Atti come sorridere, saltare, aggrottare la fronte, correre, piegarsi, curvarsi e, in generale, cambiare la nostra postura possono avere un impatto fortissimo sull’umore o sui pensieri che ci balenano nella mente. Ce lo dicono gli studi più recenti nell’ambito della psicologia cognitiva che stanno dimostrando come tutto il nostro modo di considerare noi stessi e la vita possa essere modificato da minuscole variazioni che avvengono nel corpo. Del resto, basta fare l’esperimento di curvarsi con le spalle contratte e lo sguardo verso il basso per due minuti: il nostro tono e la nostra vitalità ne risentono immediatamente e cominciamo a percepire tristezza o sconforto. Che relazione quindi possiamo immaginare che ci sia tra la mente, il corpo e l’emotività degli atleti professionisti, persone cioè che dedicano al lavoro sul corpo la maggior parte del proprio tempo? E ancora, quali caratteristiche li rendono simili nel modo di porsi, di comunicare e di gestire gli stati d’animo, lo stress, la passione o la frustrazione?

Un osservatorio speciale per studiare gli effetti dell’attività fisica sulla predisposizione delle persone è stato l’evento “Donne di Sport”, organizzato da Alley Oop il 26 marzo scorso.Dieci sportive appartenenti a differenti discipline, dieci storie, dieci menti-corpi da osservare. Studiandole attraverso i filmati subito notiamo che ci sono gesti che accomunano tutte, in una sorta di Body Language universale. La cosa interessante è che mentre solitamente il linguaggio del corpo delle donne tende ad essere più contenuto rispetto a quello degli uomini, in ambito sportivo sembrano abbattute tutte le barriere.

Ad esempio, braccia che si sollevano, petto esposto, luce negli occhi, sguardo fiero e, frequentemente, un sorriso: questo è un atteggiamento che celebra il successo, rivelando orgoglio e predominanza fisica. E’ una reazione biologicamente innata senza differenze di genere o di razza, e riporta all’immagine dei maschi alpha del mondo animale, quando si mostrano forti e cercano di sembrare anche fisicamente più grandi.

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Sara Cardin (e nel riquadro Stefano Maniscalco)

Spesso questo gesto è accompagnato dall’urlo, che, come ha raccontato la campionessa olimpica di scherma Elisa Di Francisca, è liberatorio per scaricarsi, per togliersi la maschera, anche in senso metaforico, perché in gara “c’è sempre grandissimo controllo su tutte le nostre emozioni e alla fine l’urlo serve proprio”.

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Monica Boggioni

L’effetto di un Body Language dominante, inoltre, agisce positivamente sullo spirito di squadra, comprendendo, nella definizione di “squadra”, il team che sostiene l’atleta nelle gare individuali: “anche se la gara la fai da sola, tutto il lavoro che c’è dietro vede come fondamentale l’idea di squadra” ha sottolineato Monica Boggioni campionessa nuoto paralimpico.

La comunicazione non verbale risulta essere uno strumento molto efficace che può influenzare la percezione degli altri (avversari o compagni) e persino la propria auto-percezione: è scientificamente dimostrato, infatti, che assumere posture dominanti prima di una situazione di stress aumenta il livello di testosterone e diminuisce quello di cortisolo, con un’azione sulla crescita della self-confidence e un maggiore controllo. Osservare il Body Language può essere d’aiuto, prima dell’inizio della gara, per determinare il grado di sicurezza e di fiducia di ogni atleta. Non a caso, il Team Leader è generalmente in grado di trasmettere forza non solo per le proprie capacità ma anche per un linguaggio del corpo pieno di potenza (power posing). Un vero Team Leader ha la mente allenata, sa “osservare quello che c’è” e, se necessario, sa portare il corpo ad assumere un nuovo atteggiamento.

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Prendiamo ad esempio Sara Gama, un vero e proprio concentrato di energia, prescelta dalla Mattel tra 17 modelli femminili per creare una nuova serie di bambole proprio per le sue caratteristiche da outsider e per la sua grinta “in grado di ispirare ogni bambina a perseguire sempre i propri sogni”. Osservandola nel suo modo di relazionarsi, anche fuori dal campo, ne osserviamo la postura eretta, le spalle aperte, il modo con cui sottolinea assertivamente con la mano alcuni passaggi quando parla. Così come è assertiva Serena Ortolani (in una video intervista ad alley Oop qui), capitano della Saugella Monza e pilastro della Nazionale, che, se osservata in partita, unisce a skills eccezionali anche la capacità di incoraggiare e potenziare le compagne attraverso gesti che esprimono sicurezza e fierezza; un’ emozione, quest’ultima, che da sempre, nella Storia, ha contribuito a motivare le grandi imprese.

Nello sport di squadra la presenza del gruppo può aiutare maggiormente a gestire lo stato emotivo: si provano le stesse emozioni, e questo crea condivisione. Inoltre, se osserviamo a rallenty, per esempio, Cecilia Zandalasini, campionessa di Basket, con le sue compagne, possiamo notare micro azioni che creano rapidamente complicità e connessione muovendo semplicemente il mento o gli occhi (“guarda là, fa attenzione, spostati, ben fatto, passa la palla”).

Si possono osservare però anche gesti di grande impatto (abbracci, pacche) per stabilire da subito un senso di appartenenza. C’è, fisicamente, molta vicinanza, necessaria per sentirsi un tutt’uno: stimolando la potenza del contatto fisico questo diventa possibile.

All’opposto di tutti questi atteggiamenti vincenti c’è il Body Language della sconfitta che prevede, sempre senza distinzione di genere, il ripiegarsi su se stessi, la chiusura, le spalle giù, il desiderio visibile di isolarsi. A volte l’atleta si porta la mano sul volto a dichiarare la volontà di nascondersi al mondo o di non voler vedere l’errore appena fatto. “Per imparare a vincere occorre imparare prima a perdere e migliorarsi, dopo, abituandosi gradatamente alle sconfitte, allo stress e alle complicazioni” hanno sottolineato le atlete durante la tavola rotonda. Una verità che conoscono bene gli sportivi di successo, e che, è stato detto, serve ricordare anche nella fase due della carriera, quella del post professionismo, quando “il ritiro può diventare un problema”, come accennato da Katia Serra, ex calciatrice e oggi commentatrice sportiva. Katia ha saputo sfruttare le sue caratteristiche, la sua sicurezza, il suo coraggio e tutta la sua esperienza, per affermarsi anche in un altro ambito, trasformandosi, ridefinendo le proprie competenze e “resistendo” ai cambiamenti repentini del “dopo”. 

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Maria Beatrice Benvenuti

Anche Maria Beatrice Benvenuti, la più giovane arbitra internazionale di rugby maschile e femminile, ha affrontato, sebbene da un altro punto di vista,  il tema della “resilienza”.  Le vere campionesse e i veri campioni escono dalle sconfitte  o dalle criticità sempre con il desiderio di “fare meglio” e sono accomunati da un atteggiamento propositivo e una grande determinazione. La stessa Benvenuti, pur avendo subito una grave aggressione in campo da parte di un giocatore, è riuscita a portare a termine il match senza lasciarsi sconfiggere psicologicamente da un gesto intenzionale di estrema violenza. E ancora, Laura Coccia, atleta paralimpica, eletta a 27 anni in Parlamento a dimostrare che “disabile” è solo un aggettivo, nonostante le moltissime discriminazioni subite sin da piccola: ora è un simbolo d’impegno civile e politico a favore di chi vive condizioni di emarginazione.

Oltre alla determinazione, alla volontà di ferro, al power posing e alla resilienza, ciò che caratterizza tutte queste fuoriclasse è, ancora, una certa propensione ad andare oltre le regole: “So quello che voglio e quello che più mi serve per realizzare i miei obiettivi”  ha detto Arianna Fontana, specificando di aver dovuto talvolta imporsi per far rispettare le proprie scelte, lasciandosi guidare dalla propria esperienza prima che dai consigli altrui.

Allo stesso tempo per ognuna di queste campionesse c’è la consapevolezza del ruolo determinante del confronto con gli altri e del  “sostegno”: il sostegno dei fans e anche delle persone che lavorano per costruire insieme un progetto di obiettivi sfidanti ma realizzabili, condividendo i momenti felici e quelli meno esaltanti. “L’incoraggiamento non basta mai, anche per i campioni più affermati” e, ancora, “Io credo in te!” . Queste ultime sono le parole che Manuela Zanchi, ex pallanuotista della Nazionale, oggi allenatrice, avrebbe desiderato sentirsi dire, le parole che  le avrebbero “fatto bene” e che ora, passando “dall’altra parte”, non perde occasione di ripetere, e con forza, ad ognuno dei suoi giovani allievi; parole che, al Mudec, ha esteso al publico e alle sue colleghe sul palco. Nel dirle, il suo corpo si è “aperto” come ad abbracciarle tutte in un’espressione di gioia sincera, che, oltre il tono della voce, attivava i muscoli delle labbra e degli occhi, rivelando in questo modo massima presenza e autenticità.






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