È tornata in ospedale un mese dopo la nascita del figlio. Voleva lasciarlo, ha detto che non era in grado di essere una «brava» mamma. I medici e il personale non l’hanno fatta andare via, ma la stanno aiutando a superare le difficoltà. «Anziché fare qualche cosa di brutto al bambino, questa mamma ha avuto la prontezza di venire in pronto soccorso a gridare aiuto. È stato un atto importante», ha detto al quotidiano La Stampa il primario del reparto di pediatria dell’ospedale San Paolo di Savona, Amnon Cohen.

Il caso savonese è l’ultimo arrivato alle cronache e con un finale che si prospetta positivo, ma la depressione attorno alla gravidanza non è problema isolato anche se non si arriva a una vera depressione post partum.

Si parla di depressione perinatale. «Più che una vera depressione», spiegano Franca Aceti e Nicoletta Giacchetti, psichiatre della Sapienza, Policlinico Umberto Primo di Roma, «è un sintomo depressivo che emerge all’interno di una personalità che deve affrontare questa passaggio esistenziale che ha spesso a che fare con le esperienze avute con la propria madre».

Vale per un’adolescente, una donna giovane, non preparata ad avere un figlio, ma anche per chi alla maternità arriva più tardi. «Nelle fasce di età delle donne più grandi il bambino viene vissuto come un oggetto di realizzazione e poi diventa un intralcio, un ostacolo. La fantasia in gravidanza è che si adatterà ai bisogni della madre e così non è».

Durante la gravidanza ci sono avvisaglie in cui possono apparire sintomi dello spettro ansioso, come l’insonnia. Vanno dal 9 al 12% delle donne, ma alcune stime li portano fino al 20. Nell’immediato post partum possono esserci segni, ma sono soprattutto dai tre mesi all’anno di vita del bambino.

«Questi segni», spiegano le dottoresse Aceti e Giacchetti, «dovrebbero essere presi in considerazione immediatamente quando appaiono e per questo stiamo facendo una campagna di sensibilizzazione con i colleghi ginecologi, i pediatri e i medici di base. Arrivare allo psichiatra è un passo gigantesco che evoca lo spettro dell’assistente sociale che eventualmente toglie il figlio. Invece con gli altri medici c’è un contatto quotidiano. Non sempre serve un intervento farmacologico, bastano dialoghi e interventi mirati per evitare alle donne di sentirsi in colpa come invece accade».

Elisa Caponetti psicologa dell’età evolutiva e consulente di coppia dell’ordine degli psicologi del Lazio aggiunge: «I sintomi sono spesso sottovalutati dalla donna stessa nel periodo della gravidanza che dovrebbe essere felice. Questo complica nella donna il riconoscere e il parlare di questo. Servono l’aiuto e il supporto di partner e familiari. Bisogna riuscire a integrare i ruoli di madre, moglie, donna. Questo è anche nei casi di normalità che hanno delle criticità».

La depressione post partum è un disturbo diverso con segnali diversi: umore depresso, diminuzione dell’interesse e del piacere di fare le attività che si facevano. «Altri campanelli d’allarme», spiega Elisa Caponetti, «sono alterazioni del peso in discesa o in aumento, ma anche del ritmo sonno veglia, facilità a stancarsi. È una compromissione del normale funzionamento di vita della donna: lavorativo, sociale, relazionale. Ha conseguenze su vari livelli, ma soprattutto bisogna fare attenzione alla relazione madre-figlio. Se la mamma non dimostra subito un’attenzione ai bisogni primari del figlio questo tenderà a dimostrare un attaccamento meno sicuro. Tanto più la mamma non risponde ai bisogni del bambino, tanto più il comportamento di questo diventa irritabile. Non bisognerebbe mai lasciare sole queste donne».

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