Il 19 aprile entrerà di nuovo in un’aula di tribunale e testimonierà ancora perché è la mafia che deve avere paura. Nonostante quella busta arrivata qualche giorno fa. Dentro un proiettile. L’ennesima intimidazione non l’ha fermata. Federica Angeli si batte senza sosta per la verità. Racconta con la sua penna, non cede all’omertà. Rischia la sua vita perché crede nella giustizia. Al Festival del Giornalismo di Perugia, la giornalista in prima linea del quotidiano La Repubblica è simbolo incarnato di coraggio, di un giornalismo che nonostante le difficoltà, il precariato e i bavagli non molla.

Cronista di nera e giudiziaria, Angeli da cinque anni vive sotto scorta. Le sue inchieste hanno denunciato il malaffare del quartiere di Roma in cui è nata e in cui continua a vivere: Ostia. 22 chilometri dal Colosseo, l’affaccio della Capitale sul Mediterraneo. È il suo territorio, il campo di indagine che ha studiato e analizzato. Una frazione litoranea geograficamente spartita tra i clan Triassi, Fasciani e Spada. «A Roma la mafia non ha un nome. E non nominarla significa non riconoscerla e identificarla» dice mentre ripercorre le tappe del lavoro giornalistico iniziato nel 2013 che ha contribuito all’arresto per mafia nel gennaio di quest’anno di 32 persone del clan Spada, l’organizzazione criminale che minaccia Angeli e la sua famiglia. «C’è ancora una forte resistenza nel riconoscere l’esistenza di una mafia che parli l’accento romano. Nella nostra cultura la mafia è una piaga che riguarda solo il Sud Italia, respingere l’idea che possa esistere a Roma è come allontanare il problema» spiega la giornalista durante l’incontro di Perugia.

Angeli riesce a scoprire che gli Spada dediti a estorsioni e pizzo, la manovalanza del crimine, vogliono espandere la loro influenza agli stabilimenti balneari. Mentre sta operando delle verifiche sul campo che possano suffragare la sua inchiesta, la giornalista arriva all’“Orsa Maggiore”, uno degli stabilimenti più belli di Ostia sottratto con un sotterfugio in cinque giorni alla famiglia che lo gestiva da oltre trent’anni. Il 23 maggio Federica Angeli con due cineoperatori entra dentro il chiosco e chiede di parlare con il titolare. Si trova davanti Armando Spada, uno degli uomini di spicco del clan. È la prova giornalistica che sta cercando. Incomincia a fare domande, lo incalza e Spada si spazientisce. La rinchiude per ore in una stanza, la sequestra. La minaccia, le fa capire che potrebbe far del male ai suoi tre bambini, le intima di occuparsi di altro. «Non rispondevo alle sue domande perché avevo paura» – ricorda. “Non ti sei accorta che sono 40 anni che comandiamo?” Le dice il boss che aggiunge “Sono tutti qua nelle nostre mani: la politica, le guardie, la pubblica amministrazione”. Intanto i due cameramen che la accompagnavano simulano di aver cancellato i filmati girati e Angeli e la sua troupe vengono lasciati andare.

«Avevano comandato Ostia con la complicità di tutti, di noi cittadini, persino di noi giornalisti che non avevamo saputo raccontare quella realtà, come era caduta in basso. Ostia viveva con le luci spente, perché dove c’è il buio proliferano le mafie, diventano forti e si irrobustiscono» è il monito di questa donna impavida che confessa di essersi sentita piccola e impotente davanti alle parole spavalde della mafia. Dopo il terribile episodio, Angeli sceglie però di non demordere e non si arrende. Continua la sua inchiesta per dimostrare la collusione di commercianti, imprenditori, politici, poliziotti. Un sistema che viene riconosciuto anche dalla magistratura. Gli arresti poi le daranno ragione.

È però una notte a segnare la sua vita. Il 16 luglio del 2013. Nel giro di sei ore Federica Angeli si trova sotto scorta. Angeli è già a letto quando sente una ragazza urlare. Si sporge dal suo balcone e assiste a uno scontro a fuoco tra il clan Spada e il clan Triassi. Non è l’unica a essere svegliata dai colpi di pistola. Tante persone si sono affacciate alle finestre, ma uno dei boss presente alla sparatoria intima a tutti di rientrare dentro casa e la gente obbedisce. Federica Angeli diventa così l’unica testimone oculare del tentato omicidio a cui ha appena assistito. Si veste per andare in commissariato, ha riconosciuto i mafiosi. «Ho pensato a quelle pallottole vaganti e ai miei figli. Lo dovevo fare anche per loro». Squarcia così l’omertà. Va a fare i riconoscimenti fotografici. «Non ero certa di vincere questa battaglia. Ma almeno non ero come loro. Ho scelto di non essere come loro».

Federica viene privata della sua libertà. Minacciata di morte continuamente. Trova gli uomini del clan al bar mentre prende il caffè con le amiche, occhi che la fissano per farle capire “Ti trovo quando voglio”, il messaggio esplicito. La paura diventa inquilina quotidiana di vita che cerca di prosciugare le energie. Bisogna stare continuamente all’erta, captare ogni segnale, anche se la scorta la protegge e la segue ovunque. «Ai bambini ho detto che la mamma aveva pubblicato un bellissimo articolo ed era stata premiata con degli autisti». Essere sotto scorta significa però niente più giornalismo d’inchiesta. Una rinuncia pesantissima per lei che vive di una vocazione che è ragione di vita. Di notte le urlano “infame” sotto la sua finestra. Federica prende spunto dal film “La Vita è bella” di Roberto Benigni per cercare di spiegare ai suoi piccoli quello che sta succedendo. «Dicevo loro che più i nostri nemici urlavano, più significava che avevano paura di noi». Arriva anche la benzina sotto la porta di casa e Angeli inventa il gioco dell’ “acchiappaliquido”. «Ho fatto correre i bambini in salotto, chi si bagnava i piedi perdeva perché potevano arrivare le fiamme. Abbiamo vinto, la casa non è andata a fuoco. Mantenere il sorriso e il sangue freddo in queste situazioni è complicato» ammette.

I sacrifici, le privazioni, le rinunce, il dolore vengono ripagate dagli arresti e da quel 416 bis, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso per cui vengono arrestati gli Spada. «Non ho vinto io – precisa – ma il giornalismo».

All’incontro organizzato a Perugia, intitolato “Giornalisti in prima linea e cronisti sotto scorta” insieme a Federica parlano Silvio Aparo, direttore del magazine VoxPublica e Nello Trocchia, giornalista d’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha da poco ricevuto per la sua indagine sull’università telematica Pegaso una querela bavaglio, una richiesta di risarcimento danni pari a 39 milioni di euro. Assente all’incontro, Paolo Borrometi, presidente di Articolo 21, collaboratore dell’agenzia Agi e direttore del giornale La Spia, fortemente provato dallo sventato attentato organizzato da Cosa Nostra per ucciderlo.
La solidarietà non basta più. I cronisti in prima linea vengono attaccati, diffamati, messi a tacere. Non possono essere lasciati soli.

In Italia dal 2006 ad oggi, oltre 3600 giornalisti sono stati minacciati. Secondo i dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, aggiornati al 31 marzo, nel 2018 sono stati 76 i giornalisti e le giornaliste che hanno ricevuto minacce a cui si aggiungono altri 19 cronisti e croniste le cui vicende, relative ad anni precedenti, sono emerse solo ora. Una ventina sono quelli che vivono sotto scorta.

Federica Angeli ha ricevuto quel proiettile, un brutale avvertimento per metterla a tacere. Lei, unica testimone di una notte che le ha portato via la sua libertà, andrà in tribunale. A testa alta. “Non sono invincibili” diceva Giovanni Falcone. Non vincono sempre loro. La mafia ha un inizio e deve avere anche una fine. Perché è la mafia che deve avere paura, è la mafia che verrà sconfitta.






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