Non si è risparmiato in battute, confessioni e sorrisi (a differenza del regista Christopher Nolan), l’attore John Travolta, al festival di Cannes per presentare il film Gotti di cui è protagonista, ma, soprattutto per festeggiare i 40 anni di Grease, uno dei suoi film icona, amato di generazione in generazione.

«Ciao John, volevo dirti che io sono Sandy», dice una ragazza prendendo la parola in platea. «Mia madre mi ha chiamato così perché era una fan di Grease» – «Impressive!», replica l’attore sinceramente colpito.

John Travolta ha incontrato il pubblico del festival in una sala gremita, e per un’ora e mezzo ha risposto a domande e curiosità sulla sua vita. Lasciandosi letteralmente travolgere dall’affetto di chi, alla fine del rendez vous, lo ha accerchiato a caccia di selfie e autografi.

«Sono onorato di essere qui», aveva esordito in francese. E ha dimostrato di esserlo davvero.

Alla Francia, del resto, Travolta è legato da un successo «memorabile»: la vittoria della Palma d’oro nel 1994 (vent’anni festeggiati proprio qui nel 2014), con il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Un evento inatteso, che ha segnato un prima e dopo nella sua carriera. «Nessuno di noi poteva immaginare che cosa sarebbe successo», ha confessato l’attore di 63 anni. «Io ero convinto di aver fatto un film destinato a un piccolo audience, non avrei mai pensato che diventasse un fenomeno pop di quella portata. Qui a Cannes il vaso di Pandora si è scoperchiato, cambiando per sempre l’industria del cinema e la mia vita». In che modo? «Da quel momento ho potuto scegliere di fare solo i film che volevo: dopo Pulp Fiction ho avuto ventiquattro anni di libertà».

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Una libertà che l’attore esercita anche grazie al rapporto col pubblico, che lo ama dai tempi dei balli scatenati di Tony Manero in La febbre del sabato sera (1977). «Per fortuna quando è uscita La febbre del sabato sera ero già in tv da due anni ed ero un po’ famoso. La popolarità mi è scoppiata di mano gradualmente ed è stato un bene», ha ricordato.

I primi passi di John Travolta al cinema sono stati a ritmo di ballo. Passi iconici, che hanno segnato l’immaginario di più di una generazione e che ancora oggi accompagnano in pista i bacini di tutto il mondo. «Per imparare a ballare mi allenai da settembre a febbraio, tutti i giorni. Ho lavorato duro perché volevo essere credibile, volevo davvero che Tony fosse il più bravo ballerino di Brooklyn».

Ma c’era anche una ragione più pragmatica: «A quel tempo vivevo a New York campando di arte: recitare, ballare e cantare mi dava più chance di trovare un lavoro», ha detto.

L’anno dopo Tony Manero arrivò il Danny Zuko di Grease. «Sapete che mi ha confessato una volta Benicio del Toro sul set di Le belve (film diretto da Oliver Stone nel 2012)? Che quando aveva 12 anni ha visto Grease quattordici volte al cinema. E che io ero la ragione per cui aveva scelto di fare l’attore. Lo avreste mai detto: Benicio del Toro è diventato attore grazie a Grease?», domanda divertito Travolta.

Lui, invece, quando è stato folgorato dalla recitazione? Nella risposta centra un po’ d’Italia. «Quando ero piccolo i miei genitori che amavano Fellini mi fecero vedere La Strada: vedendo Giulietta Masina morire soffrii moltissimo. Chiesi a mio padre: “perché è morta?” e lui mi rispose che era morta di dolore. Io dissi che non era possibile morire per il cuore rotto. Lui mi spiegò che sì. E io allora decisi che non avrei mai fatto soffrire qualcuno in quel modo. E capì che il cinema era un mezzo potente, che permetteva di comunicare in maniera così profonda».

Nonostante la lunga carriera e i numerosi successi, a John Travolta non è capitato mai di vincere un Oscar. Ma non ne fa un dramma: «Sono orgoglioso delle mie due nomination e degli altri premi. Quello che conta per me è fare sempre un buon lavoro».

Un buon lavoro costellato però da numerosi alti e bassi. «Anche Picasso ha dipinto quadri che non ha venduto o non sono diventati famosi», ha detto. «Non mi preoccupo del successo, l’importante è avere coscienza sempre delle proprie capacità: non si compete mai con gli altri, ma sempre e solo con se stessi».

Anche Picasso ha dipinto quadri che non ha venduto o non sono diventati famosi

Carriera improntata al rischio (avete presente Hairspray? «Sapevo che intepretare una donna over size sarebbe stato folle, ma se non prendo rischi non mi sento a mio agio»), sostiene di essere la «reinvenzione» in persona: «La mia sola personalità mi annoia, per questo mi piace misurarmi con le attitudini e i comportamenti più vari dei miei personaggi». Senza mai giudicarli.

Un telefono squilla in platea, lui s’interrompe: «Hallo? (pronto)».

Poi torna serio. E affronta la questione del momento, quella dello scandalo Weinstein e del movimento #MeToo (che tanto ha imperversato anche in questi giorni sulla Croisette). «Credo di aver lavorato due volte con registe donne e no e per me non fa differenza, non mi piace rendere i sessi così diversi perché siamo tutti esseri umani. Io mi sento un cittadino del mondo, combatto tutte le discriminazioni ma vorrei che lasciassimo le divisioni e le proteste come soluzione più estrema. La divisione è pericolosa, dovremmo essere vicini anziché farci la guerra».

Una diplomazia, figlia anche della sua «fede» in Scientology. «Scientology insegna cose molto semplici per star bene: prendersi cura di se stessi, dormire a sufficienza, curarsi nell’aspetto, essere motivati, produttivi e, soprattutto, circondarsi di gente positiva. Che è la cosa più importante».

Un insegnamento che lui sembra rispettare in pieno, visto che a Cannes ci è arrivato con moglie, figli, babysitter, migliore amico, migliore amica, manager, sorella (li presenta e saluta tutti). Alla sorella Ellen dedica un pensiero in particolare: «Lei faceva l’attrice prima che iniziassi io (recita anche in Grease, ndr) ed è proprio vedendo lei sul palco, cantare e fare performance straordinarie, che mi è venuta voglia di seguire le sue tracce. Non sarei qui adesso se sin da piccolo non avessi recepito il suo grandissimo magnetismo». Un magnetismo che, possiamo dirlo, sembra proprio una dote di famiglia.

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