Al già esistente tango della gelosia bisognerebbe aggiungere il valzer del divorzio, o meglio quello delle sentenze sul divorzio e in particolare sull’assegno che accompagna l’addio fra i coniugi. Dopo la sentenza Grilli, che eliminava il criterio del tenore di vita mantenuto dal coniuge più debole durante il matrimonio per stabilire l’ammontare degli alimenti, ne sono venute altre in sensi diversi. L’ultima arriva dalla Corte di Cassazione e dice che il criterio per stabilire l’assegno deve essere misto. Non solo il vecchio tenore di vita, ma neanche l’esclusione di questo in base alle possibilità dei coniugi di mantenersi in autonomia.

Le sezioni unite civili della Cassazione hanno inviato un pronunciamento che indica come il contributo fornito alla conduzione della vita familiare «costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale». Bisogna quindi tenerne conto stabilendo l’ammontare dell’assegno.

Insomma aver fatto la casalinga per anni e cresciuto figli e famiglia era scelta di entrambi i coniugi non solo di chi restava a casa, lasciando magari il lavoro per sempre. Negli alimenti queste scelte e il contributo dato alla famiglia vanno considerati. La Corte lo dice così: «All’assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa. Il parametro così indicato si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo».

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Per l’assegno quindi bisogna mettere insieme più criteri: la valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, il contributo fornito dall’ex coniuge alla formazione del patrimonio comune e personale, «in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto».

Questa sentenza riapre molti casi noti. Su tutti quello di Veronica Lario e Silvio Berlusconi, ma anche il caso di Debora Roversi, ex moglie di Andrea Pirlo che aveva scritto una lettera aperta a Vanity Fair. «Il precedente orientamento (la sentenza Grilli, ndr)», scrive oggi l’avvocato Giovanni Reho, difensore della Roversi, «si è rilevato dunque palesemente errato, in quanto in contrasto con i principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà dei coniugi nell’ambito dell’istituto familiare anche dopo lo scioglimento del vincolo». Debora Roversi, con quella lettera, «aveva espresso il proprio aperto disappunto al principio che escludeva il diritto all’assegno di divorzio in favore di molte donne, che in considerazione della loro presunta autosufficienza economica, si vedevano azzerare i loro diritti, nonostante avessero contribuito in modo determinante e significativo alla ricchezza del marito, rinunciando tra l’altro alla propria realizzazione personale».

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Cambia però anche la prospettiva in molti casi più piccoli. Se fino allo scorso anno si era sempre seguito il criterio del tenore di vita, spesso penalizzando il coniuge che doveva staccare l’assegno, magari unico reddito con doppie case e vite da mantenere, dalla sentenza Grilli erano però emerse altre sperequazioni con persone che non riuscivano a rientrare nel mercato del lavoro dopo passati a curare la famiglia e assegni di mantenimento non adeguati.

Per l’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani questa sentenza è sicuramente più giusta dal punto di vista morale e sociale: «Da questo momento i coniugi più deboli che proveranno di essere stati artefici della crescita dell’altro, riceveranno un assegno di divorzio, anche se indipendente economicamente, che possa consentire loro una vita dignitosa. Pertanto la Cassazione tutelerà, anche per motivi costituzionali, l’impegno dei coniugi e la loro dedizione, anche in caso di fine del loro matrimonio».

Con la sentenza odierna, che i tribunali devono rispettare, l’analisi va fatta caso per caso tenendo conto delle prospettive lavorative di entrambi, ma anche del passato familiare oltre che delle situazioni patrimoniali. Non è questione solo economica, ma di tempo e vita vissuta insieme. Non tutti i divorzi sono uguali. Da oggi anche per la legge.

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