L’amore che non chiede, l’amore che non conosce, l’amore senza identità, l’amore che sospira, geme, gode e poi chiede riparo, senza più trovarlo, quando è troppo tardi per redimersi, tornare indietro, razionalizzare. Un appartamento vuoto. Due amanti. Il mondo fuori. Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci uscì nel 1972, mise in fila più di quindici milioni di spettatori e oggi, dopo le censure, i processi e i roghi, a rivederlo in sala (21, 22 e 23 maggio) nella magnificenza del restauro realizzato dal CSC, scoprire che la fiamma arde ancora sotto i decenni, molta letteratura e un po’ di scandalo, sorprende fino a un certo punto.

Chissà se si stupiranno i ragazzi che quarantasei anni fa non c’erano ancora e che adesso nella voluta claustrofobia immaginata da Bertolucci, nello scambio tra Marlon Brando e Maria Schneider, nei dialoghi serrati: «Ma che ci vengo a fare in questa casa con te? L’amore?», «No, diciamo che ci vieni perché ti piace scopare», nel sax di Gato Barbieri o nella fotografia di Vittorio Storaro, potranno ritrovare un po’ dell’eversione che soltanto l’amore assoluto e senza patti scritti, a volte, sa restituire.

Rivedendo il proprio film a 77 anni, Bertolucci ha detto di aver ritrovato, sorprendendosi, la voglia di girare ancora un’opera, forse l’ultima, che racconti – come accaduto tante altre volte nel suo cinema fin dagli albori – l’incomunicabilità. Tra le pieghe, in fondo, era anche il tema principe di Ultimo tango a Parigi. Come ha raccontato lo stesso Bertolucci a Vanity Fair non era altro che una fantasia su come avrei potuto avere una storia senza pesanti sensi di colpa. Una storia segreta. Un sogno universale. Tenere tutto chiuso dentro una stanza, l’amore, il dolore, il piacere. Senza ferire nessuno, senza far sapere nulla di sé e senza conoscere nulla dell’altro. Due persone in stato di grazia. Solo questo».

Un tema universale che il regista di Parma cresciuto pescando rane in un Po che gli sembrava il Mississippi, ritrovò e rielaborò una volta evaso dalla campagna per approdare a Roma: «Mi mancava la furbizia dei contadini. In principio fu spaesante. Uno choc». La stessa sensazione che avvertì lo spettatore di Ultimo tango, nudo, davanti al tribunale della morale, con i propri desideri inconfessabili e con l’essenza di ciò che secondo William Blake non dovrebbe mai essere scritto o detto perché ci sono sentimenti che le parole, semplicemente, uccidono.



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