Nella battaglia dei numeri chi continua a perdere sono sempre i più deboli, che siano donne, bambini, minori non accompagnati o persone con difficoltà. Eppure la fredda contabilità dovrebbe far capire l’entità dei problemi, aiutare a comprendere la dimensione e le fattezze dei fenomeni, sostenere la formulazione di idee, opinioni e concetti. Invece, non è così. Tutti a parlare senza cognizione di causa. I numeri “parlano”, eccome se parlano. Raccontano tanto di quella che da molti è considerata la “minaccia dell’invasione”. Eppure si parla da tempo di crollo degli sbarchi. In queste ore concitate, abbiamo forse ancora molte cose da imparare, prima di sputare sentenze e proclamare dichiarazioni con ostinata pervicacia come fossero verità assolute a suon di post su Facebook e Twitter.

Per avere un’idea più completa del fenomeno delle migrazioni, l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha fotografato la situazione. Gli ultimi dati disponibili risalgono alla fine del 2016, ma sono sufficienti per addentrarci in una questione complessa, che deve tenere conto di aspetti politici, economici, sociologici, culturali, antropologici. Qui ne riportiamo i tratti salienti, senza la pretesa di essere esaustivi, ma di offrire qualche utile argomento di riflessione.

Nel 2016 sono 65,6 milioni di persone sfollate con la forza in tutto il mondo, in seguito a persecuzioni, conflitti, violenze o violazione dei diritti umani. Il 51% di questi è rappresentato da bambini e adolescenti sotto i 18 anni di età. Ogni minuto venti persone hanno dovuto lasciare le loro case, costrette a fuggire. A chi parla di “invasione” a ogni piè sospinto, occorrerebbe ricordare che secondo le stime dell’UNHCR sono state le regioni in via di sviluppo ad accogliere i rifugiati per l’84% dei casi, che si traduce in circa 14,5 milioni di persone, mentre le regioni meno sviluppate hanno fornito asilo a 4,9 milioni di rifugiati, che ne costituiscono il 28%. Se consideriamo nel complesso gli ultimi due decenni, la popolazione mondiale di sfollati forzati è cresciuta sostanzialmente da 33,9 milioni nel 1997 a 65,6 milioni nel 2016, e rimane ad un livello record. La maggior parte di questo aumento si è concentrata tra il 2012 e il 2015, principalmente a causa del conflitto siriano Ma questo aumento è dovuto anche ad altri conflitti come quello in Iraq, in Yemen, così come nell’Africa subsahariana, nel Burundi, nella Repubblica Centrafricana, nella Repubblica Democratica del Congo, in Sud Sudan e in Sudan.

Sono stati 552.200 i rifugiati che hanno fatto ritorno nei loro Paesi di origine, spesso in condizioni peggiori di quelle di partenza. Questa cifra ha raggiunto il doppio rispetto all’anno precedente e la maggior parte è tornata in Afghanistan (384.000). Due milioni, invece, sono stati i richiedenti asilo. Con 722.400 richieste, la Germania è stata la principale destinazione, seguita dagli Stati Uniti d’America (262.000), Italia (123.000), e Turchia (78.600). Tuttavia, è ancora una volta il Libano la nazione che presenta un rapporto di 1 a 6, ospitando il maggior numero di rifugiati in relazione alla sua popolazione; seguono la Giordania (1 su 11) e la Turchia (1 su 28). Il 55%, ovvero più della metà dei rifugiati mondiali, proviene solo da tre paesi: la Siria (5,5 milioni), l’Afghanistan (2,5 milioni), il Sud Sudan (1,4 milioni).

Ben 75mila sono stati nel 2016 i minori non accompagnati principalmente afghani e siriani, producendo domande di asilo in 70 diversi Paesi, sebbene si presume che questa cifra sia sottostimata. Ancora una volta è la Germania ad aver ricevuto il numero più alto di queste richieste (35.900). A seguire, l’Italia con 6000 domande di asilo da parte di minori non accompagnati o separati dai genitori. Questo è, in realtà, un numero significativamente inferiore al numero di bambini che si trovano nel territorio del nostro Paese, stimato intorno a 25.900, secondo il rapporto. Questa differenza può essere spiegata dal movimento che tendenzialmente viene indirizzato verso altri Paesi europei. Ciò che è fuori di dubbio è che i minori non accompagnati o separati sono vulnerabili e hanno bisogno di assistenza a causa della loro età.

E su questo argomento Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, ha dichiarato ieri che «I bambini e gli adolescenti e le persone più vulnerabili che sono a bordo della nave Aquarius di SOS Mediterranée non possono rimanere vittime di una disputa tra stati. Le condizioni di sofferenza, privazioni e paura che hanno certamente vissuto in Libia e durante nel viaggio non possono essere ingiustamente prolungate. È necessario e urgente garantire loro un approdo sicuro senza ulteriori indugi. Le dispute tra stati vanno risolte in sede diplomatica senza prendere in ostaggio donne e bambini», commentando la situazione della nave Aquarius ferma al largo delle coste italiane, a bordo della quale ci sono 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinta.

Del resto anche Filippo Grandi, Alto Commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite aveva affermato che «Per un mondo in conflitto, ciò che serve è la determinazione e il coraggio, non la paura». Già. Occorre ricordarlo.

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