Questa intervista è tratta dallo speciale Vanity Fair Uomo in edicola con Vanity Fair dal 28 marzo 2018

Ha solo 18 anni, ma Vincenzo Crea ha già vissuto molte vite. Sullo schermo, a dieci anni ha debuttato nella fiction Distretto di Polizia, ed è stato poi il figlio ribelle di Laura Morante nel film Appartamento ad Atene e, più di recente, lo studente in un collegio svizzero ne I figli della notte di Andrea De Sica. «Ho avuto un periodo in cui pensavo tantissimo, forse troppo. Non ero felice.

Oggi so quello che sono, quello che voglio fare e fare bene», sottolinea. Nonostante la saggezza, però, a lui essere definito «maturo» proprio non piace. «La gente dice “sei maturo
per la tua età” e lascia intendere “sei piccolo”: così ti ha già etichettato e messo a distanza. Io, invece, vorrei essere preso sul serio».

Non abbia fretta, c’è tutto il tempo.
«Anche da ragazzi è difficile mantenere l’entusiasmo. Io voglio lavorare e farlo con persone che ci mettono passione. Oggi tendono tutti a lamentarsi troppo, anche nel cinema».

In quali film la rivedremo?
«Ne ho tre in uscita: Il mangiatore di pietre, in cui interpreto un pastore piemontese figlio di Luigi Lo Cascio e dove ho imparato anche a mungere le vacche; Il primo re di Matteo Rovere, con Alessandro Borghi, un action in costume girato in protolatino, molto audace. Infine la commedia Nessuno come noi tratta dal libro di Luca Bianchini: una storia adolescenziale molto tenera che mi ha fatto scoprire il piacere della leggerezza».

Nonostante il suo debutto precoce, la sua non è una famiglia di artisti.
«I miei sono imprenditori: a casa nostra esistevano solo la scuola e lo sport. Ma quando mia madre e mio padre hanno capito che per me recitare era importante ed ero motivato, si sono rassicurati e mi hanno sostenuto. L’unica “condizione” per loro era avere la scuola come priorità».

E lei ha rispettato il patto?
«L’anno scorso ho sostenuto la maturità scientifica e ho preso 80. Ora sono iscritto a Lettere. Non ho voluto fare un’accademia di recitazione perché credo che questo mestiere s’impari seguendo un coach e, soprattutto, cogliendo gli stimoli un po’ ovunque. Il nostro è un lavoro social, inteso come “empatico”: il cinema non fa solo sognare, ma dà la possibilità di sviluppare comprensione verso il prossimo, aiutando le persone».

Lei, finora, quali benefici ha ottenuto?
«Essendo molto sensibile di natura, ho sempre avvertito il peso delle cose. Ma mentre prima non vedevo una via di felicità, non credevo di riuscire a bastarmi veramente, oggi ho capito che posso essere soddisfatto di me stesso».

Che magia è la felicità?
«Sentirmi libero di provare qualsiasi emozione».

La sua è una generazione felice, secondo lei?
«I miei coetanei possono esserlo, ne hanno gli strumenti e le capacità. Siamo una generazione aperta, ricettiva e curiosa, non solo dei “mangiatori di avocado” come ci dipinge qualcuno. Io nel mio piccolo vorrei contribuire al cambiamento attraverso i film, per questo un giorno vorrei anche dirigere».

Un film recente che l’ha aiutata a guardare il mondo
da un’altra prospettiva?
«Tre manifesti a Ebbing, Missouri: descrive una società culturalmente cattiva e piena di odio, ma con un messaggio d’amore finale che è gigante, fortissimo. Liberi dall’odio ci si ritrova a condividere i propri sentimenti, si capisce che non ha senso andare contro le libertà degli uni e degli altri».

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Non mi permette di definirla maturo, ma profondo, spero, almeno sì. Questa profondità per lei è più
un privilegio o una «condanna»?
«Un privilegio, assolutamente. Anche se ho dubitato di questa cosa in alcuni momenti, perché la profondità è un posto oscuro. Che ti può prendere, tirare giù e non farti più uscire».

La sua, però, lo ammetta, è una doppia fortuna: nascere in una famiglia benestante va considerato un lusso.
«E ne sono consapevole, ma proprio per questo trovo assolutamente inutile vivere questo privilegio da solo con me stesso. A volte si può avere tutto ma non godersi niente. Capire il valore delle cose è fondamentale per la felicità».

Tornando concreti: altre passioni ne ha?
«Da quando ho 11 anni vivo la passione che ho per il cinema come un lavoro. Poi ho tanti interessi: la musica, l’arte, la lettura».

Sarà per i ricci scapigliati, ma molti l’hanno paragonata a Vincent Cassel.
«Il paragone va benissimo. È un attore che stimo, specie dopo aver visto È solo la fine del mondo di Xavier Dolan, una delle sue interpretazioni migliori. Ma anche Michael Fassbender mi piace un sacco e, soprattutto, Joaquin Phoenix».

Ammetto di aver spiato il suo profilo Instagram: di recente è stato in Kenya, e con lei c’era una ragazza.
«Sì, una mia carissima amica».

Chiaro. E una persona gelosa del fatto che fosse in Kenya con un’amica ce l’ha?
«No, ora come ora no (ride)».

Su Instagram l’abbiamo vista anche sfilare in calzoni corti per Gucci alle ultime sfilate di Milano.
«Un’esperienza strana, ma divertente. Gucci è un brand che ha una risonanza molto forte, soprattutto sui giovani: parlare con Alessandro Michele e vedere così da vicino tutto ciò che c’è dietro è stato molto interessante. La moda mi piace perché è figa, cool, può sperimentare nuovi linguaggi e spingersi sempre oltre certi limiti».

Ne sembra molto affascinato, la rivedremo in passerella presto?
«Se dovessi fare il modello in un film, sì. Per ora preferisco recitare».

Foto: Francesco Bertola. Stylist: Sarah Grittini. Ha collaborato Martina Antinori. Grooming e Hair Claudio Furini@W-M Management using Oribe. Location CC-Tapis, Milano (CC-Tapis.com)



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