Fabio Anselmo non ha cravatta al collo, ma una giacca da motociclista. È stato l’avvocato di Federico Aldrovandi senza averlo mai conosciuto. Il ragazzo 18enne di Ferrara era morto da poche ore quando i suoi genitori sono arrivati a presentare ad Anselmo il caso che sarebbe diventato di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine e che sembrava malasanità. «Sua madre, Patrizia Moretti, mi disse: “Tu per me sei la voce di mio figlio”. All’inizio non pensai che potessero essere stati i poliziotti».

Invece la sentenza, definitiva, ha detto che sono stati quattro agenti. L’avvocato Anselmo racconta tutta la vicenda, intrecciandola con la sua personale di malasanità al momento del parto della ex moglie, nel libro Federico, pubblicato da Fandango.

Dopo il caso Aldrovandi si è specializzato in casi di abuso delle forze dell’ordine. Ora è il legale della famiglia Cucchi nel processo per la morte di Stefano, ma ha seguito decine di altre vicende in mezza Italia, dal caso Uva a quello di Davide Bifolco, il ragazzo ucciso dal proiettile sparato da un carabiniere a Napoli mentre era in motorino, a Dino Budroni, ucciso da un colpo di pistola sul Gra di Roma.

Prima di Federico, l’avvocato, non quello tipico da giacca e cravatta ma uno tanto informale da arrivare ad appoggiare, chiedendolo, i piedi sul tavolo, era tutt’altro. «Avevo sentito di parlare del G8, ma sapevo quello che sapeva qualunque cittadino distratto, dalle notizie del tg. Sensibilità sul tema zero».

E Federico invece?
«Ho pensato di tutto a partire dalla lite con gli amici, una rissa. C’era la polizia che per me rappresentava i buoni. Ero il perfetto avvocato piccolo borghese di provincia, ambizioso, che voleva far carriera».

Dopo il caso Aldrovandi?
«Venivo da una lotta giudiziaria e personale sfibrante e avevo perso un po’ la passione che ci vuole per fare l’avvocato, secondo me, una vocazione come per il medico. Federico mi ha restituito questa motivazione che è fatta in me anche di rabbia. Sono sempre arrabbiato, per la mia vicenda personale prima di tutto».

Perché il libro?
«L’idea è stata di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano e ora mia compagna. È più entusiasta di me, l’ho nominata mia agente».

Come se lo è immaginato Federico?
«Io l’ho adottato. In lui vedo mio figlio di adesso che ha vent’anni, vedo un ragazzo con tanta voglia di vivere, leggere, con una sensibilità e un’intelligenza superiori alla media».

Come vive la famiglia di Federico?
«Non si vive dopo la morte di un figlio, si sopravvive. Queste famiglie hanno il filo comune della lotta per restituire la dignità al loro caro. Quando le battaglie finiscono si fanno i conti con l’elaborazione del lutto, che secondo me molti non elaboreranno mai».

Sono tutti morti giovani.
«Sono tutti morti giovani, ma sono soprattutto tutte persone innocue. Negli occhi di Ilaria e di Patrizia io vedo il volto sfigurato di Stefano e di Federico».

La cosa più brutta che ha visto?
«La solidarietà dei colleghi a coloro che si sono resi responsabili di queste cose».

Ci sono altri che fanno il suo lavoro?
«Non ho concorrenti. Solo un pazzo come me può fare il mio lavoro. La forza mi viene dai parenti delle vittime come Ilaria che si è messa sulle spalle la battaglia per suo fratello, ma a fare il mio mestiere viene paura di vivere».

Quante denunce hai avuto?
«Ne ho avute in ogni processo, non le conto più. Per ogni processo sono stato indagato, a volte imputato, sempre archiviato o assolto. Anche spari ai contatori nella mia casa nelle Marche. Per calunnia, per diffamazione, per vilipendio di cadavere come per Federico per la pubblicazione della foto».

Mai pensato di fare un altro mestiere?
«No, guardavo Perry Mason da piccolo. Mi piacciono ancora i telefilm legal. Mi rilassano. Lì la giustizia trionfa sempre e mi piacciono quelli che vanno a finire bene perché vorrei che fosse così anche nella vita».

Ma lì i medici legali sono sempre perfetti.
«È per questo che mi piacciono. Sono tutti integerrimi».

Gli ospedali però non le piacciono.
«Ho sempre un po’ d’ansia, ancora di più se ci finisce un familiare, e non difendo un medico da vent’anni».

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