L’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri non si impara all’università, non la insegnano al tirocinio. Ma forse dovrebbero, vista la delicatezza del rapporto medico-paziente. L’empatia non serve solo a far sentire il paziente maggiormente a suo agio, più capito e ascoltato (elementi comunque da non sottovalutare), ma contribuisce a migliorare lo stato di salute del paziente, che si sente più coinvolto nelle terapie, e riduce i rischi medico-legali. Insomma, l’empatia è importante e, in questo, le donne medico sembrano avere una marcia in più.

Già alcuni anni fa, un’ampia ricerca realizzata negli Stati Uniti aveva mostrato che i pazienti curati da medici donna avevano un più basso grado di mortalità e di ospedalizzazione rispetto a quelli seguiti da medici uomini. I ricercatori sottolineavano che questo dipendeva da diversi fattori, tra cui – come mostrato da studi precedenti – la tendenza delle dottoresse a parlare di più con i pazienti, a fare visite che durano più a lungo, ad avere un approccio focalizzato sulla comunicazione. Insomma, a mostrare maggiore empatia.  E ricerche più recenti hanno confermato che i medici donna sono più empatici degli uomini e che prestano maggiore attenzione all’aspetto della comunicazione con il paziente.

Dal punto di vista dei pazienti, quindi, meglio un medico donna. Ma qual è il prezzo che pagano le dottoresse per questo loro maggiore coinvolgimento emotivo? Il prezzo è alto e si chiama burnout, letteralmente un crollo, quello che una volta si chiamava esaurimento nervoso. Il burnout è molto studiato perché comune soprattutto tra i professionisti della cura (medici quindi ma anche infermieri o psicologi per esempio) e comporta un senso di affaticamento estremo, di esaurimento emotivo, di forte distacco dal lavoro e dalle persone coinvolte con il lavoro, in primo luogo i pazienti, fino ad arrivare ad avere un atteggiamento cinico e sentimenti di inutilità e inefficacia. Le professioni di cura comportano la creazione di relazioni intense tra chi presta le cure e chi le riceve e spesso chi presta le cure tende a mettere i bisogni dell’altro davanti ai propri. Aiutare può essere molto nutriente dal punto di vista emotivo, tanto quanto può essere molto deprivante. Insomma, è come se l’eccesso di coinvolgimento emotivo (e di empatia) possa provocare proprio la reazione opposta, all’estremo, con le conseguenze di un disagio forte e della scarsa predisposizione e attenzione verso i pazienti.

Le donne medico, quindi, sono più empatiche, ma è anche vero che sono quelle che rischiano di più. La maggiore esposizione delle donne al rischio burnout è stata infatti ampiamente documentata e la correlazione con l’empatia appare plausibile. Proprio l’empatia infatti causa una maggiore attivazione emotiva e la riduzione dell’empatia è una sorta di difesa che chi è sottoposto a situazione a forte carica emotiva mette in atto in maniera automatica, come mostrano anche le neuroscienze. Quello che è visto dai pazienti come un punto di forza, quindi, può diventare un grave problema per le donne medico  e, più in generale, per le professioniste della cura, se non confinato nel giusto equilibrio tra i bisogni degli altri e i propri e con una costante attenzione a se stessi e al proprio benessere. Questo scenario ha anche l’aggravante del fatto che le donne, in generale, subiscono l’aspettativa sociale di essere più accoglienti ed empatiche, come se questo fosse scontato e dovuto, fattore che invece viene apprezzato come un importante plus nel caso dei colleghi maschi. Con un risultato che fa riflettere: la percezione di sé, nei casi di burnout, diventa molto negativa, oltre al fatto che il burnout non solo peggiora le performance lavorative in modo sostanziale, ma influenza negativamente anche la vita familiare e personale.






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