Nel 2018 ricorre il cinquantenario del Sessantotto, un anno iconico che ha cambiato profondamente l’Italia e tutto l’Occidente. Si moltiplicano così le iniziative per celebrarlo: dalla moda con Dior che vi ha ispirato lo show Autunno-Inverno 2018-2019, alla cultura con la GAM di Torino, che celebra quegli anni rivoluzionari con una temporanea dedicata alla pittura dal forte contenuto politico e civile di Renato Guttuso.

Quando ti dicono Sessantotto, nella tua testa è subito corteo di protesta di studenti e lavoratori.

Le proteste ci furono, eccome, ma quali conquiste ci hanno lasciato in eredità?

Come tutti sappiamo le grandi trasformazioni non avvengono in un giorno; nel nostro caso neanche in un anno: «Per analizzare i cambiamenti di quel periodo occorre partire dai primi anni ’60, quando iniziarono processi che protraggono poi i loro effetti per tutti gli anni ’70 e oltre», ci spiega Stefano Musso, professore di Storia contemporanea all’Università di Torino e autore di Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi (Marsilio). Alcuni effetti li avvertiamo ancora e con il professor Musso abbiamo analizzato quelli in ambito lavorativo (altri li trovate nella gallery).

Punto di partenza è il noto miglioramento dei salari, avvertito come necessità soprattutto dagli operai. «I lavoratori delle catene di montaggio erano stati bloccati sulla soglia della società dei consumi: la vedevano, ma non potevano realmente entrarvi». Sembra strano che vi fosse necessità di denaro dopo il miracolo economico, ma «queste rivendicazioni sociali furono determinate da una crisi di crescita. Cioè dopo un lungo miracolo economico, nacquero degli impulsi al cambiamento nei confronti di un sistema che aveva portato un benessere distribuito in modo diseguale. Inoltre negli anni ’50 e ’60 la produttività era cresciuta più dei salari. Nelle famiglie c’era più disponibilità di denaro, ma solo perché i lavoratori in famiglia erano di più e non perché il singolo guadagnava di più».

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Le novità del periodo riguardano anche il lavoro femminile. «Alla metà degli anni ’60 si assisteva a una diminuzione del numero di lavoratori attivi, in particolare della componente femminile. Questa tendenza si invertì» anche se lentamente «in questi anni e questa variazione fu dovuta all’incremento del numero delle lavoratrici. Gli anni ’70 sono una svolta in questo senso». Le ragioni principali di questo ingresso massiccio di lavoratrici sono due: «da un lato diventa importante avere due redditi in famiglia, dall’altro aumenta il desiderio di indipendenza delle donne».

Se oggi chi ha un contratto full time lavora per 40 ore alla settimana lo deve alle proteste del ’68. Prima, infatti, la settimana lavorativa era di 48 ore. E restando in tema di tempo libero, il rinnovamento dei circa 30 contratti collettivi fece sì che aumentassero anche le ferie degli operai, il cui trattamento venne equiparato a quello degli impiegati.

Quando si parla di catena di montaggio, non si può non ricordare Charlot in Tempi Moderni di Charlie Chaplin. Ecco, se oggi in Italia non esistono più lavori disumani come quello di Charlot è anche grazie al ’68 nel quale «ci fu una rivolta contro il lavoro ripetitivo, monotono e anche nocivo tipico del fordismo e della catena di montaggio. Una società ricca e una manodopera diventata più istruita non accettavano più l’impostazione del lavoro degli anni ’50. Le imprese introdussero così nuove tecnologie nei reparti più critici. Si cominciò insomma ad andare verso l’automazione flessibile. La quarta rivoluzione industriale di oggi inizia a muovere i primi passi allora».

Non è un caso poi che oggi esistano delle tutele del lavoro dipendente perché proprio grazie alle contestazioni del ’68 «I dipendenti acquisiscono una maggiore forza contrattuale che si conserva almeno per un ventennio in modo molto solido».

Anche un problema spinoso come la disoccupazione intorno al 10% inizia a delinearsi in quegli anni. «Viene meno un assetto commerciale globale che durava dal Dopoguerra. Il commercio estero ha una battuta d’arresto e i disoccupati iniziano a essere un problema che diventò più importante ancora negli anni ’80. La disoccupazione media era intorno al 10%, un livello già preoccupante. Riscossero così successo proposte del tipo lavorare meno per lavorare tutti».

Spesso infine ci dimentichiamo di quanto prezioso sia il nostro sistema sanitario. E sono proprio «le rivendicazioni di quegli anni che danno vita al welfare moderno italiano, in ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati. La riforma sanitaria del ’78 ha dato all’Italia uno dei sistemi sanitari migliori del mondo occidentale».

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