche nel fisico. I suoi muscoli avevano perso la tonicità e lui era notevolmente dimagrito, tanto che le persone mi chiedevano spesso se avesse “un brutto male”. Già! Perciò per la gita al mare era stato costretto ad acquistare dei nuovi pantaloncini: li aveva scelti a quadretti bianchi e azzurri e aveva comprato due magliette blu più piccole di tre misure rispetto a quelle che portava abitualmente. I suoi amati, scoloriti pantaloncini stampati a fiori caraibici li avrebbe lasciati a casa. Mio marito sembrava uno scolaretto pronto per la gita di fine anno scolastico in un corpo da adulto consumato dalla malattia. Io, invece, avrei portato con me il vecchio costume. Per me c’era poco da festeggiare: la depressione obbliga sempre alla “quaresima”.

Arrivati nella località balneare, seduta all’ombra del vecchio pino marittimo, raccontai a mio marito, per distrarlo, la mia avventura tragico-comica di quando, da ragazza, avevo fatto l’autostop per raggiungere il mare. Gli raccontavo spesso le mie scorribande giovanili. Lui si divertiva, rideva di gusto e poi quasi a proteggermi dallo “scampato pericolo” mi accarezzava i capelli come fa un papà con la sua bimba. Ma lui, sotto il pino marittimo, non mi ascoltava più e non rideva. Non mi avrebbe ascoltata mai più, non avrebbe riso mai più. La carezza sui capelli non è arrivata, non sarebbe arrivata mai più. Sotto il vecchio pino lui era in preda alle sue paure: quel giorno temeva di non saper nuotare. La depressione è così, fa venire paura di tutto. E un matematico come lui, abituato per tutta la vita a fare calcoli, aveva paura anche dei suoi amati numeri e faceva fatica persino a distinguere la somma dalla sottrazione.

Finalmente al tramonto riuscii a convincerlo a farsi un bagno: l’acqua era ancora calda e non c’erano bagnanti nel tratto di mare dove di solito lui si tuffava. Lo accompagnai alla riva. Lo vidi allontanarsi in acqua, sapeva nuotare e sapeva nuotare bene. Un puntino e una mano che mi salutava, la mia mano che lo salutava. Mi sembrava di essere una mamma in apprensione per il suo bimbo in acqua. Io avevo paura che non tornasse a riva, che il mare lo trascinasse via, che lui volutamente si lasciasse trascinare via. Una mamma che con il secchiello e la paletta raccoglie un po’ di acqua salata e della sabbia per costruire un castello in riva al mare, e quando si gira il suo bimbo non c’è più.

Mio marito è scomparso qualche mese più tardi: un tuffo da una finestra della nostra casa. Nessuno di noi ha vinto niente e il premio di consolazione è andato alla depressione, che si è portata via tutto. La sabbia mobile ha risucchiato silenziosamente mio marito».

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