Cosa c’entra in un mondo hi-tech qualcuno con una laurea in Lettere antiche o Antropologia? Gli studi umanistici sono bersaglio dei politici e dei consulenti di carriera, i genitori esortano i loro figli a evitarli, e gli studenti li scelgono sempre meno. Tuttavia, dati alla mano, conseguire una laurea in Lettere, Filosofia o Storia dell’arte, non condanna a una vita di disoccupazione e povertà, anzi. Secondo uno studio dell’Università di Harvard, le professioni che richiedono elevate competenze «soft» come scrittura, sintesi, problem solving, intelligenza emotiva e capacità di pensiero critico, hanno visto la maggiore crescita occupazionale e retributiva negli ultimi trent’anni.

Certo amministratori delegati e presidenti d’azienda difficilmente si troveranno a dover dissertare sull’ontologia esistenzialista di Heidegger ma è anche vero che l’abilità appresa studiando quelle idee può pagare nel mondo degli affari. Una ricerca del British Council ha evidenziato che più della metà dei leader «studiati», a livello mondiale nei settori corporate, no profit e governativi aveva conseguito una laurea nell’ambito delle scienze sociali o umanistiche. A favorire i dottori in scienze umane sarebbe proprio ciò che rende l’attuale mercato del lavoro così ostile: l’estrema precarietà. Addestrati per essere flessibili e adattabili, questi studenti non sono legati a una carriera specifica e sono impiegabili in diversi settori. L’instabilità può promuovere inediti percorsi di carriera e maggiore autonomia rispetto a major tecnici e tecnologici, che invece forniscono una linea più diretta tra credenziali guadagnate e opportunità di lavoro.

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Secondo i dati PayScale analizzati per MarketWatch chi è laureato in Filosofia in particolare ha il doppio delle probabilità rispetto agli altri laureati di diventare amministratori delegati. Questo perché il curriculum di studi fornisce una base che gli studenti possono utilizzare per adattarsi ai diversi contesti socioeconomici e politici in rapida evoluzione del mondo moderno. Dopotutto la Filosofia insegna letteralmente a pensare.

Studiare Dante, Shakespeare o Jane Austen non rappresenta certo un percorso facile e rapido verso la ricchezza. I salari al primo impiego per un laureato in materie umanistiche tendono a essere più bassi di quelli offerti per titoli professionali in settori quali ingegneria, finanza o informatica. Ma oggi, a sorpresa, le capacità analitiche e argomentative di filosofi e storici vengono sempre più apprezzate e richieste anche in luoghi sino a non molto tempo fa appannaggio esclusivo di programmatori e analisti finanziari. I dirigenti impegnati nella Silicon Valley stanno arruolando «filosofi pratici» per risolvere problemi complessi e offrire punti di vista inediti. Le abilità di pensiero critico sono utili in ogni professione, persino a Wall Street. Dove in colossi bancari come Morgan Stanley i laureati con titoli che spaziano dalle lingue alla musica e Soria dell’arte, costituiscono una quota considerevole del numero annuale di assunzioni.

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Un titolo in Filosofia, Storia o Letteratura inglese dunque non consegnerà un laureato a un destino di disoccupazione perpetua. Superare il panico post laurea trovando un primo impiego è forse l’ostacolo più grande. È facile sentirsi intrappolati nel ruolo imposto dal proprio titolo di studio e questo vale in ogni settore. Ma oggi più che mai i percorsi universitari non devono dettare o limitare le scelte post laurea. Spesso, le abilità apprese in una disciplina possono tradursi in sbocchi professionali sorprendenti anche in campi apparentemente non correlati.

Scoprite nella gallery chi, con una laurea umanistica, ha creato imperi economici e scalato carriere stellari.

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