È il 16 maggio scorso e agli studenti di una sezione della seconda elementare di una scuola della Louisiana, Sud degli Stati Uniti, viene assegnato questo tema (o, per meglio dire, pensierino): Raccontami di un’invenzione che non ti piace e perché. Bello spunto, non c’è che dire. Complimenti alla maestra Jen Adams Beason che punta ad alimentare il senso critico dei suoi piccoli allievi.

Uno di loro ha colto la palla al balzo e, è proprio il caso di dirlo, si è teneramente scagliato contro lo smartphone. Per una ragione ben precisa che ha spiegato nel suo elaborato, poi diffuso sui social network proprio dall’insegnante: «Dovessi dirvi quale invenzione non amo direi il telefono – si legge nel temino – non lo apprezzo perché i miei genitori ci passano tutto il giorno». Non basta: il piccolo allievo si spinge anche oltre.

«Il telefono può costituire a volte una pessima abitudine – ha scritto ancora – odio il telefono della mia mamma e vorrei che non ne possedesse uno. Questa è proprio l’invenzione che non mi piace». A rafforzare il concetto, semmai ce ne fosse bisogno, una faccina disperata che dice «Lo odio» rivolta a uno scarabocchio che dovrebbe ricordare uno smartphone con tutte le sue applicazioni. Fra l’altro, ha spiegato la maestra, dei 21 alunni ben quattro hanno individuato il telefono come «nemico numero uno della vita famigliare.

@ Facebook Jen Adams Beason

 

Il pensiero ha fatto il giro del mondo (trainato dagli hashtag #listentoyourkids, ascoltateivostribambini, e #getoffyourphone, mollaqueltelefono) e riacceso il dibattito sulla dieta digitale, per così dire, dei bambini. Ma, soprattutto, di quella dei genitori. Spesso i primi responsabili di come vanno le cose dentro (e fuori) casa. Come dire che è spesso complicato imporre regole e maggiore discrezione nell’uso se poi l’esempio è quello che è. O se, altro lato del problema, si pratica sharenting senza pietà, se cioè si condividono continuamente su Facebook e compagnia foto, video e informazioni sul proprio figlio e sulla propria famiglia: uno studio britannico di pochi anni fa calcolava per esempio che, entro i primi cinque anni di vita, un bambino vanta già un fardello digitale di circa mille contenuti che lo riguardano diffusi sui social dai propri genitori. Senza che, ovviamente, il piccolo abbia avuto modo di esprimersi semplicemente perché non poteva.

Le indagini sul tema si sprecano. Una, condotta l’anno scorso da Digital Awareness Uk e dalla Headmasters and Headmistresses Conference, ha scoperto che oltre un ragazzo su tre ha chiesto a papà e mamma di limitare l’uso del telefono. Il 14% dice che, al contrario, i genitori lo controllano anche durante i pasti. Una straordinaria pervasività che, ironia della sorte, tuttavia non si traduce in maggiore consapevolezza rispetto ai pericoli che corrono i figli all’interno di quegli ambienti. Anche perché spesso le piattaforme che si frequentano sono diverse e non c’è dunque neanche la consolazione di poter capire qualcosa di più delle app più frequentate dai figli. Insomma, un gioco a somma zero che segna una frattura fortissima fra le generazioni.

Ma cosa si può fare per riorganizzare il rapporto in modo virtuoso? «Ascolteremo sempre più spesso storie come queste. Quel bambino ha perfettamente ragione – racconta Alberto Rossetti, psicologo e psicoterapeuta torinese specializzato sulle dipendenze da social network e autore di testi sul tema – lo smartphone, WhatsApp e i social network tolgono tempo alle relazioni, compresa quella con i figli. Spesso i bambini si siedono a tavola con genitori più interessati a quanto scorre sul proprio smartphone che non ai loro discorsi. Il paradosso? Quando quei bambini riceveranno il loro primo telefono verranno immediatamente accusati di esserne dipendenti. L’educazione digitale passa dalla testimonianza e i genitori devono essere i primi a mostrare ai propri figli che lo smartphone non è tutto, che la vita è fatta di tante altre cose».

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Un modo intelligente può essere quello di porre poche ma chiarissime regole di equilibrio casalingo e di attenzione reciproca: «Per questo quello che si può fare in casa è darsi delle regole che devono valere per tutta la famiglia. Ad esempio predisporre un cestino dentro a cui inserire tutti i telefoni quando si è a casa – aggiunge Rossetti – aiuterà a non farsi tentare dalle notifiche in arrivo. Durante i pasti, poi, non si dovrebbero usare mai i telefoni. La cena, così come i pranzi nei giorni festivi, sono momenti in cui la famiglia si ritrova e sta insieme ed è bene che i telefoni non stiano sul tavolo. Infine, quando si è in giro, bisogna controllare la tentazione di tirare fuori il telefono ogni secondo. Benissimo fare alcune fotografie ai bambini ma imparando a non riprendere ogni singolo momento della vita di un figlio. Siamo davvero sicuri che a loro faccia così piacere mettersi sempre in posa? Leggendo il tema di quel bambino della Louisiana direi proprio di no».



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