«Per me non ci dovrebbe essere nessun limite alla spesa per denaro contante, ognuno è libero di pagare come vuole e quanto vuole». Matteo Salvini lo ha detto, insieme a molte altre cose su flat tax, Imu e imposte, all’assemblea di Confesercenti. È il no del leader leghista e ministro dell’Interno alle norme che limitano l’uso del contante.

Questo no, tuttavia, non trova la condivisione degli alleati di governo. Luigi di Maio ricorda che la posizione di Salvini è personale e non rientra nei punti del programma dell’esecutivo.

I grillini hanno da sempre sostenuto un’altra via, quella dell’eliminazione dei costi per i commercianti sui pagamenti elettronici perché si incentivasse l’uso di carte e bancomat, tracciabili e quindi meno soggetti alla possibilità di transazioni in nero, riciclaggio, corruzione.

Il punto sta qui: la legalità. Il pagamento in contanti, lo insegnano anche i telefilm polizieschi americani, è molto meno facilmente rintracciabile. Una carta di credito o un bancomat lasciano una scia lungo la quale si può risalire e controllare se tutto è stato fatto regolarmente a partire da fattura e scontrino, per arrivare alle tasse.

Per avere questa trasparenza sono state fatte più leggi finalizzate a limitare l’uso del denaro contante. È del 2017 il decreto legislativo 90 che pone un tetto all’uso del contante per i pagamenti: 3 mila euro. Sono le norme antiriciclaggio e riguardano anche assegni e libretti. È vietato trasferire denaro contante o titoli al portatore tra privati per importi pari o superiori a 3 mila euro. Per cifre superiori bisogna usare metodi che garantiscano la tracciabilità del trasferimento. Le sanzioni vanno da 3 mila a 50 mila euro.

Già 3 mila è una cifra alta, visto che il governo Monti aveva fissato a 1000 euro il limite di utilizzo del contante. Non l’ultimo degli interventi sul limite di spesa. Tutti per ora poco utili visto che l’Italia è fra le ultime in Europa per pagamenti elettronici. Il contante viene utilizzato per l’86% delle transazioni, secondo uno studio di The European House Ambrosetti. La media dell’Eurozona è al 74%. È salito negli ultimi dieci anni il contante in circolazione in Italia, supera i 197 miliardi, e il sommerso nel nostro paese vale il 14% del Pil, ben 208 miliardi di euro. Sono dati che dicono che le tante leggi sulla limitazione dell’uso del contante non sono poi servite a molto.

È evidente, però, che il contante è una forma di pagamento che costa più di altre. Secondo le stime diramate dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano il trasporto e la gestione del contante pesa per 9,5 miliardi di euro all’anno sull’Italia. Sempre secondo l’Osservatorio milanese, riportato dal Sole 24ore, il 34% del passaggio di denaro in contante non viene dichiarato e quindi non viene tassato. Sono 24 miliardi all’anno che passano ben lontani dal fisco.

Tutto il contrario rispetto alla Svezia dove, negli ultimi cinque anni, si sono dimezzati gli acquisti con banconote e monete. Il 95% degli acquirenti ha una carta o un metodo di pagamento elettronico. Entro il 2025 il paese scandinavo dovrebbe raggiungere il limite di «quasi cash free». In Italia c’è ancora chi rifiuta i pagamenti con carta anche se la carta deve essere accettata per scontrini dai 5 euro in su. A pesare sono soprattutto le commissioni sui pagamenti che gli esercenti continuano a considerare troppo alte. In Italia la carta di credito la usano ancora in pochissimi. È al 24esimo posto in Europa su 28 paesi. Appena 50 transazioni pro capite all’anno in media contro le 328 della Danimarca, le 317 della Svezia e anche sotto la media europea è di 117,8 transazioni.

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