Pau Gasol ha 37 anni, gioca a basket da sempre, ha vinto medaglie olimpiche e mondiali con la Spagna, milita nell’Nba, a San Antonio, ed è pronto a essere allenato da una donna. Lo è da sempre, da quando la gente sbagliava dicendo che suo padre era medico e sua madre infermiera. In realtà era il contrario, ma andava contro la norma. Pau Gasol lo ha raccontato in una lettera aperta che è a sostegno di una donna: Becky Hammon.

«In 72 anni non c’è mai stata una donna allenatrice capo in Nba», scrive Gasol al Players’ Tribune. «Non pensate che io scriva questo per dire che sarebbe un coach qualificato. Ho lavorato con lei a San Antonio, questo è ovvio. È stata un’ottima giocatrice ed è stata la migliore assistente per il migliore allenatore in circolazione. Cosa serve di più? La cosa che non torna per me è come mai nessun team dell’Nba sia interessato a lei come allenatore capo».

«Becky Hammon può allenare in Nba. Punto. L’ho visto in allenamento quando ha notato problemi e punti più di altri coach, dopo non ho più avuto un passaggio sbagliato in tutta la stagione», scrive ancora Gasol, che definisce risibile l’idea che una donna sia presenza inopportuna nello spogliatoio. «Gli allenatori hanno già spazi a parte, ma soprattutto c’è questa idea fastidiosa che lo sport sia una sorta di mondo a parte, chiuso al cambiamento, una bolla di ignoranza».

Una protesta non risolve il problema del razzismo, una manifestazione non cambia tutto con il movimento LGBTQ e un’intervista non cambia i problemi della differenza di genere al lavoro. La Nba è un grande campionato e io penso che dovrebbe mostrare questo progresso».

Il progresso ha, in Nba, il nome di Becky, 41 anni e appena 1,68 d’altezza. Nonostante non fosse un gigante ha giocato fra le donne nel massimo campionato statunitense e ci lavora ancora, grazie alla sua testa fatta per il basket che è quello che serve anche per allenare: comprendere il gioco.

Non è il primo caso, quello di Pau Gasol, di uno uomo che sostiene il mondo femminile nel suo sport. Nella conferenza stampa dopo la sua sconfitta ai quarti del torneo di Wimbledon lo scorso anno, Andy Murray ha corretto un giornalista che aveva definito Sam Querrey, quello che lo aveva battuto, il primo giocatore americano a raggiungere la semifinale dal 2009. Lo scozzese ha puntualizzato: «Male player», giocatore, non giocatrice. Perché al femminile ci sono quelle tali sorelle Williams che sono andare ben oltre le semifinali.

In Italia ci sono solo due donne che possono allenare gli uomini, nel calcio, in Serie A: Milena Bertolini, ora allenatore della nazionale femminile, e Carolina Morace, dal 2016 commissario tecnico della Nazionale di calcio femminile di Trinidad e Tobago. A loro si aggiunge Patrizia Panìco, che, lo scorso anno, è stata la prima donna a sedere su una panchina di una nazionale maschile di calcio come allenatrice. Ha guidato l’Under 16 in amichevole, in sostituzione di Daniele Zoratto, di cui era assistente tecnico.

Nessuna di loro si aspetta una chiamata da una squadra di Serie A, ma la Panìco ha risposto per tutte alla domanda sulla possibilità di mettere una donna come facciata: «Ben venga anche il commento cattivo. Il cambiamento passa anche da questo. Arriva una donna e poi ne potrebbe arriva un’altra. Che sia per volontà o forzatura va bene lo stesso. L’importante è che le donne ci siano».

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