Zia Barbara, il network berlinese che aiuta le donne polacche ad abortire in Germania


Dopo aver composto il numero di cellulare indicato, il telefono squilla per qualche secondo prima che all’altro capo della cornetta si faccia sentire una voce amichevole e pacata. Zia Barbara è abituata a ricevere telefonate più volte al giorno. Generalmente spetta a lei ascoltare le storie, le domande e le richieste di chi la contatta. Questa volta invece è Zia Barbara a raccontarsi.

Contrariamente a quanto il suo nome lascia immaginare, Zia Barbara non è una persona, bensì un gruppo di attiviste volontarie di base a Berlino che dal 2015 aiuta le donne polacche ad abortire in sicurezza e legalità in Germania. Dal 1993 la Polonia ha infatti una delle legislazioni sull’aborto più restrittive d’Europa, che consente l’interruzione di gravidanza soltanto in tre casi: se la donna è in pericolo di vita, se la gravidanza è frutto di una violenza e in caso di grave malformazione del feto. Ma la realtà è ancora più critica della già di per sé restrittiva legislazione: l’obiezione di coscienza di molti medici e farmacisti fa sì che l’aborto venga spesso negato anche quando del tutto legale. Sotto la pressione della chiesa cattolica, il governo polacco guidato dal partito di ultradestra Diritto e Giustizia ha inoltre recentemente discusso un ulteriore inasprimento della legge sull’aborto che, se venisse approvato, eliminerebbe una delle sole tre circostanze in cui l’interruzione di gravidanza è oggi consentita, ovvero quella in cui il feto abbia gravi malformazioni. Per le donne questo significherebbe l’obbligo a portare avanti una gravidanza anche nella certezza che il feto non sopravvivrà, senza contare il fatto che oggi il 96% degli aborti praticati in Polonia hanno come causa proprio le malformazioni fetali.

«Nonostante non sia ancora stato approvato e la maggioranza della popolazione sia contraria, questo disegno di legge è di fatto già realtà per via dei numerosissimi obiettori di coscienza» ci racconta Natalia, attivista di Zia Barbara. «Per questo da tre anni facciamo da intermediari tra le donne polacche che desiderano interrompere la gravidanza e una rete di medici e consulenti solidali in Germania. La legislazione tedesca prevede una consulenza preliminare obbligatoria dopo la quale devono trascorrere alcuni giorni prima che si possa procedere all’aborto. Entro la nona settimana di gravidanza la donna può scegliere tra l’assunzione della pillola abortiva e l’aborto chirurgico, mentre superato questo termine è possibile soltanto la seconda via. Noi fissiamo gli appuntamenti, accompagniamo le pazienti in clinica e le assistiamo con la traduzione. Se necessario prenotiamo loro un alloggio per il periodo di permanenza oppure organizziamo un pernottamento gratuito nella nostra cerchia di sostenitori. Qualora la donna avesse difficoltà economiche ci offriamo di coprire totalmente o in parte i costi dell’interruzione di gravidanza. Ma non tutte le donne che ci contattano vengono poi a Berlino per abortire: molte di loro hanno soltanto bisogno di informazioni» spiega Natalia.

Nel 2015 gli uffici doganali di alcune regioni della Polonia respinsero pacchi contenenti la pillola abortiva inviati da organizzazioni come Women Help Women in tutto il mondo. Alcune attiviste di Berlino pensarono a un’alternativa per consentire a queste donne un aborto legale e sicuro. Così nacque Zia Barbara: «La scelta del nome (Ciocia Basia in polacco; Tante Barbara in tedesco) rimanda alla fiducia con cui vogliamo che le donne si rivolgano a noi, come se fossimo davvero la loro “zia Barbara”» ci racconta Natalia. Zia Barbara non è un’associazione, non ha un ufficio, bensì soltanto un numero di cellulare e un indirizzo mail che compaiono sulla rispettiva pagina Facebook e sui volantini del gruppo. Le attiviste che ne fanno parte non percepiscono alcun compenso e il gruppo si finanzia interamente attraverso raccolte fondi e donazioni private. Non ci sono spese da sostenere, salvo i casi in cui si renda necessario un supporto economico alle donne in questione: «Ciò capita sempre più spesso perché i 400 euro che servono mediamente per un aborto in Germania sono molti se rapportati ai salari polacchi» spiega Natalia, che ci informa anche della campagna di crowdfunding lanciata di recente dal gruppo.
Le donne che contattano Zia Barbara generalmente raccontano molto di se stesse: «Tra di loro ci sono le donne più diverse: molte sono madri che non possono permettersi di crescere un nuovo figlio, altre semplicemente non desiderano la gravidanza; ci sono donne quarantenni e donne studentesse; donne che vengono a Berlino con il rispettivo compagno e donne che invece sono state lasciate e vengono sole oppure con un’amica. Ascoltiamo sempre i racconti di chi ci sta di fronte, ma non facciamo molte domande. Per noi conta soltanto che abbiano bisogno del nostro aiuto e sosteniamo chiunque lo richieda» così Natalia.

Stando alle statistiche ufficiali, sono state meno di 2.000 le donne polacche che nel 2015 hanno interrotto volontariamente la gravidanza, un numero ridottissimo se confrontato con i circa 85.000 aborti avvenuti in Italia nel 2016 (-3,1% rispetto al 2015) e gli oltre 101.000 della Germania nel 2017 (+2,5% rispetto al 2016). Secondo la ONG Federazione per le donne e la pianificazione famigliare, il dato reale riferito alla Polonia sarebbe tuttavia molto più elevato e si avvicinerebbe a 150.000: lo scarto sarebbe dovuto al fatto che molte donne si procurano la pillola abortiva via internet oppure si spostano all’estero per interrompere lì la gravidanza, ma anche all’abitudine ancora diffusa in Polonia a ricorrere ad aborti clandestini operati da persone non qualificate da un punto di vista medico e dunque estremamente rischiosi. Lo scarto è avvalorato dall’indagine condotta nel 2013 dal centro di ricerca indipendente CBOS (Centrum Badania Opinii Społecznej), secondo cui in Polonia almeno una donna su quattro ha abortito nella vita. Come riporta Natalia di Zia Barbara, «non è soltanto la restrittiva legislazione sull’aborto a far sì che in Polonia il tasso di interruzioni di gravidanza sia così elevato. La contraccezione non viene infatti coperta dalle assicurazioni e spesso i medici si rifiutano addirittura di prescriverla.

Inoltre, contrariamente alle direttive dell’Unione Europea, in Polonia anche la pillola del giorno dopo è sottoposta all’obbligo di prescrizione medica. Infine nelle scuole non viene praticata alcuna educazione sessuale». Anche il gruppo berlinese rileva un trend crescente nel numero di donne polacche che ricorrono ai suoi servizi: «Non conduciamo statistiche per ragioni di privacy, ma al momento riceviamo telefonate e mail ogni giorno e mediamente accogliamo a Berlino 2 o 3 donne alla settimana. L’aumento nelle richieste è però legato anche alla crescente popolarità di Zia Barbara. La tendenza a spostarsi all’estero per abortire esiste dal 1993, anno dell’approvazione dell’attuale legge sull’interruzione di gravidanza, e dal 2004, data dell’ingresso della Polonia nell’Unione Europea, la Germania è diventata sempre più spesso la meta di questi viaggi».

Nonostante la più liberale legislazione sull’aborto vigente in Germania induca molte donne polacche ad interrompere la gravidanza oltreconfine, da settimane la politica, l’opinione pubblica e i media tedeschi stanno discutendo animatamente sul tema. Ad accendere il dibattito è stato il caso della ginecologa tedesca Kristina Hänel: a novembre 2017 Hänel è stata condannata dal tribunale di Gießen (una città dell’Assia) a una multa di 6.000 euro per aver “pubblicizzato” l’aborto sul proprio sito web. Il paragrafo 219a del codice penale tedesco vieta infatti ai medici liberi professionisti di fornire informazioni sull’aborto che siano in qualche modo legate ai propri servizi. Le infrazioni vengono punite con una sanzione pecuniaria oppure con la detenzione fino a due anni. Introdotto nel 1933 dal partito nazista, «il paragrafo 219a priva di fatto le donne del diritto a informarsi e a scegliere liberamente i propri medici», ha sottolineato Hänel nella campagna di sensibilizzazione lanciata su change.org e sottoscritta da oltre 150.000 persone. Anche Natalia di Zia Barbara si pronuncia sulla situazione tedesca: «Che l’aborto in Germania sia regolato dal codice penale è emblematico di quanto la legislazione tedesca in materia sia da considerarsi restrittiva e obsoleta. Anche se l’interruzione volontaria di gravidanza in Germania non è di fatto punibile in determinati casi ed è teoricamente consentita entro le 12 settimane, il paragrafo 218 del codice penale la definisce come “un reato contro la vita” e stabilisce l’obbligatorietà della consulenza preliminare presso un centro pubblico autorizzato che ha lo scopo di indurre la donna a continuare la gravidanza.

Tra i consultori abilitati ci sono anche quelli gestiti da istituzioni religiose che mirano a suscitare nella donna sensi di colpa e ripensamenti. Questo è uno scandalo perché le donne che vogliono abortire in Germania dipendono da questi centri. Sia il paragrafo 218 sia il 219a dovrebbero dunque essere aboliti. Le consulenze dovrebbero essere facoltative e i medici liberi professionisti dovrebbero avere il diritto di informare pubblicamente circa il proprio lavoro. Non essendo regolata dalla legislazione sanitaria, l’interruzione volontaria di gravidanza in Germania non è considerata una prestazione medica standard. Di conseguenza non viene coperta dalle assicurazioni e nemmeno insegnata nell’ambito della formazione medica. Sempre meno medici praticano aborti in Germania e se non cambierà qualcosa a breve, tra 10 anni dovremo affrontare un grosso problema: già oggi in alcune regioni tedesche le donne devono spostarsi di 100 chilometri e più per essere assistite». Quanto alla situazione in Polonia, l’attivista di Zia Barbara si dice pessimista: «Probabilmente sarà la Corte costituzionale a far passare il disegno di legge “Stop all’aborto” che potrebbe così facilmente superare questa legislatura e rimanere intoccabile per diversi decenni».






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