Chi usa a sproposito il termine «radical chic» – in Italia praticamente tutti, spesso accompagnandolo con «buonismo» – farebbe bene a leggere il testo che ha partorito l’espressione. Si intitolava appunto Radical Chic, uscì l’8 giugno 1970 su New York Magazine e basterebbe, da solo, a farci dire che la morte di Tom Wolfe ci ha privati di un talento immenso.

«Mmmmmmmmmmmmmmmmmmmm. Buonissimi, questi. Bocconcini di Roquefort ricoperti di granella di noci. Molto saporiti. Molto delicati.

Il segreto è come la blandezza asciutta delle noci si avvicina in punta di piedi al formaggio e ne smorza il gusto severo. Chissà cosa raccolgono le Pantere Nere, qui lungo il sentiero dei vassoi di hors d’oeuvre. Chissà se apprezzano i bocconcini di Roquefort con granella di noci, o le punte di asparagi con gocce di maionese, o le polpettine petites au Coq Hardi che cameriere in divisa nera e candido grembiule stirato a mano porgono loro su vassoi d’argento dagli orli scanalati».

Comincia così la scena del ricevimento organizzato nella lussuosa casa di Leonard Bernstein: il leggendario pianista e la bella moglie Felicia hanno invitato i loro ricchissimi amici ad «ascoltare le ragioni dei leader del Black Panther Party», nel salotto più borghese hanno fatto irruzione i militanti con le capigliature afro, le lenti fumé e le giacche di pelle aderenti, e Tom Wolfe è lì per raccontare l’evento con la massima ferocia possibile – il rivoluzionario come accessorio moda (la copertina del magazine ritrae tre signore cotonate in abito da sera con il pugno alzato chiuso nel guanto simbolo del black power), l’élite liberal di Manhattan alla ricerca disperata di servitù latinoamericana bianca, perché se hai un maggiordomo colored non sei à la page.

Quelli sì che erano radical chic, e questo sì che è giornalismo, signore e signori. Lo stesso Wolfe coniò anche un nome per descriverlo: New Journalism. Ne facevano parte, con lui, Hunter Thompson, Truman Capote, Norman Mailer, Gay Talese, Joan Didion. Nel descriverlo, di solito, ci si concentra sulla tecnica – l’uso del presente che trasforma gli occhi del giornalista in una telecamera a presa diretta, la sequenza scenica rubata al cinema, l’attenzione ai «dettagli di status» che ancora Wolfe elenca: «I gesti quotidiani, le abitudini, i modi, lo stile nell’arredare, nel vestire, nel decorare, nel viaggiare, nel mangiare, nel ricevere, nel rapportarsi con i bambini e la servitù, con i superiori e i sottoposti, e poi gli sguardi, le pose, la camminata, e qualsiasi altro dettaglio simbolico esista all’interno di una scena». Ma lui aveva qualcosa di più e di diverso rispetto agli altri, e quel qualcosa aveva a che fare con le sue radici.

Tom Wolfe era nato a Richmond, in Virginia, nel vecchio Sud delle buone e cattive tradizioni. Quando nell’estate del 1962 arrivò, giovane e povero, all’Herald Tribune, vide che a New York tutti i giornalisti indossavano l’abito e si comprò un completo bianco. Non per fare l’eccentrico, semplicemente perché a Richmond d’estate si portava il completo bianco. Quando arrivò l’autunno si rese conto che l’abito era pesante abbastanza per continuare a indossarlo. Diventò il suo trademark e, anche quando diventò ricco, comprò valanghe di abiti bianchi. Era da una parte il suo lasciapassare nella rampante intellighenzia eccentrica metropolitana, dall’altra la sua patente di diversità. Riuscì a rimanere equidistante tra Manhattan e la grande provincia americana: alla prima sapeva raccontare i misteri solo all’apparenza noiosi della seconda, alla seconda le nevrosi della prima. Immaginate le risate che si saranno fatti, i suoi conterranei burini, nel leggerlo mentre sfotteva gli aristointellettuali newyorkesi che facevano i comunisti con gli afro degli altri (e immaginate come sarebbe bravo a sfottere il collettivo Parioli-Prati). Era questo suo essere-vicino-senza-essere-parte la vera dote di Tom Wolfe. Anche a casa Bernstein, per dire, arrivò da imbucato: lo ha raccontato lui stesso a Michael Lewis di Vanity Fair America. Era andato nella redazione di Harper’s a trovare la fidanzata (e futura moglie) Sheila, illustratrice, e sbirciando nell’ufficio del Premio Pulitzer David Halberstam vide sulla scrivania il cartoncino firmato Felicia Bernstein. Chiamò il numero e disse: «Grazie dell’invito, vengo volentieri, sono Tom Wolfe».

Lo stile, quello, nacque un po’ per caso. Nel 1963, rimasto senza lavoro, iniziò la collaborazione con Esquire, che lo mandò in California a descrivere la nascente cultura delle automobili «custom». Scoprì una generazione che lo affascinò, ma che non sapeva rendere efficacemente nella prosa da quotidiano a cui era abituato. Alla vigilia della data di consegna dell’articolo, si fece forza e disse al caporedattore che la storia proprio non gli veniva. Butta giù gli appunti, gli fece quello, e mandameli, ci pensiamo noi a dargli forma. «Caro Byron», iniziò a scrivere Wolfe, e poi giù tutto quello che aveva visto, con digressioni, parentesi, caricature, battute, esattamente come nelle lettere barocche e vivaci che scriveva regolarmente ai genitori. Il caporedattore tolse il «Caro Byron» e tenne tutto il resto. Era la prima volta che un giornale pubblicava qualcosa del genere.

Il testo per cui Tom Wolfe è più famoso non è un articolo ma un romanzo di metà Anni 80. Si chiama Il falò delle vanità – titolo ispirato al rogo del Martedì Grasso del 1497, quando il frate domenicano Girolamo Savonarola spinse i fiorentini a bruciare vestiti lussuosi, specchi, cosmetici, strumenti musicali, opere, libri, tutto quanto fosse peccaminoso o fonte di vanità – e racconta la caduta di un rampante trader di Wall Street, nella New York del boom di borsa e delle crescenti tensioni razziali. Dimenticate il brutto film di Brian De Palma con Tom Hanks, Bruce Willis e Melanie Griffith: il romanzo è un piccolo capolavoro di satira sociale e smaschera senza pietà l’ipocrisia politicamente corretta che governa i rapporti tra ricchi e poveri, tra bianchi e neri.

A proposito: sapete perché Vanity Fair si chiama così? Nel Viaggio del pellegrino, romanzo allegorico scritto nel 1660 dal predicatore puritano John Bunyan – un tipino che aveva parecchio in comune con Savonarola – era il nome di un immaginario luogo di perdizione, la Fiera di Vanità, simbolo del mondo terreno che ogni vero Cristiano deve attraversare senza lasciarsi tentare dai beni materiali, dal potere, dal peccato, dal successo, da ciò che la Bibbia condanna nell’Ecclesiaste: «Tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?».

Nel 1847, lo scrittore inglese William Makepeace Thackeray ne fece il titolo di un romanzo – Vanity Fair: un romanzo senza eroe – dove, per la prima volta, non c’è appunto un eroe buono e un antagonista cattivo: tutti sono disposti a scendere a un qualche compromesso per farsi strada, appunto, tra le meraviglie e le brutture del mondo terreno, che poi è il mondo che la nostra testata, in tutte le sue sfaccettature, racconta. Ma Thackeray e il suo romanzo sono anche il modello dichiarato del Falò delle vanità e di Tom Wolfe. La sua morte lascia un vuoto per chi crede che un articolo di giornale possa essere anche bello da leggere. Ora capirete perché, per noi di Vanity Fair, il vuoto è un po’ più grande.



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