Compici le anatre, El Chapo cadde nella rete. Braccato dalla solitudine, tradito dalla vanità. «Quando ero ragazzo andavo a caccia di anatre con mio padre, a Pattonville, nel Kankas, dove sono cresciuto. Erano anni che gli stavamo addosso e un giorno mi ricordai la lezione di mio padre: se vai a caccia di anatre devi stare sulla X. La X è il punto in cui le anatre vanno a nutrirsi o a riposare. Col Chapo era lo stesso, io e quelli della task force chiamammo quella X la Duck Dynasty».

Andrew Hogan è l’ex agente speciale della DEA, l’agenzia antidroga americana, che il 22 febbraio del 2014 ha catturato il narcotrafficante più pericoloso del mondo, Joaquìn Guzman Loera detto El Chapo, cioè il «Piccoletto», il «Tappo», boss del cartello di Sinaloa, bollato come Nemico Pubblico Numero Uno degli Stati Uniti.

Da allora Hogan vive con la moglie e i figli in un località segreta. Con lo scrittore Douglas Century ha scritto per HarperCollins «Caccia al Chapo», in uscita contemporanea in Italia e negli Stati Uniti.

È un viaggio nell’abisso, raccontato come un western moderno tra operazioni sotto copertura e Suv blindati stipati di marines pronti all’assalto, in quel mondo criminale fotografato a nudo da Google Earth, nella ragnatela di soldi, corruzione, tradimenti, vite claustrofobiche, svariata infelicità e la scia di sangue – oltre 25.000 morti assassinati solo nel 2017- made in narcos.

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Hogan, quando ha sentito parlare del Chapo per la prima volta?
«All’inizio del 2007, quando ho avuto il mio primo incarico a Phoenix, alla Dea, «Las Tres Letras», come la chiamano i narcos: la «Caccia» è cominciata in quel momento».
Dove e come l’avete catturato?
«All’hotel Miramar a Mazatlàn, Sinaloa, nel febbraio del 2014, dopo sette anni di caccia, grazie alla collaborazione di Stati Uniti e Messico, che hanno unito le forze investigative e militari. Abbiamo finto di riciclare denaro per i narcos, siamo entrati nella struttura dell’organizzazione del Chapo, studiando la psicologia dei suoi uomini, imparando tra appostamenti e intercettazioni le logiche imprenditoriali e scardinando i codici del sistema dei «Black Berry» a specchio con cui comunicavano».
Cosa gli ha detto quando vi siete trovati faccia a faccia?
«Ero molto eccitato, ma anche esausto. Gli ho urlato: What’s up, Chapo-o-o-o!? Poi gli ho fatto tre foto con l’iPhone».
Che idea si è fatto del Chapo? Come convive nello stesso uomo un campesiño e il Signore della Droga?
«Quando nasci in certi posti sei il frutto di quella cultura, spesso non hai scelta. E quando devi scegliere tra il Bene e il Male tutto ti spinge nella direzione sbagliata. C’è un modo di dire: «Il Messico è un paese dove tutto è fantastico, fino al giorno in cui smette di esserlo». Ed è proprio così, da un giorno all’altro alla vita subentra la morte».
È vero che a tradirlo è stata la sua ossessione per le donne?
«È uno dei fattori, sì. El Chapo si è sposato quattro-cinque volte, nessuno lo sa con certezza. Non divorzia mai, si risposa e basta. Ha avuto moltissime amanti, aveva la fissazione delle vergini minorenni, era innamorato – tra le altre – di Kate Castillo, la «Reina del Sur», l’attrice che favorì il famoso incontro con Sean Penn: parlarono di un film da farsi, basato sulla sua storia. Il giorno di San Valentino El Chapo mandava alle sue numerose amanti un bigliettino con le iniziali J.G.L., disegnando una rosa e un cuoricino».
Quale sentimento muove – nella caccia a un criminale – un agente speciale?
«Il senso di giustizia, la consapevolezza di raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato».
Lei si sente un eroe?
«No, non lo sono. Ho sempre pensato che avevo un lavoro da fare e dovevo portarlo a termine. Ho lasciato fuori ogni tipo di emozione, sacrificando per anni la mia famiglia, ma era l’unico modo per catturare El Chapo».
Pensa che ci possa essere un lieto fine nella guerra contro i Narcos?
«Penso di sì, voglio sperarlo. Ci vorrà del tempo, saranno fondamentali i rapporti politici che gli Stati Uniti riusciranno a tessere con il Messico».
Ce l’ha ancora il cappello da baseball che prese come souvenir in uno dei tanti rifugi del Chapo?
«L’ho regalato al mio boss, il capo della task force, mi sembrava la cosa giusta da fare»
La Sony ha comprato di diritti di «Hunting El Chapo» e ne farà presto un film. Che attore le piacerebbe vedere nel suo ruolo?
(Ride) «Direi che è meglio chiederlo a mia moglie, lei ci tiene che sullo schermo ci sia un attore «cool» a interpretarmi».
È vero che da piccolo sognava di fare il pompiere?
«Sì, è vero, nella mia famiglia, sono stati tutti pompieri: il bisnonno, mio nonno, tre zii, mio padre. Ero destinato a fare quello. Un giorno in un tema scrissi che avrei fatto il pompiere oppure (ride) il poliziotto o l’agente segreto. In fondo anch’io come i miei combatto il dark side, il lato oscuro che c’è nel mondo».

El Chapo oggi ha sessantuno anni. La notte dell’11 luglio 2015 è fuggito dalla prigione di Altipiano, facendosi scivolare in un buco quadrato di cinquanta centimetri scavato sul pavimento.

L’8 gennaio 2016 è stato arrestato, in un quartiere residenziale di Los Mochis. Al momento è rinchiuso al Metropolitan Correctional Centre di New York.

Vive ventitré ore al giorno in isolamento, in uno stanzino di un metro e mezzo per tre. C’è una sola finestrella, uno sputo di luce sul mondo. Il fascicolo processuale che lo riguarda si compone di trecentomila pagine.

Il sano pragmatismo americano fa dire ad Andrew Hogan che «no, non sogno mai El Chapo. Era un obiettivo, l’abbiamo preso, ora mi concentro sul prossimo». A Pattonville le anatre continuano a sguazzare, ignare del destino che le attende.

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