È l’immagine che rimarrà se non nei libri di storia, nei riassunti sugli eventi più importanti del decennio: Harvey Weinstein esce in manette, mani dietro alla schiena, dal commissariato di polizia di Lower Manhattan, a due passi dalla sede della Weinstein Company e dal Tribeca Grill, il ristorante dove aveva un tavolo sempre riservato vicina alla cucina e una stanza al piano di sopra.

Da lì, la direzione è il tribunale dove comparirà davanti a un giudice: intanto ha pagato una cauzione di un milione di dollari in contanti, gli è stato messo un braccialetto elettronico alla caviglia e ha consegnato il passaporto.

Al commissariato di polizia ci era arrivato due ore prima, alle 7.30 del mattino.

Giacca scura e maglioncino azzurro, l’andatura forse più pesante del normale, forse no. In mano ha dei libri, qualcuno dice sia un diario. In realtà si tratta di due biografie. La prima è di Elia Kazan, personaggio di culto della vecchia Hollywood, regista di film da premio Oscar come Fronte del Porto e Un tram chiamato desiderio, ma anche figura problematica per i liberal americani: nel 1952 testimoniò davanti alla commissione Un-American Activities Committee indicando alcuni personaggi di Hollywood come comunisti e di fatto rovinando loro la carriera. La seconda è Something Wonderful: Rodgers and Hammerstein’s Broadway Revolution, di Todd Purdum. La storia di un impresario di successo nel mondo dello spettacolo.

Da quanto è cominciato tutto, a ottobre, sono passati sette mesi, molti dei quali trascorsi alla clinica The Meadows, in Arizona, per la riabilitazione dalla dipendenza da sesso. È un uomo cambiato, quindi? Chi lo sa. Lo sguardo basso che ha all’arrivo, quando esce è sostituito da un sorriso. Si chiama «prep walk», una discutibile usanza della polizia americana: far camminare il criminale di turno, ammanettato o meno, tra due ali di folla, a favore di fotografi, esibirlo al mondo, in un sorta di punizione pubblica morale.

Alcuni la affrontano cercando di nascondere le mani, altri la faccia. Harvey Weinstein in manette davanti a un mare di fotografi sorride con la stessa espressione che avrebbe su un red carpet di Cannes. O è un segno del suo essere un narcisista psicopatico, o è semplicemente un retaggio da uomo di spettacolo: sa che il suo arresto è un evento mediatico, tanto vale dare al pubblico quello che si aspetta.

Il prossimo passo è il tribunale: le accuse a cui è chiamato a rispondere parlano di stupro e abusi sessuali nei confronti di due donne, l’identità di una delle quali non è mai uscita allo scoperto. Jodi Kantor, una delle due giornaliste del New York Times autrice dell’articolo che insieme a quello di Ronan Farrow ha dato via al movimento #metoo, l’ha seguito fino dentro il tribunale. «È simbolico il fatto che sia un’agente donna a sorvegliare Weinstein ammanettato nell’aula del tribunale», ha scritto su Twitter. Nei mesi precedenti all’uscita dell’articolo, Kantor era stata pesantemente minacciata da Weinstein. «Una telefonata, e sei rovinata». «Ho orecchie e occhi ovunque». «Sono Harvey Weinstein, lo sai cosa posso fare». Sotto a queste minacce da oggi si può scrivere: «Non più».

LEGGI ANCHE

I movimenti delle donne a Cannes: «La nostra lotta è per tutte»

 

LEGGI ANCHE

Moses Farrow difende Woody Allen: «Il vero mostro è mia madre Mia»

 

LEGGI ANCHE

Gwyneth Paltrow: «Quando Brad Pitt mi difese da Harvey Weinstein»

LEGGI ANCHE

Morgan Freeman accusato di molestie da otto donne

LEGGI ANCHE

Cannes 2018: l’Italia vince. Asia Argento «sciocca» la platea

LEGGI ANCHE

La moglie di Weinstein: «Molestie? Non ho mai sospettato nulla»



Continua a leggere