«Chi ha studiato statistica, pensa di essere bravo nell’analisi. Magari è un perfetto gestore, ma non lo sa. Ci orientiamo verso l’area dove abbiamo studiato, perché è lì che abbiamo sviluppato delle competenze, ma magari la nostra attitudine è un’altra», spiega Paolo Stucchi, Ceo di Dentsu Aegis Network Italia, multinazionale di marketing e comunicazione (la quinta al mondo per fatturato). «Noi vogliamo aiutarvi a capirlo».

In poche parole, per cosa siete davvero portati? Durante la Milano Digital Week (fino al 18 marzo), gli studenti hanno l’occasione di scoprirlo.

Dentsu Aegis Network organizza un appuntamento a porte aperte (il 16 marzo dalle 14 alle 18 in Via Privata Roberto Bracco 6), dove i neolaureati devono rispondere a un questionario dal quale emerge la loro Digital Attitude Map (un profilo digitale) e potranno candidarsi per uno stage all’interno di una delle digital company del gruppo.

Come funziona?
«Sono 15 domande che ci aiutano a capire se nei confronti del digitale si ha una tendenza creativa, di gestione del business, di analisi o di strategia e comunicazione. Ci sono quattro grandi profili. Selezioneremo 10-12 candidati e verranno distribuiti fra Roma e Milano».

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Com’è nata l’idea della Digital Attitude Map?
«All’inizio per capire i nostri collaboratori: è una modalità diagnostica per orientarli nel modo migliore nella loro carriera. Poi abbiamo sviluppato un secondo obbiettivo: il reclutamento di nuove persone».

Succede che qualcuno arrivi convinto di voler lavorare in un’area e poi cambi idea?
«Di solito uno pensa di essere debole in alcune aree dove in realtà è forte. Il questionario serve a capire dove siamo davvero deboli e dove abbiamo potenzialità inespresse che potrebbero aiutarci a fare carriera».

Quali sono gli errori più comuni di chi entra nel mondo del lavoro oggi?
«Manca lo spirito di iniziativa, c’è solo voglia di mettersi a disposizione. Non vedo ragazzi ambiziosi, un valore che invece è molto importante per la nostra azienda. I più giovani poi sono troppo individualisti, c’è poca collaborazione, invece li aiuterebbe a fare carriera più in fretta».

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Che cosa direbbe a chi vuole entrare in Dentsu?
«Di aver voglia di continuare a imparare e trasformarsi in un mercato dinamico, di non fare delle proprie competenze la unica arma. E che il posto di lavoro è un luogo dove ci si può divertire. I giovani pensano che si debba cercare un equilibrio fra il lavoro noioso e il divertimento fuori: non si fa carriera così. Se ci si diverte al lavoro, si può progredire».

Lei ha sempre saputo che cosa voleva fare?
«Avevo le idee chiare. Sapevo di voler lavorare nel mondo della comunicazione e della pubblicità. Dopo la laurea in Economia ho fatto una specializzazione e poi ho cominciato a lavorare alla J. Walter Thomspon, un’agenzia di pubblicità. Però ho scoperto le mie attitudini lavorando, ai tempi non c’era la Digital Map».

Che cosa consiglia ai quarantenni che devono adattarsi al digital?
«Devono trovare un professionista da seguire e a cui chiedere aiuto. La cosa che mi ha aiutato di più è stato trovare qualcuno che mi ha orientato nel mondo lavorativo, che mi ha insegnato come muovermi e fatto crescere, un mentore insomma. La fortuna di un uomo è un altro uomo: è questo il mio motto».

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A proposito di lavori nuovi, che cosa ne pensa degli influencer?
«Credo che tutti possiamo essere influencer. Per diventarlo, dobbiamo avere una credibilità costruita con l’esperienza e la preparazione. Ma la trasparenza è fondamentale. Il lavoro dell’influencer è un lavoro se qualcuno lo retribuisce: deve dire chi lo sta pagando. È alla base del contratto di fiducia con la sua fan base, altrimenti diventa pubblicità occulta».

Quali sono le tre parole chiave della comunicazione del futuro?
«Addressable, cioè indirizzata a una persona specifica in un contesto specifico, non più di massa. Trasparente. E ovviamente, digitale».

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