I sindacati lo ripetono da tempo, regolarmente, ogni volta che si presenta la questione dei negozi aperti nelle giornate di festa: non è obbligatorio lavorare nei festivi. Non è solo posizione sindacale, le sentenze dei tribunali hanno sancito negli ultimi anni questa posizione.

L’ultimo caso riguarda due lavoratrici di Autogrill che non si erano presentate al lavoro, nonostante fossero di turno, il giorno di Ferragosto del 2017. Avevano rivendicato il diritto di riposare nel giorno festivo.

La vicenda è finita in tribunale a Milano e il giudice ha dato ragione a loro e non all’azienda che aveva aperto nei loro confronti un procedimento disciplinare le aveva sospese per due giorni dando una sanzione da codice disciplinare. Ora l’azienda dovrà risarcirle dei due giorni di mancato stipendio.

Il diritto riconosciuto dal tribunale è quello «soggettivo delle lavoratrici ad astenersi dal lavoro nelle festività» che poi uguale al «Lavorare a Pasqua, Ferragosto e Santo Stefano non è un obbligo» che i sindacati rilanciano in concomitanza dei giorni festivi ogni anno dall’avvio delle liberalizzazioni degli orari del commercio.

«Questa sentenza è però particolare», spiega il segretario nazionale Filcams-Cgil Cristian Sesena, «perché riguarda il contratto del settore turismo, non del commercio. Il contratto del turismo storicamente ha previsto norme più stringenti sul lavoro festivo perché è un settore che si sa essere aperto da sempre nelle festività. Il giudice ha seguito una tendenza generalizzata dicendo che il diritto di non lavorare nelle festività è soggettivo e il lavoratore lo può esercitare a prescindere da quello che è scritto nel contratto collettivo e in quello di assunzione».

Non sono solo le organizzazioni sindacali. Le sentenze negli ultimi anni, compresa la Cassazione, hanno ribadito che «la disponibilità al lavoro festivo è una scelta libera e autonoma di lavoratrici e lavoratori» e ancora che «il datore di lavoro non può imporre al dipendente di lavorare in una giornata festiva e definisce illegittima l’eventuale sanzione disciplinare a punizione del rifiuto al lavoro festivo, se non vi sia stato preventivamente un assenso di quest’ultimo».

Sono i sindacati per primi a comprendere che il settore del turismo non funzionerebbe fermandosi nei giorni festivi. «Nessuno dice che i ristoranti debbano chiudere», dice Sesena, «ma deve esserci una forma di turnazione, un principio per cui prima vanno i volontari a lavorare nelle festività e non siano sempre le stesse persone a lavorare in questi giorni. L’obiettivo di questa azione legale è proprio quello di costruire delle condizioni che ci permettano di dialogare con queste aziende».

Nelle festività (Capodanno, Pasqua e Pasquetta, 25 aprile, 1 maggio, Ferragosto, 1 novembre, Natale, Santo Stefano, 8 dicembre, 2 giugno, 6 gennaio e il patrono che varia di città in città) non c’è obbligo di lavoro. Non è inserito nella Costituzione, come sono invece le ferie, o nelle leggi sul lavoro se non per alcune categorie dei settori pubblici essenziali.

«Sulle domeniche di apertura, dopo il decreto Monti, c’è stata discussione e molte aziende hanno puntato anche sull’incentivo economico per i dipendenti. Anche per il turismo vorremmo far partire una contrattazione. Da tempo abbiamo nel contratto, per esempio di Autogrill, che ogni quattro domeniche lavorate, la quinta è di riposo. Per le festività vorremmo aprire un tavolo partendo dai principi della volontarietà e della rotazione».

Per il sindacato un incentivo potrebbe essere anche quello economico, ora le maggiorazioni nel settore turismo per i festivi sono di circa il 20%. «C’è un sistema di soluzioni che possono essere adottate», dice Sesena, «a partire dalla programmazione. Chi lavora in questo settore sa che non potrà evitare di lavorare in almeno una delle 10 festività annuali, ma organizzarsi si può, e poi c’è certamente anche l’elemento economico».

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