«Aver contribuito a trasformare Coach in una casa di moda, con un’estetica precisa e riconoscibile: è così che riassumerei il senso del mio percorso e del mio impegno stilistico» racconta al Sole 24 Ore Stuart Vevers, dal 2013 direttore creativo dello storico marchio americano di accessori, sinonimo di lusso accessibile. Siamo a New York, nel futuristico complesso Hudson Yards, esempio brillante di riqualificazione di quella che fu la propaggine estrema della Highline, nel cuore di Chelsea. Il luogo è simbolico: questa zona della Grande Mela è storicamente una fucina di irriverenza e creatività, tanto da essere diventata oggi l’epicentro delle gallerie d’arte più interessanti.

Coach è parte dell’immaginario collettivo statunitense: generazioni di americani sono cresciuti con il mito di queste borse fatte per durare, pratiche e senza fronzoli, frutto di un pragmatismo ispirato, al successo delle quali contribuì in maniera decisa Bonnie Cashin, designer innovativa e concreta, purtroppo dimenticata. Il rivolgimento avviato da Vevers, fresco e spontaneo, appare sorprendente perché libero dagli schemi ma fedele alla inclusività che per Coach è tratto saliente di un robusto Dna. «Essere europeo mi ha aiutato a sviluppare una visione originale di Coach e dei suoi valori, che ho osservato con il punto di vista dell’outsider – spiega –. Quel che ho trovato particolarmente interessante e stimolante è che Coach è sempre stato vero, che ha radicato i propri prodotti nella quotidianità seguendo l’evolversi di bisogni e stili di vita reali. Sono partito da lì, sviluppando il mio progetto attraverso una serie di movimenti lenti, che mi hanno consentito di costruire un repertorio chiaro di temi e oggetti. Abbiamo iniziato con una piccola collezione, principalmente di capispalla, per poi espanderci, passando dalla presentazione alla sfilata. Se all’inizio il mondo Coach puntava sul daywear, oggi mi sento pronto ad affrontare la sera mantenendo lo stesso spirito libero e irriverente».

Il mix di abiti delicati da ragazza prateria e bomber da maschiaccio, di sport e ornamento identificano all’istante lo stile metropolitano di Coach, pensato, dice Vevers «per un uomo e una donna che sono sognatori, irriverenti, e che si vestono collezionando pezzi». Vevers, quarantenne britannico con un curriculum stellato che include il revamp, nei cruciali anni Zero, di Mulberry, nonché posizioni chiave da Calvin Klein e Loewe, mantiene vivo l’entusiasmo dell’englishman in New York. «Amo questa città e la sua energia, e trovo inesauribile ispirazione nella storia leggendaria dell’underground che nei primi anni Ottanta ha segnato un momento nodale per la cultura pop: Madonna, Keith Haring, Debbie Harrie sono parte costante dei miei riferimenti».

La scelta di Chelsea per la sede operativa di Coach rientra in questa fascinazione: fu proprio qui, in quegli anni, che avvenne tutto. Keith Haring in particolare è un artista che Vevers sente molto vicino a Coach, tanto che la collezione attualmente in boutique ne include gli artwork, distribuiti come stampe e patch su borse e abiti. «È attraverso progetti come questo che definisco lo spirito della maison. L’arte di Haring è immediata, istantanea e parla a tutti, ed è esattamente questo il risultato che vorrei raggiungere con il mio lavoro» conclude, aggiungendo «sono convinto che la moda possa e debba rendere felici».

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