Lei si definisce un’information designer, molti la chiamano la fatina dei numeri, per la capacità di trasformarli, come per magia, in vere e proprie opere d’arte. Sto parlando di Giorgia Lupi, founder di Accurat che spiega così il suo lavoro e la sua passione: “I dati sono una lente per comprendere meglio il mondo e la nostra natura umana. Ciò che mi interessa di più, sono quelli che non vediamo”. Fatemi compagnia in questo viaggio inusuale in una disciplina, quella dell’elaborazione dati, che spesso viene vista come fredda, rigida e noiosa e ne resterete stupiti.

Cos’è il dato per te?
I dati per me sono un modo di vedere il mondo. Aiuto le organizzazioni a mettere a frutto il valore che si nasconde nei dati che possiedono o a cui hanno accesso, costruendo visualizzazioni che li rendono utilizzabili e che ne rivelano il loro vero potenziale. Nel mio percorso di ricerca, cerco di andare ancora più a fondo, distillando le nostre esperienze più intime (le nostre attività, i nostri pensieri e comportamenti, le nostre relazioni) in ciò che chiamiamo così freddamente dati.

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Dal dato alla sua visualizzazione: qual è il processo?
Cerco di iniziare qualsiasi processo di lavoro con i dati, in maniera manuale e analogica: disegno con essi. Cerco di trovare ispirazione nei luoghi meno ovvi e di adattare suggestioni visive e intuizioni puramente estetiche ai progetti, di capire cosa mi piace di quello che vedo e apprezzo, cosa lo rende armonioso, bilanciato ed evocativo, e cerco poi di ricreare queste caratteristiche nei miei lavori.

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Quali sono le tue fonti di ispirazione?
L’arte astratta, ma anche l’estetica ripetitiva della notazione musicale, specialmente della musica contemporanea, o il sistema di stratificazione dei disegni in architettura o le forme e gli elementi degli oggetti e degli elementi naturali: ambienti visivi ai quali le nostre menti possono fare riferimento senza necessariamente coglierli appieno.

Qual è stato il percorso che ti ha portata a sviluppare questo approccio, cosa sognavi da bambina?
Sin da quando ero bambina ho sempre avuto due passioni apparentemente contrastanti, che credo possano definire da dove arriva il mio lavoro, e il mio dialogo con i dati. Da una parte una ossessione per i numeri, le catalogazioni e classificazioni, i sistemi, le regole. Ricordo ancora il piacere di passare i pomeriggi nel laboratorio di sartoria di mia nonna, dove, con sua grande gioia, riorganizzavo tutti i bottoni per colore, dimensione, addirittura il numero di buchi al loro interno; disegnando etichette per classificarli. Dall’altra parte, ho sempre amato disegnare. Disegnavo ovunque, persino sui muri della mia stanza, questa volta per la gioia della mia mamma! Ho studiato poi architettura all’università, perché mi sembrava che potesse combinare questi due bisogni contrastanti: struttura e regole, e creatività e libertà.

Hai realizzato il progetto “Bruises: The Data We Don’t See” che vede insieme dati e malattia. Possiamo parlare di funzione catartica, che ha tentato di aiutare ad accettare e vivere la malattia attraverso i numeri e la loro rappresentazione?
Questo progetto nasce da una situazione molto personale e non piacevole, alla figlia di due anni di una mia cara amica e collaboratrice, la musicista Kaki King, è stata diagnosticata una malattia autoimmune del sangue, l’ITP (Porpora trombocitopenica idiomatica): il corpo attacca le piastrine e questo porta alla formazione di lividi spontanei, petecchie, sanguinamento anche di piccole ferite fino al rischio di emorragie cerebrali. Da subito ho cercato di capire in che modo avrei potuto supportare Kaki e starle vicino. Di mestiere lavoro con i dati, cercando di trasformare i numeri in strumenti per raccontare storie.

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E come hai fatto a raccontare questa storia?
Quattro mesi di osservazione di dati, hanno portato Kaki a riprendere il controllo – per quanto possibile – di una situazione incredibilmente incerta e le hanno dato la possibilità di comunicare coi diversi dottori in maniera più esaustiva ed efficace, soprattutto in situazioni di stress. La rappresentazione grafica mostra l’evolversi della malattia in modo dolce, quasi poetico, nonostante la crudezza dei dati. E ho cercato di farlo lavorando con i sintomi visivi di questa malattia, traducendoli in segni che potessero visivamente richiamare cosa stava succedendo alla pelle di Cooper. La collezione dei dati, che si è protratta per 120 giorni, è diventata anche un pezzo musicale di 120 battute in cui Kaki ha sonorizzato quello che stava succedendo. In questo modo, disegno e suono assieme hanno provato a dare un ordine e un senso al caos di un’esperienza così piena di incertezze.

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Oltre a questo quali sono i progetti a cui tieni di più?
Il progetto che più mi ha insegnato il potere dei dati come strumento di conoscenza personale, è stato Dear Data, in collaborazione con Stefanie Posavec, information designer come me.
Ogni settimana, per un anno, abbiamo scelto un tema comune (momenti di felicità, momenti in cui provavamo invidia, nostre relazioni, amicizie…) e su questo, ognuna ha raccontato la propria giornata, disegnando una cartolina da spedire all’altra. Il fronte della cartolina era una visualizzazione a mano libera di questi dati, (unica regola non usare mai parole scritte) e il retro, oltre ovviamente all’indirizzo, era una legenda per decifrare il disegno. Questo progetto ha davvero avuto un successo inimmaginabile con le persone, in migliaia da tutto il mondo stanno sperimentando questo modo di lavorare coi dati, anche classi di bambini. Ci siamo rese conto che i dati, tra le altre cose, possono anche diventare un linguaggio intuitivo e davvero universale.
E solo perché non ci sono numeri immediatamente visibili, non significa che non possiamo identificare organizzare ed analizzare informazioni sotto forma di dati… se sappiamo quali domande farci.

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È sicuramente la sfida di oggi, ma presuppone un’attenzione e una sensibilità molto profonde, oltre ad un insaziabile desiderio di non accontentarsi.
Esattamente. Spesso quando lavoriamo con i dati rischiamo di focalizzarci solo sui numeri e le quantità che sono già disponibili, sui dataset che troviamo pronti, senza realizzare che questi dati possono in verità diventare molto più significativi se siamo in grado di scoprire anche aspetti più effimeri e nascosti, se siamo in grado di fare collegamenti e di ricondurli al contesto che li ha generati. Dico sempre che per imparare davvero a progettare, bisogna prima imparare a vedere.

Quali sono i prossimi progetti?
Sono tantissimi gli stimoli e i progetti a cui sto lavorando. Sicuramente da dopo l’uscita di Bruises, anche in ambito medico si stanno avviando alcune conversazioni interessanti. In generale, sempre di più vorrei che i miei progetti potessero avere un impatto reale, sulla salute e benessere (fisica e mentale!) delle persone.

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