Che il Kosovo sia cambiato, lo si nota subito appena messo piede a Pristina. La vivace capitale, con i suoi 200mila abitanti, è il centro culturale, economico e artistico più importante del Kosovo. Un paese giovane, anzi giovanissimo (l’età media dei kosovari è di 25 anni, ben 20 in meno rispetto all’Italia), con una storia importante alle spalle e un futuro incerto. Ma com’è Pristina, oggi, quasi venti anni dopo la fine di una guerra, e dell’antecedente pulizia etnica voluta dall’allora presidente serbo Slobodan Milošević contro la popolazione locale albanese, che ancora aspetta giustizia e rispetto? Molto è ancora lì, i palazzi in stile brutalista, i ricordi vividi nelle menti delle persone, ma tanto è stato aggiunto alla città, come il monumento Newborn, innalzato il 17 febbraio 2008 (giorno della dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Serbia) o l’imponente Cattedrale dedicata a Madre Teresa (la suora nata a Skopje da una famiglia albanese originaria del Kosovo) consacrata a settembre dello scorso anno.

Pristina è una destinazione che sta lentamente entrando nel radar dei globetrotter più curiosi che, stanchi delle solite mete, decidono di avventurarsi alla scoperta di una delle tappe più cool, e meno conosciute, dei Balcani. È la capitale da scoprire ora, prima che tutti quanti se ne accorgano, una città che si visita facilmente in un weekend. Tutto a base di arte, cultura e nightlife.

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The Newborn public monument in Pristina with an evening sky.

Il cuore della capitale kosovara è Bulevardi Madre Teresa, l’ampio viale pedonale attorno al quale si sviluppa un dedalo di viuzze dove sono spuntati come funghi ristoranti, pub e caffè alla moda. Qui, lo scorso febbraio, la cantante di origini kosovare Rita Ora ha tenuto un concerto per festeggiare i dieci anni di indipendenza del paese. Per entrare subito nel mood locale, la prima cosa da fare è ordinare un caffè. La scelta ricade tra Soma Book Station e Dit’e’Nat’, i due locali più in voga di Pristina. In entrambi è presente una notevole collezione di libri, un cocktail bar, una cucina dove vengono preparati piatti di qualità con prodotti delle campagne vicine e una clientela giovane, studenti universitari ed expats che vivono e lavorano nella vivace capitale kosovara. Per chi non lo sapesse, il caffè, da queste parti, non è semplicemente una bevanda, ma un way of life, un rito al quale è impossibile sottrarsi. Conviene, quindi, ritagliarsi un po’ di tempo per gustarsi questo momento sacro.

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Per ritrovarsi in pittoreschi quartieri turchi, che da sempre delineano il volto della città, basta allontanarsi dai caffè alla moda del centro. Non preoccupatevi di perdervi nel dedalo di viuzze che formano la città vecchia di Pristina, perché qui, se chiedete un’informazione per strada, c’è sempre qualcuno disposto ad accompagnarvi di persona fino a destinazione. Merita una visita il Museo Etnologico Emin Gjiku, situato all’interno di una tradizionale abitazione ottomana del XVIII secolo, che offre un interessante affresco della cultura del paese e, soprattutto, degli anni di dominio ottomano. A due passi si trova la splendida Moschea Mehmet Fatih, finemente decorata negli interni e nelle volte esterne, con un giardino dove bimbi di tutte le età giocano spensierati. La visione dell’Islam visibile, almeno quella intorno a me, è più disinvolta di quella presentata dai media occidentali. Capita, non di rado, di vedere gruppi di ragazze, alcune in shorts, altre velate, che chiacchierano animosamente, senza che nessuna giudichi l’altra. Impensabile dalle nostre parti.

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Se vi chiedete che altro c’è da vedere a Pristina, non dimenticate di fare una tappa alla Biblioteca Nazionale del Kosovo “Pjetër Bogdani”un bizzarro edificio progettato dall’architetto croato Andrija Mutnjaković, emblema dell’architettura socialista jugoslava. Nonostante il Telegraph l’abbia inserita al 18° posto nella lista degli edifici più brutti del mondo, la Biblioteca è un must per gli appassionati di architettura socialista, grazie alle sue 99 cupole di vetro, tutte di forma diversa, e le facciate ricoperte di rete metallica. Varcata la soglia, poi, si ammirano collezioni di libri che narrano la storia del paese, sale lettura, una sala assemblea e si possono osservare le cupole da una prospettiva diversa. Nei pressi della biblioteca si trovano anche un grande spazio verde e la chiesa serbo-ortodossa di Cristo il Salvatore. Secondo i piani di Milošević sarebbe dovuta diventare la chiesa più grande del paese, ma a causa dello scoppio della guerra non è mai stata terminata. Oggi i serbi, in città, sono pochi. A guerra finita, molti di loro hanno abbandonato le loro abitazioni e sono tornati in Serbia, impauriti dalle vendette della controparte albanese. Contro i presunti crimini commessi dall’Uçk, l’esercito di liberazione del Kosovo, ai danni dei civili serbi, inoltre, è stato istituito un apposito tribunale, creato circa tre anni fa, ma allo stato attuale la situazione è in stallo.

È alla sera, poi, che scende la magia su Pristina. Mostre, concerti, opere teatrali, festival (come il PriFest, evento cinematografico che si tiene da dieci anni nel mese di luglio) si susseguono sul calendario cittadino. Impossibile trovare, a qualsiasi ora, un caffè o un pub vuoto. Difficile scegliere tra i numerosi eventi culturali che animano la capitale. Una moltitudine di giovani riempie i locali del centro, una nuova generazione che si porta sulle spalle il peso di costruire le fondamenta di un nuovo paese e che sembra essersi lasciata dietro le tragedie e le ingiustizie di quella follia umana, che nei turbolenti anni Novanta ha scioccato un’intera popolazione. Molti hanno ancora i volti scavati, umili, molti hanno perso i loro cari e non hanno ancora ottenuto giustizia e, forse, mai la otterranno. Non posso fare a meno di pensare alla fortuna che ho avuto quando, negli stessi anni in cui giocavo a bambole con mia sorella o andavo al mare con i miei genitori, loro erano vittime di uno dei momenti più tragici, e al tempo stesso più ignorati, della storia europea contemporanea.

C’è una frase, bellissima, di Italo Calvino, che mi viene in mente l’ultima sera a Pristina. “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. E così questi ragazzi di Pristina appaiono ai miei occhi, leggeri. Leggerezza non è sinonimo di superficialità, anzi. La leggerezza, nella vita, è necessaria per ridurre i problemi all’essenziale, per allontanare gli inutili pensieri e per risolvere gli ostacoli con profondità. Proprio come hanno fatto loro. Per quanto gli eventi della vita li abbiano messi a dura prova, costoro possiedono un decoro umano che mi lascia senza parole. La fatica, il dolore, la sofferenza hanno temprato il loro sangue e rinforzato il loro spirito, portandoli a guardare in avanti, senza però dimenticare mai il passato. Senza macigni sul cuore.

Dove mangiare:
Babaghanoush, ristorante vegetariano nascosto in una stretta stradina dietro al Bulevardi Madre Teresa. Da provare assolutamente il Falafel Bowl, un piatto a base di falafel, hummus, tabuleh e riso all’avocado.
Liburnia: è in questo locale storico che si assaggia la tradizionale cucina locale. È d’obbligo ordinare formaggio di capra cotto al forno condito con olive e pomodori, e tavë kosi, una casseruola a base di carne di agnello, riso e yogurt da annaffiare con un bicchiere di vino locale.

Dove dormire:
Hotel Denis, albergo situato nel quartiere delle ambasciate, a 300 metri dal centro storico, offre sistemazioni ideali per chi è alla ricerca di relax. Doppia b&b da 40€.
Hotel Semitronix Prishtina, la soluzione ideale per chi vuole visitare anche i dintorni di Pristina, come lo splendido Monastero di Gracanica, a 15 minuti di auto dalla città. Doppia b&b da 80€.

 



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