C’ Tiki, per il mercato vietnamita. Qoo10 per chi punta sui ricchi consumatori globali di Singapore. Shopee opera in tutta l’Asia, ma lo fa prevalentemente via telefonino. Mentre Takealot il pi popolare in Sudafrica. Dimenticatevi i giganti come Amazon o Alibaba: i mercati emergenti pullulano di portali locali per l’e-commerce. Ed entrare in Africa, in Asia o in Sudamerica dalla porta di servizio potrebbe rivelarsi addirittura pi conveniente.

Prendiamo Jumia.com, che ha esordito sei anni fa in Nigeria e oggi si allargato ad altri 13 Paesi del continente. Quarantamila i venditori ospitati, quasi tutte Pmi, e 550 milioni i visitatori nell’ultimo anno. Il primo unicorno tech dell’Africa, come lo ha definito il Financial Times. Tra i suoi fondatori c’ anche un italiano, Massimiliano Spalazzi, ex bocconiano: giovanissimo, ha solo 31 anni, ma gi amministratore delegato in sette dei Paesi in cui opera il portale. Lavoriamo soprattutto con le aziende africane – racconta, dal suo quartier generale che per anni stato a Lagos e ora a Dubai – ma per le imprese straniere che vogliono vendere sui nostri portali abbiamo inventato la sezione Jumia Global. Per ora offre soprattutto prodotti cinesi, ma presto apriremo anche ad altri Paesi.

Gli stranieri, per, su Jumia gi possono vendere. Gli inglesi e i francesi, per esempio, hanno subodorato il business e hanno cominciato a tirare su le saracinesche virtuali. L’unica condizione richiesta – spiega Spalazzi – quella di avere un distributore nel Paese. Se il mio obiettivo il portale del Marocco, insomma, devo avere un accordo con un importatore che abbia sede legale a Rabat e dintorni. Ma produrre in loco no, non necessario.

L’export digitale attraverso i portali emergenti dell’e-commerce pu essere un buon affare, per le imprese italiane? un modo interessante per raggiungere meglio i consumatori dei Paesi emergenti. In Africa, per esempio, c’ solo un supermercato ogni 60mila abitanti. Provare, in fondo, semplice: Un imprenditore pu esporre i suoi prodotti sulle nostre vetrine virtuali – spiega Spalazzi – e ci paga una commissione, fra il 3 e il 20% a seconda del settore merceologico, ma solo se la merce viene venduta. Oppure, firma un contratto per lasciare nel nostro magazzino uno stock di prodotti per 60 o per 90 giorni,e alla fine quel che non vendiamo gli viene restituito. Il vantaggio, in questo caso, che non deve pensare alla spedizione: quella la facciamo noi, di solito in un solo giorno.

Le modalit contrattuali rimangono pi o meno le stesse, anche se si cambiano i Paesi. In Africa, per esempio, oltre a Jumia vanno molto bene BidorBuy, in Kenya, oppure Kaymu: partito dalla Nigeria come Jumia, assomiglia pi al modello di eBay che a quello di Amazon e ad oggi si espanso in una trentina di Paesi, arrivando fino in Pakistan. Accanto ai portali generalisti, poi, ci sono quelli settoriali: come Checki, dedicato alla componentistica auto e agli accessori per veicoli.

In Asia, invece, tra i pi popolari c’ Lazada, di cui Alibaba ha acquistato il controllo del 2016. A fondarlo, nel 2012, stato un manipolo di consulenti fuoriusciti da McKinsey. Tra i quali l’italiano Riccardo Basile, che dopo aver incassato la fiche del gigante cinese ha lasciato la societ e ora si prepara a una nuova avventura digitale: Su Lazada vanno molto bene la cosmetica e i prodotti per l’infanzia: almeno uno su tre, di questi beni, nel Sudest asiatico ormai viene comprato online.

Gli italiani presenti su Lazada? Per il momento, solo qualche grande gruppo: Artsana, De Longhi, Superga, Perfetti, Luxottica.

Eppure,le esportazioni digitali dell’Italia sono in crescita. Secondo l’Osservatorio Export della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2017 hanno raggiunto i 9,2 miliardi di euro, in crescita del 23% rispetto al 2016. L’incidenza sul totale delle esportazioni di beni di consumo – che valgono complessivamente 144 miliardi di euro – rimane per ancora marginale, pari ad appena il 6,4 per cento.

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