Un estratto del servizio di copertina del numero 28 di Vanity Fair, in edicola fino al 18 luglio

Sarà che più si invecchia, più affiorano ricordi lontanissimi: «Vengo da un ghetto alle porte di Milano in cui noi ragazzi, una tribù, ci sentivamo alternativamente i protagonisti della Via Pál di Molnár o i Greasers della 56a strada raccontati da Francis Ford Coppola. Dicevi: “Sono di Rozzano”, e vedevi i volti della gente di città deformarsi, i lineamenti parlare, gli occhi far brillare un pensiero nascosto: “Siete tutti barbari voialtri, tutti balordi, tutti ladri lì nel Bronx”».

Mentre beve un cocktail dal nome impronunciabile e occupa orizzontalmente il divano di un albergo in cui lo accolgono con l’indifferenza riservata al mobilio – «Non sono una star, giro in motorino, sono contento così» – Biagio Antonacci, 55 anni a novembre, un tour appena concluso, qualche milione di dischi venduti alle spalle: «Non ho mai saputo quanti fossero davvero», non ha voglia di sdraiarsi sulla memoria: «Se potessi la resetterei cancellando tutti gli eventi che mi hanno provocato dolore. Non si tratta di periodi, di attimi e forse neanche di momenti perché tutto ciò che hai vissuto, a una persona sensibile anzi meglio ipersensibile e quindi malinconicamente predisposta all’infelicità, può provocare un cortocircuito, una ferita, un’insoddisfazione». Per vivere il proprio presente, giura, «bisognerebbe saper dimenticare. Se fossi in grado di farlo, sarei molto più libero».

Non ci riesce?
«Non ci riesco, neanche con gli amori. E non vorrei dimenticarli perché mi hanno fatto soffrire o perdere tempo, né eliminarli dall’orizzonte per averli stravissuti con un investimento emotivo senza senso. È solo che non amo guardare le foto del passato, osservare i miei genitori da giovani, pensare con rimpianto a un tempo che non tornerà più».

Che cos’è il rimpianto?
«Un “ti amo” mancato, un rapporto umano non esplorato fino in fondo, il pensiero che certe cose avresti potuto affrontarle diversamente, con meno superficialità. A mio padre “ti voglio bene” non l’ho detto tutte le volte che avrei voluto».

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Perché?
«Forse perché non c’era tempo. A casa trottavamo moltissimo e più che ai sentimenti, si pensava alle cose concrete, al lavoro, alla sopravvivenza. Con mio padre parlavo pochissimo, soprattutto di calcio, nel tragitto verso San Siro mentre mi portava a vedere l’Inter. Per molti anni la mia Milano è stata soprattutto lo stadio. Mariolino Corso, Ivano Bordon, la curva dell’Inter, lo striscione dei boys».

Poi si tornava a Rozzano.
«Dove papà era arrivato, a 16 anni dalla Puglia, con due buste in mano e le tasche vuote. Dormiva negli appartamenti in costruzione, viveva di espedienti, cercava disperatamente di far quadrare i conti ogni giorno. La parola povertà la conosco perché su quella soglia noi e tanti altri siamo stati spesso. Il mio compagno di classe che arriva in pieno inverno con una sola scarpa ai piedi tra i banchi delle elementari, nel ’70, non nel 1880, non me lo sono mai più tolto dalla testa».

Erano quasi tutti figli di immigrati.
«Ci chiamavano i terroncelli, c’era ancora e c’è tuttora una forma di razzismo spietata, ma sentirci chiamare “terunìn” ci ha fatto diventare forti, ci ha spinto alla revanche: “prima o poi ve la faremo vedere”, pensavamo. Anche con la rabbia, con le risse e con le scorribande spesso scatenate da un insulto di troppo. Essere ironici e autoironici, quando ti trovi ai margini, è complesso».

 



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