Per raccontare questa storia bisogna andare indietro più di vent’anni, anche calcisticamente. Era l’estate del 1992 e l’Europeo di quell’anno lo vinse la Danimarca, che nemmeno avrebbe dovuto giocarlo. Lo fece perché ripescata al posto della Jugoslavia che si era qualificata, ma che non esisteva più. Era nel mezzo delle guerre che avrebbero fatto nascere dal sangue (l’11 luglio è anche l’anniversario della strage di Srebrenica del 1995 in cui morirono migliaia di musulmani bosniaci) gli Stati indipendenti attuali, la Serbia, la Macedonia, la Slovenia, la Croazia.

In Croazia, quando ancora era Jugoslavia, è nato Danijel Subašić, che ora difende la porta croata e che quegli anni di guerra vissuti da ragazzino, è del 1984, se li ricorda bene.

È la rivista Jutarnij, ripresa e tradotta da giornalisti in italiano, a ripercorrere quei momenti della vita di bambino di Danijel, nato a Zara da madre croata e cattolica, ma da padre ortodosso e serbo di origine. Fino a quel momento nella Jugoslavia di Tito, per forza o per piacere, nessuno gli aveva fatto notare che lui era diverso. Il nazionalismo di una parte e dell’altra glielo ha mostrato da bambino con le vetrine dei negozi serbi distrutte a Zara solo perché erano dei «nemici». Nemici che in realtà avevano cognomi, famiglie e abitudini simili ai suoi.

Racconta la stessa rivista che a Subašić bambino venivano rifacciate le origini serbe quando la Croazia era sotto le bombe. Come fosse stata colpa sua. Racconta anche che il futuro suocero fosse arrivato a minacciare di morte la figlia che, sposando un «serbo», portava disonore in casa.

Subašić si è sempre sentito croato e non altro. Sempre con la maglia croata ha giocato e in questo Mondiali è diventato eroe nazionale grazie alle parate dei rigori (tre contro la Danimarca che aveva in porta il figlio del portiere di quella nazionale danese vittoriosa all’Europeo a cui la Jugoslavia non andò) che hanno portato la sua squadra fra le prime quattro al mondo e a un passo dalla finale. L’ingresso se lo gioca stasera alle 20 contro l’Inghilterra.

Deve aver imparato a non temere le conseguenze delle azioni in cui crede il portiere del Monaco in quegli anni difficili. E anche a non arrendersi. Ha giocato infortunato la partita ai quarti contro la Russia. Non ha avuto paura delle sanzioni Uefa, che non vuole immagini nelle maglie dei giocatori, mostrando quella che tiene sempre sotto la divisa da portiere. La maglia ha la foto di Hrvoje Custic, suo compagno di squadra 24enne morto più di 10 anni fa sbattendo contro una barriera a bordo campo. Il cuore, si sa, non guarda a etnie, nazioni e nazionalismi.

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