Sembra retorica dire che la forza di un popolo si vede nei momenti di maggiore difficoltà. Per i thailandesi però è stato così. Il dramma, a lieto fine per i ragazzi e l’allenatore, delle 13 persone intrappolate per 18 giorni in una grotta ha mostrato la grandezza del popolo thailandese. A partire dai più umili, i contadini.

«Il riso può crescere sempre, le loro vite no» ha detto Pairoj Jan-in all’inviato del Corriere della Sera che gli chiedeva se non fosse preoccupato per il suo raccolto perso.

Tutti i campi attorno alle grotte sono stati allagati. Era l’unico modo per pompare acqua fuori dalla cavità e permettere che l’area in cui si erano rifugiati i ragazzi non venisse inondata. «Ho dei figli che hanno l’età di quei ragazzini» ha aggiunto.

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Tutti i contadini della zona hanno accettato che i loro campi fossero invasi da milioni di metri cubi d’acqua che andavano a rendere vano il loro lavoro. La maggior parte di loro ha anche detto «no» ai risarcimenti del governo e di chi ha fatto donazioni. Lo hanno fatto per il loro Paese che si vanta di essere l’unico del sud est asiatico mai stato colonia. Mostrano l’orgoglio dell’indipendenza i contadini thailandesi.

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Non è il governo tailandese ad aver messo la faccia su questa vicenda. È stato un governatore locale, sono stati i militari che hanno rinunciato alle licenze e i contadini che hanno perso il raccolto. È stata una lunga catena umana a salvare i ragazzi, letteralmente e metaforicamente.

Lungo tutto il percorso si è creata una catena di soccorritori, compresi gli abitanti del luogo che all’uscita e al campo base portavano da mangiare per tutti. Sono arrivati i sub inglesi e australiani. Un medico è rimasto nella grotta con i ragazzi dal momento in cui sono stati raggiunti fino alla liberazione. È australiano ed era in vacanza in Thailandia. Ha anche perso il padre durante le operazioni di soccorso e non è andato a dargli l’ultimo saluto. L’orgoglio nazionale è diventato cooperazione internazionale senza che nessun governo intervenisse.

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