Questo articolo è stato pubblicato sul numero 25 di Vanity Fair, in edicola fino al 27 giugno

In questo preciso istante le sue opere sono in mostra a Cordoba, in Spagna, a Krugesdorp, in Sudafrica, a Naestved, in Danimarca, a Liverpool, in Inghilterra, e a Prato, in Italia. Entro la fine dell’anno apriranno altre esposizioni in Francia, Austria e Stati Uniti, mentre restano attive le installazioni permanenti, come l’Imagine Peace Tower a Reykjavík, in Islanda, o il giardino Skylanding nel Jackson Park di Chicago. L’arte di Yoko Ono sta vivendo probabilmente il suo momento di massimo fulgore, eppure sono certo che la maggior parte di voi abbia cominciato a leggere questo articolo attratta dal suo nome e dalle immagini iconiche e si stia chiedendo, ora, di che tipo di opere si tratti perché non ne ha idea.

Agli inizi della loro contestatissima storia d’amore, il lungimirante John Lennon aveva già dato la definizione perfetta di ciò che rappresentava sua moglie per il pubblico: «Yoko Ono è l’artista sconosciuta più famosa del mondo: tutti sanno chi è, ma nessuno sa che cosa fa». Un giudizio per molti aspetti ancora valido a cinquant’anni di distanza. D’altronde, il suo resta un caso piuttosto unico di icona al negativo. Proclamata da svariati sondaggi come la donna giapponese più nota del pianeta, Ono da decenni deve convivere con l’accusa più infamante della storia della musica: l’aver distrutto il maggiore gruppo pop di sempre, i Beatles. Un’assurdità, smentita a ripetizione dai membri stessi della band, ma che i media hanno cavalcato con ostinata perfidia, rendendola presso il pubblico «la donna più odiata del rock». Quindi, se tutti la conoscono e tutti la odiano, difficile che qualcuno si prenda la briga di andare a vedere effettivamente che cosa faccia.

La sua carriera (iniziata ben prima dell’incontro con Lennon) è sempre stata all’insegna dell’avanguardia. Figlia di genitori ricchissimi, dopo il trasferimento con la famiglia negli Usa all’età di 19 anni, scopre il mondo dell’arte concettuale e se ne innamora. Sceglie di diventarne un’esponente e i genitori, scandalizzati e contrari, le tagliano immediatamente i fondi. Comincia per lei una vita diversa: performer d’avanguardia squattrinata nel Greenwich Village di New York, due matrimoni, un’esibizione personale a Londra che desta scalpore e lì, l’incontro con la star Lennon. E lei, da sempre interessata alla musica di ricerca e non alle canzonette, quando glielo presentano non sa neanche chi sia. Ma in fondo è questo il punto nodale della faccenda: Yoko Ono aveva una sua spiccata personalità, stava seguendo un suo percorso artistico e politico, battendosi per i diritti delle donne e delle minoranze, quando si innamora del musicista più noto del pianeta non rinuncia affatto a questi aspetti per assumere il ruolo da first lady. Al contrario, è lei a insegnare a lui come possa usare la sua fama immensa per trasmettere al pubblico messaggi di grande valore umano e sociale. In sintesi, senza Yoko Ono non ci sarebbe mai stata una Imagine. Ma se John ne è sempre stato consapevole, i suoi stessi fan sembravano rifiutarsi di accettarlo.

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La grandezza di Yoko è stata quella di non rinunciare mai alla sua integrità artistica. Le sue performance potevano essere semplici provocazioni (come annunciare una mostra al MoMA che non era affatto in programma) o gesti di forte impatto emotivo (come lasciare che il pubblico di un teatro tagliasse a brandelli il vestito che indossava lasciandola seminuda). I suoi dischi sono esempi di pura ricerca sperimentale (dai primi brani nei quali gridava per rappresentare le inquietudini del suo tempo alle recenti collaborazioni coi nomi di spicco dell’indie americano). Per anni tutto ciò è stato accolto con derisione e disprezzo pressoché unanime. Poi, finalmente, qualcosa è cambiato.

Oggi è in atto una rivalutazione completa del suo lavoro, almeno negli Usa. I nuovi critici musicali riconoscono la sua produzione come seminale, star del calibro di Lady Gaga, Lana Del Rey, Moby o i Sonic Youth le rendono omaggio, i più grandi musei del mondo le dedicano retrospettive. A 85 anni Yoko Ono sta sperimentando quell’attenzione e quell’affetto che per tutta la vita le erano stati negati. E mentre lei gode sbalordita di questa parziale inversione di rotta e sperimenta nuove forme di comunicazione (come un attivissimo profilo Twitter dove posta riflessioni e proclami quotidianamente), noi non possiamo che notare tristemente come per la maggior parte del pubblico questa rivalutazione sia ancora lontana. Basta leggersi alcuni commenti su YouTube sotto i suoi video: «Un insulto all’arte e all’umanità», «Chiamate un esorcista!», «Ritardata», «Strega», «Non capirò mai come Lennon abbia potuto scopare una così», fino al terrificante «Avrebbero dovuto sparare a lei».

Se c’è comunque qualcosa che tutti dovrebbero riconoscere a Yoko Ono è come abbia saputo accettare l’ingiustificato e brutale astio del mondo e abbia avuto la forza e la sfacciataggine di resistergli. Fosse solo per questo, meriterebbe rispetto. O in alcuni rari casi, come nel mio, un amore incondizionato.



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