Si scrive molka, si legge”pornospionaggio”: è la perversione tutta coreana di installare telecamere pirata per spiare le donne quando sono in una toilette pubblica: al ristoriante, in metropolitana, persino a scuola. Le immagini delle ignare vittime, ovviamente non consenzienti, vengono poi diffuse in rete, un gioco da ragazzi in uno dei paesi più digitalizzati del mondo. Il fenomeno è noto da tempo in Corea del Sud, eppure chi spaccia questi video ancora, tipicamente, la fa franca. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’arresto di una ragazza di 25 anni che aveva pubblicato online le foto di un modello nudo – ma non di un modello alla toilette – senza il suo consenso. E questa disparità di trattamento tra i cyberguardoni e l’improvvida ragazza è stato troppo anche per le miti donne coreane, diciamolo, non certo campionesse di ribellione.

Così, sabato scorso, al grido di “My life is not your porn” – la mia vita non è il vostro film porno – 22mila donne di Seul sono scese in piazza per quella che verrà ricordata come la più grande manifestazione femminista nella storia del Paese. Il corteo è stato ripreso da Hawon Jung @allyjung, corrispondente dalla Corea del Sud dell’agenzia di stampa francese Afp. Oltre 20mila donne con un cartello rosso e con il viso coperto, per paura di essere oggetto di ritorsioni e attacchi su internet, hanno chiesto al governo di intervenire con leggi più severe e con certezza della pena contro questo che è una vera e propria forma di violenza contro le donne.

Secondo i dati raccolti dalla Korean Women Lawyers Association, l’associazione delle avvocatessa sudcoreane, il 25% dei crimini a sfondo sessuale nel Paese hanno a che fare con l’utilizzo improprio di immagini. Immaginate quanto odioso possa essere dover andare in bagno con la preoccupazione che qualcuno ti spia. Peraltro nell’era di Internet, quando dall’altra parte del buco della serratura non c’è una persona sola, ce ne sono milioni.

La molka però è anche un monito, un avvertimento. Nell’era della privacy violata da facebook, nell’epoca di Instagram in mano alle ragazzine e ai ragazzini delle scuole medie, fino a che punto può arrivare l’uso sconsiderato delle nuove tecnologie?






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