Il potere del mondiale si vede dai baffi. Non baffi qualunque. Quelli di Beppe Bergomi. Lo zio se lo ricordano tutti con i baffi. Invece li ha tagliati nell’agosto del 1982. Solo che con i baffi, un mese prima, ci aveva vinto il mondiale e nessuno se lo è dimenticato. «Cresceva e si è trovato con i baffi, ma non c’era la vanità di voler passare per vecchio» racconta Andrea Vitali, autore di Bella Zio (Mondadori Electa 14 x 21 cm 228 pp. 16,90 euro) che ha per sottotitolo Il mio romanzo di formazione e la firma di Beppe Bergomi, difensore campione del mondo con l’Italia nel 1982 a 18 anni, il secondo più giovane a vincere il titolo nella storia dopo Pelé.

Ha sempre giocato nell’Inter, con un esordio a 16 anni, e ora è la voce tecnica delle telecronache di Sky. Fa parte di FIFA 100, la lista dei 125 più grandi giocatori viventi. Per uno così l’aggettivo dovrebbe essere eccezionale e invece è il contrario secondo Vitali: «Non esiste un aggettivo migliore per definirlo che normale». Tanto normale che non ha voluto raccontare un’epopea calcistica, ma un romanzo di formazione: dal momento in cui nasce al mondiale vinto a 18 anni.

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«Non è la storia del Bergomi calciatore, ma un racconto, anche familiare, d’epoca anni Sessanta e Settanta» spiega Vitali,l’autore delle storie di Bellano, sul lago di Como. «Mi sono reso conto che emergevano dai suoi racconti una serie di persone che erano affini ai personaggi che mi piace raccontare. La sua stessa mamma è un personaggio dell’epoca, un segno distintivo: dove la si trova adesso una coppia di genitori che non va allo stadio di San Siro? Allora era questione di carattere, di abitudine, di educazione. Io mi sono commosso con il panino alla cotoletta. Fatta a casa e incartata, segno dell’amore materno: “L’ho fatto con le mie mani per nutrirti”».

Dal panino partiamo con Bergomi. Sempre quello con la cotoletta?
«Il più buono e quello che faceva più male».

Si dà del tu o del lei a un campione del mondo?
«Va bene il tu, sono lo zio».

Lo zio sembrava vecchio da giovane e giovane da vecchio.
«A un certo punto della carriera da zio ero quasi diventato nonno e poi alla fine della carriera dovevo essere clonato perché le prestazioni erano buone nonostante l’età».

Ma non eri così vecchio alla fine.
«Avevo 36 anni. Nel calcio ci sono momenti in cui 36 è tanto, altri in cui si superano facilmente. Lo abbiamo visto con Totti, Buffon, anche Zanetti. C’è chi è andato avanti fino ai 40. Dieci anni prima di me ci si fermava a 32. La metodologia di allenamento ha permesso ai giocatori di gestirsi meglio».

Sei rimasto calciatore anche dopo?
«Sì, non me lo sono mai tolto. Facendo il commentatore sono rimasto vicino a questo mondo senza esserci del tutto dentro. Commento con passione, ma non faccio più la vita dei ritiri, del gruppo».

La motivazione è la stessa di quando giocavi?
«Mi piace molto allenare i ragazzi, apprendono come spugne, ma anche fare le telecronache. Ovviamente la finale di coppa del mondo. Non solo però. In Borussia Liverpool mi sono trovato abbracciato a un tifoso del Liverpool. Il calcio è emozione e vita».

In campo e nel libro dai idea di tranquillità.
«Invece sono un emotivo, mi trinceravo dietro quest’aria un po’ cupa, austera. I primi dieci anni di carriera sono volati, poi sono venute più responsabilità e tensioni. Ho smesso al momento giusto».

Perché raccontare quello che è successo prima?
«Perché quello che ha fatto Beppe Bergomi lo sanno tutti, basta cercare su internet. Avevo sempre detto no a chi voleva scrivere una biografia. Vitali mi ha proposto un romanzo della mia vita da ragazzino, del paese in cui sono cresciuto, degli anni Settanta. Lui si faceva delle risate quando raccontavo alcuni episodi come la signora Pina che veniva con l’ago d’acciaio a fare le punture a casa e io scappavo perché facevano malissimo. Una ragazza del mio paese mi ha detto che avevo raccontato suo padre come era».

Miglior compagno di squadra?
«Riccardo Ferri perché ci siamo trovati il primo settembre 1977 sul pullman insieme ad andare a fare il primo allenamento».

L’esordio a 16 anni in prima squadra, presto o no?
«Una volta era facile esordire giovani perché le rose erano ridotte. Quando ho esordito io c’era un solo straniero e 6 o 7 undicesimi della squadra venivano dal settore giovanile. In tanti siamo venuti presto dal settore giovanile. Adesso o sei veramente un fenomeno oppure stai ancora negli allievi e nella primavera a quella età. I ragazzi maturano anche un po’ dopo e ci manca anche un po’ di coraggio nel farli giocare».

Miglior partita?
«Un Inter-Juventus 4 a 0 segnarono Rummenigge, due volte, Ferri e Collovati. Era una delle prime volte che giocavo da libero. Mi diedero tutti 9, ma avevo già sentito io di aver fatto una grande partita».

Il peggiore da marcare?
«Van Basten. Era il peggiore in assoluto. Era tecnico, era veloce, era forte di testa, era fisico e cattivo agonisticamente».

È diverso giocare un mondiale da giovane e da meno giovane come è successo a te?
«Da giovane c’è tanta incoscienza e tutti ti aiutano. Dopo ci sono più responsabilità. Io ha nel cuore il mio primo e l’ultimo, quello del 1982 e quello del 1998, quando ormai ero fuori dalla nazionale da alcuni anni. Io auguro a tutti i calciatori di indossare almeno una volta la maglia della nazionale al mondiale. È una sensazione unica».

Chi lo vince il mondiale?
«Il Brasile è il mio pronostico dell’inizio, ma è un bel rebus con una parte di tabellone con tutte le squadre più forti. Sarebbe bello anche vedere una vittoria di una non delle solite, una di quelle che non ha mai vinto il mondiale. Per ora però non ho visto grande gioco. Giocano tutti alla stessa maniera, anche le piccole squadre sono fisiche. Mi sono piaciute Spagna-Portogallo e Giappone-Senegal».

C’è da fidarsi per competenza e memoria storica. Chi scrive ha detto a Beppe Bergomi di averlo visto la prima volta allo stadio in una partita del 1989, Bologna-Inter, e lui ha risposto con il risultato, 6-0 per i nerazzurri. In Serie A ne ha giocate più di 500 in vent’anni e dà l’idea di ricordarle tutte. Normale? Eccezionale.

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