Che le porte del mondo del lavoro siano più strette, nascoste o addirittura chiuse per le donne rispetto ai colleghi del sesso opposto è una triste realtà. Eppure, un conto è combattere un nemico visibile agli occhi di tutti, come il divario salariale o le diverse condizioni lavorative in cui versano uomini e donne. Cosa più complessa e allarmante, invece, è scovare queste disparità là dove meno ce lo si aspetterebbe: ad esempio nelle lettere di raccomandazione. Secondo una ricerca condotta dalla Rice University e la University of Houston, infatti, in ambito accademico il gender gap potrebbe insinuarsi anche tra le parole di lode scritte per raccomandare una candidata, penalizzandola nei processi di selezione.

I ricercatori hanno analizzato il linguaggio di oltre seicento lettere scritte per 174 candidati, di entrambi i sessi, a ricoprire il ruolo di «assistant professor» (l’equivalente del ricercatore). È emerso che le raccomandazioni per le donne hanno più probabilità, rispetto a quelle scritte per gli esaminandi uomini, di contenere dei doubt raisers, ovvero frasi e affermazioni in grado di mettere in dubbio l’attitudine di un candidato a ricoprire una certa posizione lavorativa. E ciò accadrebbe a prescindere dalla levatura del curriculum: a parità di numero di pubblicazioni su riviste scientifiche, insegnamenti tenuti e anni di post-dottorato, un’aspirante accademica viene descritta con più critiche dirette, commenti evasivi o sottili critiche travestite da lodi. Alcuni esempi? «La candidata ha una personalità un pò sfidante», oppure, «Potrebbe essere un buon leader in futuro». O ancora: «È improbabile che diventi una superstar, ma è molto solida». Come a dire di una band emergente che scrive pezzi mediocri ma sono ottimi musicisti. E anche se le lettere per gli aspiranti di sesso maschile contenevano, in alcuni casi, elementi di incertezza, ciò si verificava con una frequenza inferiore.

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A questo punto, per capire se un simile linguaggio possa in qualche modo influenzare il giudizio di un esaminatore, i ricercatori hanno sottoposto a circa trecento professori universitari di diverse facoltà americane, delle finte lettere di raccomandazione: contenenti un fattore di dubbio o descriventi le qualità del/la candidato/a senza sollevare interrogativi. Il risultato? Era sufficiente anche una sola critica o un commento evasivo e incerto per mettere in discussione il profilo del soggetto – a prescindere dal genere – non ritenendolo la scelta migliore.

Se si pensa che in ambito accademico le lettere di raccomandazione sono uno dei principali biglietti da visita per chi ambisce a diventare ricercatore o docente, i risultati mostrano come una donna incontri disparità non solo nel corso della sua carriera accademica, ma ancor prima di potervi accedere. E contribuiscono a spiegare il perché in alcune facoltà il numero di docenti e ricercatrici sia nettamente inferiore, a dispetto dell’86 per cento di professori nelle istituzioni americane che è rappresentato da uomini.

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Ma c’è anche un altro aspetto che rischia di passare inosservato: a instillare i dubbi su una candidata non sono lettere scritte solo da uomini. Anche le donne tendono a mal raccomandare le candidate dello stesso sesso, dimostrando di aderire inconsapevolmente a diffusi stereotipi di genere. Un aspetto, questo, ricollegabile anche al Fenomeno dell’Impostore (Impostor Phenomenon, IP). Un termine coniato nel 1978 dalle psicologhe Clance e Imes per descrivere quella convinzione ritenuta – guarda caso – prettamente femminile di non meritare il proprio posto di lavoro, la stima dei colleghi e i traguardi raggiunti. Le donne che sperimentano l’IP, notarono le due ricercatrici, vivono un vero e proprio paradosso poiché, pur raggiungendo eccellenti traguardi professionali o universitari, non riescono a riconoscersene il merito: che siano attrici di successo o si siano aggiudicate una cattedra all’università, la spiegazione che si danno è quella di essere state molto fortunate o che si sia trattato di un errore e che, prima o poi, tutti scopriranno il loro scarso valore. Sebbene studi più recenti abbiano evidenziato come l’IP possa riguardare anche gli uomini, il fatto che in origine fosse rivolto alle donne, la dice lunga sul modo in cui quest’ultime sono percepite e, cosa più importante, percepiscono loro stesse e arrivino a descrivere anche le altre appartenenti al gentil sesso.

Di gender gap se ne parla tanto, e qualcosa sta già iniziando a cambiare. Tuttavia è chiaro che oltre alla sua facciata più visibile – come le disparità di stipendi – ce ne sia una che agisce in silenzio in ognuno di noi e alla quale, forse, dovremmo prestare più attenzione, perché si esprime in dettagli di cui mai sospetteremmo, come le parole usate per descrivere le qualità di una candidata.

Si dice che noi siamo quello che scriviamo. Forse allora, nel caso delle lettere di raccomandazione, le donne dovrebbero iniziare a dire: non siamo (tutto) ciò che scrivono e scriviamo su di noi.

(Nella foto, un frame del film «Tra le nuvole»).

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